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Sergio Costa, l’ambiente all’italiana

Addio, Ministro dell'Ambiente Costa, passato dai gialloverdi ai giallorossi senza troppi intoppi, ma sacrificato da Draghi. Un bilancio.

La fine dell’era Conte è stata anche la fine per il Ministro dell’Ambiente che è riuscito ad attraversare incolume sia la stagione giallo-verde, sia quella giallorossa come niente fosse: Sergio Costa. Quella di Costa fu una nomina importante per il Movimento 5 Stelle, voluta e annunciata da Luigi Di Maio in persona dalla Annunziata nel lontano 2018. Del resto la storia di Costa era perfetta per l’ala grillina dell’allora nascente governo: ex Comandante regionale del Corpo forestale dello Stato, è laureato in Scienze Agrarie con un Master in Diritto dell’Ambiente. Quando la riforma del ministro Marianna Madia sciolse la Forestale nel 2016, Costa passò all’Arma dei Carabinieri, dove fu Generale di Brigata (e dove si prepara a tornare ora che Draghi si è installato a Montecitorio). Ma ad avvicinare Costa a un certo ambiente a cinque stelle fu il suo ruolo nella scoperta della Terra dei Fuochi, l’area nei pressi di Caserta diventata la più pericolosa discarica di rifiuti del Continente. “Di Terra dei Fuochi ce n’è una in ogni Regione” disse Di Maio a Mezz’ora in più. “Per questo riteniamo che il Ministero dell’Ambiente sia centrale per il governo italiano. Se dovessi essere incaricato ho intenzione di proporre un servitore dello Stato, il generale Sergio Costa”. E così fu.

Il bilancio

Ora che la sua stagione si è conclusa è giunto il momento del bilancio: che ministro è stato l’ex forestale-carabiniere? Nonostante la sua indubbia capacità di passare inosservato (il carisma non è di certo il suo forte), rimangono impresse sulla memoria le sue polemiche con le Regioni sui danni causati dal maltempo, o la querelle sui fondi pubblici, che finì con uno scaricabarile sui “piccoli comuni”. Indimenticabili le parole con cui Costa cercò di passare la patata bollente ai sindaci in quella occasione: “I Comuni hanno il compito di individuare i territori a rischio e di realizzare i progetti per metterli in sicurezza: non tutti ci riescono”, disse l’allora Ministro. “I Comuni più grandi hanno competenze e risorse per poterli realizzare ma spesso i Comuni piccoli, quelli delle aree interne dove oltretutto si concentra la gran parte delle zone a rischio, non hanno né le competenze né le risorse per accedere a studi esterni”. Dichiarazioni che non furono prese esattamente benissimo dalle comunità disastrate da alluvioni e inondazioni.

Se da un lato Costa ha agito (dopo anni di nullafacenza) per spostare le scorie nucleari dai siti provvisori, è mancata però una politica di protezione dall’erosione delle coste e delle spiagge italiane, come raccontato da True Future. C’è anche chi è già pronto a rimpiangere Costa: nei giorni in cui la sua conferma sembrava appesa a un filo, infatti, è spuntata online una petizione per “salvare il ministro Costa”, considerato da alcuni “il migliore mai avuto dall’Italia”.

Una stagione si è di certo conclusa: mentre l’Italia dovrà dimostrare di saper spendere bene i miliardi del Recovery Fund, l’ex ministro tornerà “nei ranghi dell’Arma dei Carabinieri ad occuparmi sempre di ambiente che è stata un poi tutta la cifra della mia vita professionale”, come ha scritto su Facebook. A Costa succede Cingolani, persona dal CV profondamente diverso e meno “istituzionale”, già membro della task force di Vittorio Colao voluta dal Conte bis.