La Procura di Milano ha disposto il controllo giudiziario d’urgenza nei confronti di Deliveroo Italy, la società di food delivery che, secondo le indagini, avrebbe impiegato circa 3.000 rider solo nel capoluogo e circa 20.000 in tutta Italia in condizioni di caporalato aggravato. L’amministratore unico Andrea Zocchi è stato iscritto nel registro degli indagati, mentre la società è ora sotto la lente per responsabilità amministrativa degli enti.
Le accuse di sfruttamento
Il cuore dell’inchiesta ruota attorno a presunti casi di sfruttamento del lavoro. Secondo la Procura, la remunerazione corrisposta ai rider sarebbe stata “in alcuni casi inferiore fino a circa il 90% rispetto alla soglia di povertà e alla contrattazione collettiva”. Le cifre medie si aggirerebbero tra “3 e 4 euro lordi” a consegna e l’86,5% dei rider risulterebbe percepire paghe inferiori al Contratto Collettivo Nazionale della Logistica, spiega il pubblico ministero Paolo Storari.
Su un campione di 50 rider sentiti come testimoni è emerso che il 73% percepiva una retribuzione mensile al di sotto dei 1.245 euro lordi, il che comporta uno scostamento medio di oltre 7.200 euro l’anno rispetto alla soglia di povertà. “Una remunerazione che non è proporzionata né alla qualità né alla quantità del lavoro prestato al fine di garantire una esistenza libera e dignitosa”, sintetizza la Procura, citando l’articolo 36 della Costituzione.
Indagini tecniche sulla piattaforma: stalking dei riders?
L’inchiesta fa luce anche sulle modalità operative della piattaforma. Nonostante i rider risultino formalmente partite Iva in regime forfettario, tutti gli aspetti del ciclo lavorativo — dalla raccolta degli ordini ai tempi di remunerazione e alla contabilità — dipenderebbero “dall’algoritmo e dalla piattaforma informatica”. Gli inquirenti parlano di una modalità di lavoro che non ha nulla a che fare con l’autonomia di un lavoratore indipendente: “L’attività non si presenta come una libera organizzazione di servizi di trasporto, bensì come l’esecuzione di singole consegne interamente incardinate nella piattaforma digitale”.
Secondo una consulenza tecnica, la app era in grado di effettuare “un monitoraggio di tipo continuo” su ogni rider: identità, mezzo, ordini, storico dei pagamenti, posizione GPS, velocità e traiettorie percorse, perfino il livello di batteria del dispositivo. “Questo è tipico di un modello che può modulare assegnazioni o priorità sulla base di metriche”, si legge nel decreto. In più, veniva segnalata una “opacità diffusa sulla composizione del compenso e sui criteri algoritmici di pricing”.
Le testimonianze dei riders
“Tredici ore al giorno, sette giorni su sette per poco più di tre euro a consegna”, racconta una delle testimonianze raccolta dagli inquirenti. Altri parlano di “costante compressione dei margini economici per l’incidenza dei costi e dei tempi non remunerati”, di rischio di sospensione “improvvisa della fonte di reddito” a causa di blocchi dell’account, di “vulnerabilità economica e assenza di tutele tipiche del lavoro subordinato”.
I dati acquisiti mostrano che i rider percorrono in media 50-60 km al giorno. In diversi casi, la paga netta mensile non superava i 1.100 euro, senza tredicesima, quattordicesima e Tfr, e senza retribuzioni nei periodi di assenza per malattia o altro.
La Procura di Milano: “Non si devono più ripetere più situazioni analoghe”
Il provvedimento segue di meno di un mese quello emesso nei confronti di Glovo-Foodinho. Anche in quel caso, la giustizia aveva ravvisato una situazione di “illegalità che è indispensabile far cessare al più presto, considerando che coinvolge un numero rilevante di lavoratori che vivono con retribuzioni sotto la soglia di povertà”.
La situazione rimane in evoluzione. Secondo l’accusa, Deliveroo avrebbe adottato una “politica di impresa che rinnega esplicitamente le esigenze di rispetto della legalità” e modelli organizzativi rivelatisi inefficaci nel prevenire forme di pesante sfruttamento lavorativo. Al momento, la società risulta indagata, mentre il controllo giudiziario rappresenta una misura volta a monitorare e modificare, se necessario, le dinamiche di gestione del lavoro dei rider in attesa di chiarimenti definitivi dalla giustizia.
Restano aperti, al termine di questa fase, i punti interrogativi su come il sistema delle piattaforme digitali potrà adeguarsi a uno standard di maggiore tutela, evitando che la tecnologia si traduca in nuove forme di vulnerabilità per gruppi di lavoratori già deboli. Secondo la Procura, “è necessario vigilare sul rispetto dei diritti fondamentali dei lavoratori, perchè non si ripetano situazioni di questo tipo“.
