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Comunali Milano: la “variante meneghina” una costante del panorama politico

Nella storia il sindaco di Milano è quasi sempre in antitesi con la tendenza nazionale. Per la politica una vera e propria "variabile Milano"

Col senno del poi è semplice dirlo, ma qualche indizio sulla possibilità di un risultato storico lo lasciava presagire anche il diretto interessato. “Proviamoci. Possiamo vincere al primo turno” aveva chiosato qualche giorno fa lo stesso Beppe Sala, che ha seguito lo spoglio dei voti dal suo ufficio di Palazzo Marino, ignorando ogni scaramanzia di una prassi che era quasi diventata tabù – dal 2011, quando non aveva portato bene a Letizia Moratti contro Giuliano Pisapia.

Comunali Milano, Beppe Sala confermato al primo turno

“Sta maturando un evento quasi storico” ha commentato il sindaco rieletto. Dopo Albertini, Sala è il secondo a riuscirci da quando esiste l’elezione diretta del primo cittadino; il terzo insieme ad Albertini e Moratti a vincere senza ballottaggio; il primo nella storia del centrosinistra meneghino a ottenere il secondo mandato. Il “quasi” è però d’obbligo anche per il vincitore, perché a lenire il trionfo pesa l’astensionismo – questo sì storico, con l’affluenza al 47,6% che rappresenta un record in negativo: nel 2016 era al 54, nel 1993 al 78%.

La dicitura “storico” calza invece a pennello per un voto che si inserisce a pieno titolo nella tendenza storica che vuole Milano in contrasto con le inclinazioni della politica nazionale. Così a Milano Sala, un indipendente supportato del centrosinistra, ottiene la riconferma a sindaco in un momento storico in cui il centrodestra sembrava avanzare nel resto del paese. Milano rappresenta un’eccezione rispetto al sistema-Italia, sempre da quando la Legge 81 ha decretato l’elezione diretta del sindaco nel 1993.

Comunali Milano: la “variante Milano” dal 1993 ad oggi

Proprio nel 1993 inizia la serie storica alla base dell’originalità sotto la Madonnina. A contendersi Palazzo Marino sono Nando Dalla Chiesa – figlio del generale ucciso dalla mafia, che attorno a La Rete di Leoluca Orlando unisce tutta la sinistra – e Marco Formentini della Lega Nord. Nel paese imperversa ancora la foga di Tangentopoli, che ha spazzato via socialisti – al governo di Milano dal 1967 – e Dc. Mentre la scesa in campo di Berlusconi è ancora lontana a venire, il Pds ha preso il posto del Partito Comunista e si prepara a guidare la politica italiana, dopo essere entrato nel governo tecnico di Ciampi ad aprile del 1993. La strada per “il sindaco coi baffi” – fondatore di Società Civile, docente universitario intellettuale – e per la sinistra sembra tutta in discesa. Ecco che invece alle elezioni comunali del 6 giugno e al ballottaggio del 20 la spuntano i lumbard, sfavoriti della vigilia.

Gabriele Albertini, un sindaco di centrodestra che ha ribaltato le tendenze nazionali

La caduta di Milano nel 1993 evidenzia i primi segnali di scollamento del mai nato fronte comune a sinistra, mentre fa da volano all’alleanza strategica del nascente centrodestra per il 1994. Il connubio poli-amoroso del Polo delle Libertà ha però vita breve. Quando nel 1997 Milano torna a votare, il paese è nel bel mezzo dell’avvio della stagione del bipolarismo, con l’alternanza al governo tra Berlusconi e Prodi. Nel 1996 Bossi disarciona il Cavaliere e Prodi riporta unità nel centrosinistra e l’Ulivo al governo. Lo schema sembra riproporsi all’ombra del Duomo, con le frizioni tra Lega e Forza Italia che impediscono la rinomina di Formentini. Berlusconi e Bossi “pescano” dalla società civile Gabriele Albertini, che sembra avere vita durissima contro il collega imprenditore senza tessera di partito Aldo Fumagalli. Ancora una volta i pronostici della vigilia che guardano alle tendenze nazionali vengono smentiti. L’11 maggio 1997 Albertini vince al ballottaggio, inaugurando quasi 15 anni di governo del centrodestra a Milano.

Il secondo mandato di Gabriele Albertini

Se si analizza nel dettaglio il momento in cui Milano torna al voto per le prime due comunali del nuovo millennio, entrambe vinte dai candidati del Pdl, ci si accorge però come la tendenza all’unicità di Milano non cambi. Il 13 maggio 2001 al governo del paese c’è Giuliano Amato, storico leader socialista ora indipendente, che però guida il suo secondo esecutivo con l’appoggio di tutti i partiti di sinistra dopo la caduta di D’Alema. Le tensioni interne all’Ulivo esplodono con il voto a Milano, a cui il centrosinistra si presenta frammentato. Le candidature di Milly Moratti e Antonio Di Pietro tolgono ossigeno a Sandro Antoniazzi, sindacalista della Cisl, che floppa tremendamente, consentendo ad Albertini di ottenere la rielezione senza passare dal ballottaggio.

Comunali Milano, l’elezione di Letizia Moratti

Il 2006 è un anno indimenticabile, anche a livello politico. Ad aprile l’Unione di Prodi vince per una manciata di voti degli italiani all’estero quella che probabilmente è stata l’elezione politica più tirata della storia politica italiana. Il governo Prodi II s’insedia il 17 maggio, undici giorni dopo il centrodestra milanese si riconferma a Palazzo Marino. Il 28 maggio Letizia Moratti stravince su Bruno Ferrante, ex prefetto originario di Lecce scelto dall’Unione, con il 51% che evita il secondo turno.

Giuliano Pisapia e l’azzardo della sinistra arancione

Nel 2011 il centrodestra è nuovamente al governo con il IV governo Berlusconi, quando Letizia Moratti cerca la riconferma contro Giuliano Pisapia. L’avvocato con un passato in Democrazia Proletaria e appoggiato da Sel non gode dell’iniziale supporto dell’establishment del Partito Democratico, che punta su Stefano Boeri. Gli azzardi riusciti di Pisapia e una campagna elettorale sbagliata da parte della Moratti consentono alla sinistra di riconquistare Milano, a pochi mesi dalla caduta – stavolta definitiva – di Berlusconi il 16 novembre 2011.

Beppe Sala e la prima sfida con Stefano Parisi

L’unica eccezione alla tendenza che vede la politica milanese in contrapposizione con quella nazionale sembra essere rappresentata dalla scorsa elezione, quando il 19 giugno 2016 Sala batte al secondo turno Stefano Parisi. Sembra un risultato in controtendenza con la serie storica, in quante in giorni a Palazzo Chigi c’era Matteo Renzi del Pd, partito di cui Sala non ha la tessera ma a cui è legato. È però bene ricordare come all’epoca mancassero meno di sei mesi al referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, destinato a segnare il tramonto politico di Renzi. Da tempo il vento della politica nazionale aveva iniziato a soffiare in direzione contraria rispetto a quella di chi governa a Milano. Come in fondo è sempre stato.