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Che cos’è il fungo nero che colpisce gli ex malati Covid. Allarme India: “Epidemia nella pandemia”

Nuova emergenza sanitaria: un fungo nero che colpisce ex pazienti Covid e che in India ha già contagiato 45mila persone. Che cos'è?

India, c’è una nuova emergenza sanitaria causata dal cosiddetto “fungo nero“: che cos’è? Si tratta di un’infezione che sarebbe un effetto collaterale del Covid-19 e che ha già causato 45.374 contagi accertati. Il ministro della Sanità indiano Mansukh Mandaviy ha parlato di una “epidemia nella pandemia“.

Covid e fungo nero, cos’è e chi colpisce: allarme in India

Si chiama “fungo nero” la terribile infezione che ha scatenato una nuova emergenza sanitaria in India e che sembra essere correlata al Covid-19. Il Mucormycosis, questo il nome scientifico del virus, si manifesta nei pazienti Covid circa 12-18 giorni dopo la guarigione, quando il loro sistema immunitario risulta estremamente indebolito a causa degli steroidi assunti per contrastare l’infezione da Sars-CoV-2.
Secondo i medici, i pazienti più a rischio sono i diabetici, i malati di tumore e di HIV.

Il fungo colpisce in particolare naso e occhi, e talvolta anche il cervello

Covid e fungo nero, gli esperti: “Numeri sottostimati”

Secondo i dati attuali, il Mucormycosis ha già causato 45.374 contagi ufficiali, dei quali quasi il 10% mortali. Attualmente le vittime sono 4.300, ha comunicato il ministro della Sanità indiano Mansukh Mandaviy.

Ma proprio come è già accaduto con i bilanci dei contagi e delle vittime di Covid, anche i numeri relativi al fungo nero sarebbero sottostimati dalle autorità.

Lo afferma alla BBC il dottor Raghuraj Hegde, chirurgo e oculista di Bangalore che ha già curato numerosi pazienti affetti da Mucormycosis, e secondo cui c’è stata “una massiccia sottostima sia dei casi che dei decessi” di questa infezione, soprattutto per la difficoltà a effettuare la diagnosi in ospedali più piccoli o in zone rurali.

Ma anche perché, spiega il dottor Hegde, “in genere le morti collegate al fungo nero si verificano a distanze di settimane o mesi dopo aver contratto l’infezioni. I nostri sistemi non sono attualmente in grado di registrare tutti i dati“.