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Salute mentale. “C’è un’escalation, pubblico e privati capiscano che è un investimento sul futuro”

Ansia, depressione, stress post traumatico: la salute mentale in epoca post-Covid è una vera emergenza. E servono investimenti

I numeri sono solo la “punta dell’iceberg”. Che comincia ad affiorare. Durante la pandemia un centro di salute mentale su cinque ha chiuso. Uno su quattro ha ridotto gli orari con conseguente minore accesso per pazienti, caregiver, famiglie. “Ci sono una serie di pazienti che sono stati persi al follow up” dice a True Pharma Fabrizio Ballantini, Managing Director di Otsuka, multinazionale giapponese tra le più impegnate al mondo nel campo della salute mentale che il 17 giugno è intervenuto a “The True Show” su Telelombardia.

“Ritorneranno, certo, ma con una condizione peggiorata”. L’iceberg si vede anche dalla superficie della cronaca: il 23 giugno ad Imperia tre pazienti psichiatrici hanno ferito nove operatori sanitari. “È sempre successo ma c’è un’escalation nei casi di cronaca quotidiana – afferma Ballantini – con segnalazioni di eccessi da parte di pazienti psicotici che vanno oltre. È una fase di recrudescenza”.

Ansia, depressione, stress post traumatico: le conseguenze del Covid-19

Gli studi in corso fotografano i numeri preliminari delle conseguenze psichiatriche del Covid-19. Ma già parlano di aumento delle diagnosi di ansia, depressione, stress post traumatico e delle ricadute sui pazienti psicotici che hanno l’impatto più importante. Tra gli aspetti meno raccontati? “La pandemia ha portato via tante persone anziane, interi pezzi di famiglia – spiega il manager – che erano i primi caregiver per molti pazienti 40-50enni seguiti dai genitori in un sistema che poggia proprio sulla famiglia, in particolare per patologie quali la schizofrenia”. Chi si prenderà carico di questi “vuoti” con modalità celeri ed efficaci? Per oggi è un mistero.

Dal Pnrr arrivano i fondi, ma mancano i dettagli

Nel Piano nazionale di ripresa e resilienza mancano dettagli specifici per l’incremento delle risorse da destinare alle strutture territoriali. C’è una mozione alla Camera dei Deputati a prima firma dell’ex Ministra della Salute, Beatrice Lorenzin, approvata all’unanimità il 16 giugno, e che riporta 32 punti su che cosa deve fare l’Italia per far fronte allo storiche necessità e a quelle che emergeranno: finanziamento dei programmi regionali, che oggi rappresentano il 3,5% del fondo sanitario mentre l’intesa sancita in Conferenza Stato-Regioni attesta un livello minimo ad almeno il 5%; l’aumento dei posti letto pubblici dedicati, razionalizzati nel decennio pre-pandemia; implementare la telepsichiatria e telepsicologia perché se nel Recovery la voce “telemedicina” è sottolineata più volte meno la sua applicazione nel campo della salute. Ci sono poi indicazioni contabili-organizzative: a oggi il budget per la salute mentale è frammentato e, di fatto, non esiste in se stesso. Suddiviso fra farmaceutica, ospedali, strutture residenziali, quando invece l’unica cosa che “serve è una visione olistica del paziente che accede a tutti questi servizi” spiega Ballantini. Significa avere un “costo-paziente” una “sintesi economica, professionale e umane” in funzione “del progetto terapeutico centralizzato”.

Salute mentale, e la formazione?

Capitolo formazione? Mancano gli psichiatri e gli infermieri con la necessità di un adeguamento delle società scientifiche a livello universitario perché sfornino nuovi operatori sanitari che oggi non si trovano per un mix di concause: dal numero chiuso nelle Università all’assenza di percorsi chiari e definiti che portino lo studente a concludere fino ai colli di bottiglia nel post laurea professionalizzante. Infine gli investimenti su innovazione farmacologica. Non significa solo risorse. C’è un tema che riguarda in particolare “il sistema di governance farmaceutica e le clausole di equivalenza che non aiutano” oltre alla rapidità “nell’accesso alle cure sia per l’approvvigionamento di farmaci che per riabilitazione e psicoterapia”. Oggi? “L’accesso è completamente diverso – dice Ballantini – ma non da Regione a Regione bensì da centro a centro. Lavorare su percorsi diagnostico-terapeutici appropriati a seconda del tipo di patologia per ridurre la disomogeneità e la discrezionalità che la fa da padrona nel nostro Paese è una delle priorità”.

Tanti pazienti, ma in poche strutture. Con operatori sanitari sotto stress

Disomogeneità che è anche lombarda. Un sistema, quello della Locomotiva d’Italia, fatto di un numero di strutture residenziali allineato alla media ma con una percentuale di ammissioni più elevata. Tradotto? Significa che vengono presi in carico tanti pazienti ma proporzionalmente in poche strutture con alta densità e livello di stress da parte degli operatori sanitari che può impattare sulla qualità del servizio. Mentre invece le strutture territoriali per numero di abitanti – in questo senso la soluzione – è sotto la media. “Va stabilito un principio – chiude il dirigente di Otsuka –: spendere in sanità non è un costo ma un investimento. Lo devono capire gli attori pubblici e privati”. Ad esempio? “Se ogni azienda introducesse uno sportello e delle ore di supporto psicologico per i dipendenti, come avviene all’estero dove non è minore lo stigma per la salute mentale, immaginiamo cosa potrebbe accadere”.