Politics La stagione dei licenziamenti con lo strano asse Draghi-Landini

La stagione dei licenziamenti con lo strano asse Draghi-Landini

di Francesco Floris

Un ex Goldman Sachs e un ex Fiom. Seduti allo stesso tavolo. Due mesi ed è scattato l’amore. Il segretario della Cgil di Mario Draghi ha detto: “Un discorso programmatico di alto profilo quello del presidente del Consiglio”. O ancora: “Ha consultato le parti sociali” dice il segretario Cgil con soddisfazione. Fisco ed evasione? “Base utile per una trattativa”. Ma soprattutto: “La realizzazione di grandi obiettivi ha bisogno del consenso e del coinvolgimento del mondo del lavoro”.

Ha ragione Maurizio Landini. I “grandi obiettivi” sono molti. Nel mondo sindacale gira un mantra: sbloccare i licenziamenti? Senza la Cgil non si fa. Sarà pure finito da tempo il Novecento e la “crisi dei corpi intermedi” è una delle passioni del giornalismo nostrano, ma rimane il fatto che dopo aver perso un milione di occupati durante il “blocco” dei licenziamenti – come certificato dall’Istat nelle ultime ore – perderne un altro milione con la contrapposizione del più grande sindacato d’Italia e i suoi 5,5 milioni di iscritti, non è fattibile. Sono soprattutto dipendenti pubblici – si dirà. Vero solo in parte come ha dimostrato la mobilitazione generale della filiera contro Amazon. Ma poi: chi li spende i soldi del Recovery Plan se non la macchina pubblica? E se venisse interrotta da agitazioni sindacali? Bisogna cogliere i segnali: se anche Renato Brunetta, per ora, ha abbassato i toni rispetto a una carriera di astio verso gli statali “fannulloni” qualcosa vorrà dire. La realtà è che lo Stato sarà per lungo tempo l’unico datore di lavoro che assume in Italia.

Il presidente del consiglio chiamato dalla Bce conosce bene la realtà. Non a caso una delle prime “chiamate” ai tavoli dove si decide è stata quella indirizzata al leader sindacale. La realtà è che a breve c’è da sbloccare i licenziamenti e sarà un bagno di sangue.

Le proposte di riforma del mercato del lavoro depositate sul tavolo “da sinistra” fanno sorridere, perché replicano quanto avvenuto negli ultimi 25 anni con scarsi risultati. A oggi la direzione che prenderà la riforma del decreto Dignità, per dirne una, pare segnata: via le causali per i contratti a termine; allungamento dei tempi fino a 36 mesi, invece che 24 e senza contare il periodo pandemico, il che significa che un lavoratore potrebbe rimanere precario in azienda tranquillamente per 5 anni prima della stabilizzazione o, più probabilmente, di ripartire in un’altra azienda; sgravi contributivi alle imprese che assumono a termine, non diversamente da quanto avviene costantemente dal 2015 di Matteo Renzi in poi cambiando nome agli incentivi. Prima per “l’occupazione”, poi “all’assunzione”, poi ancora alla “conversione” dei contratti. Sempre sgravi sono e a leggere le audizioni in Commissione Finanze al Senato sul Recovery Plan pare che tutti credano di aver trovato con gli incentivi fiscali il proiettile d’argento: dagli esercenti cinematografici agli stabilimenti balneari.

Il ruolo del Pd? Come sempre ambiguo. Ma se è vero che la nuova vice segretaria scelta da Enrico Letta, Irene Tinagli, se la dovrà pur vedere con l’omologo Peppe Provenzano di sensibilità opposte, nel partito la “sua” linea è quella dominante sul lavoro. E cosa pensa la giovane Tinagli del lavoro? Apprezzata dai “padri nobili” come Pietro Ichino, nei fatti pensa quello che pensava Tiziano Treu 25 anni fa quando prese piede il percorso di “flessibilizzazione”, per alcuni, “precarizzazione” per altri dell’occupazione italiana. I due siedono anche insieme nel “Comitato dei Garanti” de Il Diario del Lavoro, quotidiano online delle relazioni industriali.

