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Licenziarsi dopo un figlio? Così la generazione over 30 deve scegliere fra lavoro e famiglia

A Bergamo nel 2020 1.100 lavoratori hanno lasciato il lavoro dopo la nascita di un figlio. Più colpite le donne, operaie, nella fascia d'età 34-44 anni

Oltre la pandemia c’è un sistema discriminatorio. Gli ultimi due anni, tra crisi sanitaria ed economica, hanno pesato fortemente sull’aumento della disoccupazione e in particolare sulle situazioni lavorative già fragili. Uno dei momenti più complessi e in cui più frequentemente si sceglie di lasciare la propria posizione retribuita è quello successivo alla gravidanza. Se consideriamo solo la provincia di Bergamo nel 2020 831 lavoratrici e 238 lavoratori si sono licenziati entro tre anni dalla nascita di un figlio. Lasciare il lavoro entro il primo anno di vita della prole permette inoltre di accedere all’indennità di disoccupazione.

Dimissioni post gravidanza, a Bergamo 1.500 casi all’anno

Osservando l’evoluzione di questi dati, si potrebbe pensare a un aumento nell’anno della pandemia. Invece – considerando sempre la provincia di Bergamo – a scegliere di lasciare il proprio impiego erano nel 2019 1051 lavoratrici e 379 lavoratori, nel 2018 1071 donne e 354 uomini. Il dato del 2020, quindi, è più basso semplicemente perché molte donne hanno affrontato la gravidanza già da disoccupate. I loro contratti erano giunti al termine e non sono stati prorogati o resi a tempo indeterminato, quindi sono semplicemente rimaste senza un impiego salariato.

Chi perde il lavoro dopo un figlio, il profilo: donna, operaia, fra i 34-44 anni

La ragione alla base di questa situazione è la mancanza di iniziative statali e pubbliche capaci di favorire e consolidare la presenza femminile – e delle categorie marginalizzate in generale – nel mondo del lavoro e di sostenere le famiglie alleviando il lavoro di cura. Tornando ai dati, la fascia d’età maggiormente coinvolta tra chi ha lasciato l’occupazione dopo una gravidanza va dai 34 ai 44 anni. E, sempre a livello statistico, i casi più frequenti riguardano un solo figlio all’interno del nucleo familiare. Se la gestione di un solo nuovo nato risulta così problematica da gestire, tra servizi per l’infanzia assenti o con prezzi proibitivi e contratti di lavoro non rinnovati, risulterà sempre più complesso per i giovani e le giovani italiane allargare il nucleo familiare.

Inoltre, i licenziamenti alla nascita di un figlio non colpiscono le donne allo stesso modo degli uomini, con queste ultime che sono più esposte alla perdita di un impiego. Ciò avviene anche perché spesso ricoprono posizioni meno qualificate – più semplici da rimpiazzare per le aziende – e per meno ore. Quando sulle proprie spalle pesa il carico mentale di gestione della casa e della famiglia, la sfera lavorativa ne risente. Non è quindi un caso che nella provincia di Bergamo nel 2020 le lavoratrici che terminano un contratto di lavoro dopo la gravidanza sono molte di più tra impiegate e operaie (rispettivamente 479 e 278 donne) e meno tra dirigenti e quadri (rispettivamente 24 e 9 donne), come denunciato da un rapporto della Cisl provinciale.
Per risolvere questo ostacolo nella vita lavorativa italiana è dunque necessario ripensare i servizi per l’infanzia disponibili (asili nido, baby-sitting, etc.) e proporre all’interno dei contesti lavorativi dei servizi utili per conciliare la vita privata e l’impiego retribuito.

Il tutto riducendo il gender pay gap e facilitando l’accesso delle donne alle posizioni qualificate e apicali. Una strada non semplice da percorrere ma che, anche alla luce di questi ultimi due anni, richiede di essere intrapresa con urgenza.

di Elisa Belotti