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Divisione diritti tv, la Seria A è un campionato comunista

La gestione dei diritti tv serie A, nella realtà dei fatti, non è così distante dalla Premier League. Morale? Non siamo inglesi, ma quasi

Non siamo inglesi, ma poco ci manca. Nel senso che la Serie A, da tutti criticata perché incapace di suddividere le proprie risorse in maniera equa alimentando la competizione, nella realtà dei fatti non è poi così distante dalla Premier League che il modello spesso citato come virtuoso per definizione.

Non siamo come loro, però la differenza è poca, almeno nei rapporti di grandezza tra l’assegno girato al più ricco e quello destinato al più povero. La differenza sta nella grandezza della torta, perché quella inglese è da oltre 3 miliardi di euro mentre la nostra si ferma a 1,3 con l’effetto che chi vince lo scudetto prende meno dell’ultima della Premier. Un gap incolmabile nel medio periodo, chissà tra un paio di decenni a patto di fare scelte e investimenti corretti.

Serie A e Premier League a confronto

Tornando alla forbice tra il ricco e il povero della compagnia, i numeri rivelano una realtà molto distante da quella che spinge tanti presidenti e osservatori terzi a piangere miseria e a incolpare le solite big di ingordigia. Prendendo come riferimento la stagione appena conclusa, il rapporto tra l’Inter, campione d’Italia, e il Crotone, retrocesso con largo anticipo, è di poco superiore al 2,2: 65 milioni incassati dalla società di Zhang contro i 29,5 dei calabresi. Dato non definitivo perché la stima non può ancora tenere conto dell’elaborazione degli ascolti tv complessivi, partita per partita, di tutto il campionato; uno dei parametri su cui si basa l’algoritmo di ridistribuzioni e che vale circa 200 milioni complessivi. La forbice si allargherà leggermente, ma il quadro è abbastanza chiaro.

E la virtuosa Premier League? La famosa forbice scende a 1,7, ovvero il rapporto tra i 178 milioni del Manchester City di Guardiola e i 105 dello Sheffield United. Che prende molto più dell’Inter, ma questa è un’altra storia, ma che ha un assegno comunque sensibilmente inferiore a quello di chi traina la locomotiva. Eppure in Inghilterra nessuno si sogna di protestare o di sostenere che le big , che con i loro investimenti sostengono l’appeal di tutto il torneo consentendo di venderlo in tutto il mondo a cifre importanti, si giovino di un vantaggio competitivo indebito.

Diritti tv, serie A e il dibattito sulla divisione della torta

Il contrario di quanto accade in Italia dove il dibattito si accende ogni volta che il tema in discussione è come suddividere la torta. Non siamo ancora inglesi, ma poco ci manca e non è nemmeno detto che sia davvero obbligatorio colmare quella distanza per avere un calcio migliore. In fondo, non potendo godere degli stessi introiti della Premier League, sarebbe controproducente penalizzare i pochi club che davvero investono sul prodotto Serie A per destinare altri soldi a squadre la cui unica ambizione è restare nel giro che conta. Cioè in A, la gallina dalle uova d’oro alimentata dalle spese di pochi altri.