A proposito: l’industria e le filiere si ristrutturano. Anche chi non ha perso nemmeno un giorno di lavoro in pandemia. Per esempio? La logistica. A titolo di feticcio prendiamo il caso di Just Eat. Assume i rider con una svolta epocale? Certo, ma il contratto è di gran lunga penalizzante rispetto al Ccnl, in particolare nei primi anni, su tutta una serie di straordinari, banca ore, part time involontari (quasi tutti a 10 o 20 ore settimanali), turni spezzati, pause non retribuite. Spazio larghissimo agli interinali con quella che viene chiamata “amazonizzazione”. Si accumulano solo il 30% dei permessi e dei Rol disponibili. Hanno il minimo salariale a 8,50 euro? Sì, ma comprensivo di 13esima e 14esima. È meglio dal caporalato scoperto dalla procura di Milano – ci mancherebbe – , forse meglio del cottimo, ma non è una rivoluzione. E nel mondo di Assodelivery, dietro le quinte, girano gran botte anche fra le aziende.

O ancora: TNT-FedEx, il colosso delle spedizioni reso celebre a Hollywood da “Cast away” con Tom Hanks che consegna il suo pacco anni dopo essere precipitato in mezzo all’Oceano. Cosa fa in Italia? Chiude i siti logistici dopo aver promesso nero su bianco un mese prima davanti ai prefetti che non ci sarebbero state ricadute occupazionali. Prendendosi beffa del governo italiano e dei suoi emissari sul territorio. Non lo fa per ragioni economiche o organizzative e chiunque abbia un po’ di occhio lo capisce: perché chiudere Piacenza per aprire in sostituzione a Novara non ha alcun senso logistico visto che l’Italia è a forma di “Y” e le infrastrutture, i trasporti e le rotte commerciali seguono quello schema, con l’Emilia a fungere da punto di intersezione. Non hanno un problema di liquidità perché propongono buonuscite mai viste nel settore a bassa qualifica dei facchini. Chiude a Piacenza perché il sindacato di base SI Cobas con il 90% degli iscritti ora pretende troppo e fa pagare troppo i lavoratori dopo anni di battaglie che durano da un quindicennio.

Si va invece verso il modello “Amazon” con una grande maggioranza dei dipendenti interinali affidati a Agenzie del Lavoro. A Padova? Pur di non avere a che fare con il sindacato di base addirittura TNT-FedEx sigla un accordo con la sola Cgil che rappresenta 20 dei 180 lavoratori presenti. La promessa? Tutti assunti in azienda, fine dei sub appalti a cooperative di lavoro e consorzi. È vera. Ma l’accordo peggiora le condizioni precedenti su scatti contrattuali, premi di produzione e soprattutto approda la gestione individualizzata del rapporto azienda-lavoratore.

A Milano? Fuori dai cancelli si muove la società di sicurezza e vigilanza SKP – fondata dal “bodyguard” che bloccò Tartaglia, il lanciatore di statuette del Duomo contro Silvio Berlusconi – per fare lavoro di sicurezza e intelligence sullo stabilimento e sugli operai. Poco importa che dei privati qualche volta agiscano come se fossero carabinieri, soprattutto durante gli scioperi, con tanto di denunce penali depositate in una Procura, quella di Milano, molto attenta a UberEats e poco a tutto ciò che muove intorno, fuori dalla città luccicante delle consegne a ogni ora del giorno e della notte.

Questo sta avvenendo nel Paese, il Paese reale. Draghi lo sa. Landini pure. E va governato insieme a tutti i costi. Diceva e scriveva il senatore Alberto Bagnai, economista di sinistra radicale prima di farsi eleggere con la Lega di Matteo Salvini in quanto simbolo del sovranismo – monetario e non solo –, che “gli schizzi di sangue stonano meno sul grembiule rosso”. Ecco, qualcuno sta estraendo il grembiule dal cassetto.

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