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Il rugby italiano al Sei Nazioni, pagato per perdere

L'Italia non vince una partita del Sei Nazioni dal lontano 2015. Perché continua a parteciparci? Questione di soldi...

Dopo l’ultima asfaltata al cospetto del Galles che doveva rappresentare la ‘partita possibile’ di questa stagione, si è visto il commissario tecnico Franco Smith quasi in lacrime nel parlare dei suoi ragazzi. La squadra che non vince una sfida di Sei Nazioni dall’ormai lontano febbraio 2015 (quattro presidenti del Consiglio fa, per capirci), ha perso le ultime 31 e cancellato l’epica dell’ItalRugby alimentata da quel misto di coraggio, sfrontatezza e voglia di sfondare che dal 2000 (data del debutto nel Sei Nazioni) ha a lungo accompagnato i sabati di febbraio e marzo degli appassionati della palla ovale e non solo.

Tutto sfiorito. In crollo gli ascolti tv, diminuite le presenze allo stadio – quando ancora si poteva andarci – e fortemente in discussione il progetto sportivo. Perché se è vero che giocare contro i più forti aiuta a crescere, non si capisce quale sia il vantaggio a fare da materassi agli altri. Solo quest’anno abbiamo incassato 142 punti in più di quelli che abbiamo segnato, in quattro partite. Alcune delle quali finite prima di cominciare. Nelle ultime sei stagioni il gap è stato di 771 punti, in media 27 ogni santo giorno in campo.

Perché andiamo avanti? La risposta sta nei soldi che il Sei Nazioni garantisce all’Italia per partecipare, per ora fino al 2023, quando scade il contratto. E’ un ente privato, preferisce Roma ad altre mete meno ambite ma che rugbisticamente potrebbero ambire ad entrare, come Romania e Georgia, e garantisce alla FIR (la Federazione italiana) circa 19 milioni di euro all’anno. La metà del fatturato complessivo.

Inglesi, scozzesi, irlandesi e gallesi (ma anche i francesi) ogni tanto aprono la discussione su una nostra cacciata dall’Olimpo, ma la realtà è che dovremmo essere noi per primi a fare un passo indietro almeno per qualche tempo. Quello che serve a ricostruire un movimento che non riesce più ad esprimere una nazionale a quel livello. Sarebbe, forse, la strada giusta parlando di sport. Di sicuro non sarebbe un affare nell’immediato. Così si sta dentro e si fa collezione di cucchiai di legno. Pregiatissimi. E pagatissimi.

Pagati per perdere, il destino di quello che fu l’orgoglioso rugby azzurro in un passato nemmeno troppo lontano.