Antimafia e marchette, Trump e Lega: la strana parabola di Rudy Giuliani

Salvini punta su sull'ex sindaco di New York, Rudolph Giuliani, che in questo momento è nella fase calante della sua parabola politica

Una storia da romanzo quella di Rudolph (detto Rudy) Giuliani, ospite d’onore della “conferenza programmatica” della Lega a Roma. E’ così, con nomi internazionali, che Matteo Salvini tenta di riprendersi il centro della scena, dopo che la leader di Fratelli d’Italia – Giorgia Meloni – ha riunito 4.200 delegati a Milano per una convention di tre giorni dall’aria faraonica.

Con Giuliani la Lega cerca di tenere il passo con Fd’I

Il Carroccio non prende solo le mosse da Fd’I, ma anche gli ospiti. A Roma, come a Milano, saranno infatti presenti Carlo Nordio (che qualcuno ricorderà come nome di sbarramento della destra durante le elezioni per il Quirinale), Alfredo Mantovano e l’ad di Terna, Stefano Donnarumma. Tre gli ospiti esclusivi della Lega, l’ad di Eni Claudio Descalzi, l’ad di Enel Francesco Storace e, infine, Rudy Giuliani (che dialogherà a distanza con il direttore del Tg2 Gennaro Sangiuliano).

La destra e il mondo: ognuno ha i suoi “guru”

Il fatto di interloquire e avere rapporti con personaggi di spicco del conservatorismo mondiale non è certo una novità per i partiti della destra italiana. Basti pensare a Steve Bannon, il guru dell’antiestablishment che ha guidato come stratega l’ascesa di Donald Trump. Bannon è stato vicino a Salvini, ma soprattutto a Meloni, tanto da prometterle pubblicamente – nel 2020 – sostengo e aiuto per le imminenti campagne elettorali.

Giuliani, peraltro, ha dalla sua le origini italiane (da parte di entrambi i genitori). Nasce infatti a Brooklyn, New York, nel 1944 da una coppia originaria del pistoiese. Sebbene suo padre sia un gestore di case da gioco clandestine, Rudy decide di darsi agli studi di giurisprudenza, laureandosi in legge alla “Law School” della New York University.

Gli esordi con i Dem, alla “tolleranza zero” contro la mafia

Quello che non tutti sanno è che Giuliani si affaccia alla politica americana non nel campo conservatore, bensì in quello democratico.

Nel 1968, infatti, lavora come volontario per la campagna presidenziale di Bob Kennedy, ucciso a giugno dello stesso anno al pari del fratello John. Rudy, a quel punto, abbandona momentaneamente la politica per dedicarsi all’attività legale. Diventa, neanche trentenne, Procuratore distrettuale a Manhattan. Poi avvocato nel settore privato e, soprattutto, Procuratore federale del distretto sud di New York su nomina di Ronald Reagan nel 1983. E’ allora che Giuliani avvia quella politica della “tolleranza zero” che gli permetterà di trattare con il pugno di ferro sia la criminalità comune che quella organizzata.

E’ a questo periodo, infatti, che risalgono i contatti di lavoro con i magistrati più importanti dell’antimafia italiana: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

“Uomo dell’anno” dopo l’11 settembre

Dal punto di vista politico, negli anni novanta Rudy approda definitivamente al campo conservatore. Forte della reputazione di “uomo d’ordine”, guadagnata durante i suoi incarichi al dipartimento di Giustizia, Giuliani si candida alle elezioni a sindaco di New York nel 1989.

Viene battuto dal democratico David Dinkins, ma riesce nell’impresa quattro anni dopo – nel 1993 – e ancora nel 1997. E’ ancora sindaco l’11 settembre 2001. Lavora così alacremente per favorire la ripresa della Grande Mela dopo gli attentati terroristici da guadagnarsi la copertina del Time. Viene eletto “Uomo dell’Anno”. Dopo una sfortunata tornata di primarie repubblicane nel 2008, Giuliani si dedica anima e corpo anche al business. Cosa che aveva cominciato a fare già dai primi anni duemila.

Dalle società di consulenza legale a quelle per gli investimenti bancari: Rudy diventa una delle colonne della finanza newyorchese.

Il sodalizio (pubblico e privato) con Trump

Il ritorno all’agone politico arriva nel 2016, anno in suo destino si incrocia con quello di Donald Trump. Quest’ultimo, eletto presidente, lo nomina Consigliere per la sicurezza informatica della Casa Bianca, nonché suo avvocato personale. Con le presidenziali del 2020 – vinte da Joe Biden – Giuliani diventa una delle voci più potenti nel denunciare i presunti brogli che avrebbero macchiato la tornata elettorale. E’ lui uno dei principali speaker del comizio che precede l’assalto al Campidoglio del 6 gennaio, in cui chiede “un processo per combattimento” sui brogli, ispirandosi ad una nota scena della serie “Il Trono di Spade” (spiegazione sua).

Il “vizietto” del sigaro

Quella dell’ex primo cittadino di New York è una storia fatta anche di interessanti, a volte comici, intrallazzi con il mondo del business e della pubblicità. Soprattutto sul web, anche quando parla di argomenti politici molto seri. Giuliani non disdegna di piazzare prodotti sponsorizzati che pagano per la sua immagine e capacità di raggiungere pubblico. In un video sul suo canale Youtube, poi rimosso, lo si vedeva arringare i sostenitori di Trump dicendo loro che sì, le prove dei brogli elettorali c’erano. Salvo fermarsi, a un certo punto, per accendersi un sigaro e far pubblicità ad un marchio brandizzato.

Giuliani e la Commissione d’inchiesta sul 6 gennaio

Oggi, nel momento in cui la Lega lo invita come ospite d’onore al centro congressi la Lanterna di Roma, Giuliani è nel mirino della Commissione d’inchiesta della Camera dei rappresentanti americana che indaga sulla rivolta al campidoglio della scorsa Epifania. A inizio maggio, l’ex procuratore di New York, si è rifiutato di presentarsi di fronte al comitato. Ha negoziato per settimane i termini per rilasciare una testimonianza. I deputati, capeggiati dal democratico Bennie Thompson, vorrebbero conoscere dettagli sulle ore che hanno preceduto la rivolta, durante le quali Giuliani è stato molto vicino a Trump. Rudy, tuttavia, vuole che dall’indagine restino fuori tutti gli elementi che rientrano nel “rapporto di segretezza” tra un legale (Giuliani) e il suo cliente (Trump). In ogni caso, l’ex sindaco ha assicurato che ha intenzione di collaborare. E c’è da crederci, considerato che alti papaveri conservatori – come il già citato Bannon – sono stati incriminati per oltraggio al Congresso a causa della loro mancata collaborazione con la Commissione.