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Vaccino italiano? Zuccotti: “Bassi costi e conservazione facile”

“Vaccino della Statale”, in onore dell'Università degli Studi di Milano: il sogno in grande del team guidato da Gianvincenzo Zuccotti

Lo hanno chiamato il “Vaccino della Statale”. In onore dell’Università degli Studi di Milano. È il sogno in grande del team guidato da Gianvincenzo Zuccotti, Preside della Facoltà di Medicina dell’ateneo meneghino e Direttore Pediatria e Pronto soccorso pediatrico dell’Ospedale “Vittore Buzzi” dell’Asst Fatebenefratelli-Sacco. C’è grande attesa per i primi risultati che dovrebbero arrivare in queste ore dopo i prelievi sulle cavie a cui sono state somministrate le due dosi. L’obiettivo? “Vedere se dopo 21 giorni dalla prima delle inoculazioni – ha spiegato Zuccotti durante l’evento “Vaccino italiano: prima tappa Milano” organizzato da True-News il 15 aprile (GUARDA IL VIDEO) – sono stati in grado di produrre anticorpi, vedere se hanno attività neutralizzate e soprattutto se riescono a indurre memoria immunologica”. Si questa fase si conclude in maniera positiva il prossimo step sono i test sull’uomo. In caso contrario bisognerà attendere un altro mese per analizzare gli esiti della seconda dose del vaccino.

Un vaccino diverso da quelli prodotti finora

Come funziona? È un vaccino diverso da tutti quelli brevettati e prodotti fino ad ora contro il Covid a livello globale. “Utilizziamo microrganismi unicellulari – spiega il preside della Facoltà di Medicina – per veicolare l’antigene che dovrà poi indurre anticorpi contro il Covid”. La grande novità? “Questi organismi si dirigono in maniera selettiva all’interno del sistema immunitario, dentro i santuari dove si evoca la risposta immunitaria e la memoria immunologica. Interessano proprio le cellule che vogliamo siano coinvolte nella risposta anticorpale”. In sostanza vengono introdotti dei microrganismi che sono stati ingegnerizzati per produrre questa cosiddetta “proteina spike” e una volta somministrati producono l’antigene che determina la genesi di anticorpi. La grande sfida, però, è quella della “memoria immunologica”. “Non solo produrre anticorpi – spiega il professore – ma fornire una memoria persistente perché è solo a quel punto che si esce davvero dal problema a livello globale” altrimenti “purtroppo dovremmo abituarci a vaccinare almeno per qualche anno riservando le dosi, come già facciamo per l’influenza, alle persone più fragili e di una certa età.

Poco costoso e facile da conservare

Un vaccino italiano quindi? Sì, è la speranza. Costi bassi e facilità di conservazione assicurano dal team di Zuccotti impegnato sulla partita e che ha potuto tentare la sperimentazione grazie non al colpo di genio ma alla lungimiranza. A cominciare dallo stanziamento fatto nel 2016 dalla Fondazione Invernizzi che ha messo sul piatto 12 milioni di euro per creare il Centro di Ricerca Pediatrico all’Ospedale Sacco e grazie al quale oggi quei ricercatori stanno provando a sviluppare il “Vaccino della Statale”. Se la tabella di marcia segue gli ottimi risultati della sperimentazione in vitro, dopo i test sull’uomo, potrebbe essere pronto per fine anno. Ma c’è di più. Il team di scienziati è impegnato da anni su un’altra battaglia per poi ha generato il progetto del vaccino italiano. “Se funziona sul Covid – spiega Zuccotti – può funzionare anche su un’altra malattia devastante a livello globale che di solito ci preoccupa solo quando andiamo in viaggio: la malaria”. Che fa 400mila morti all’anno, soprattutto fra i bambini. Per questa ragione la tecnologia è nata dentro un centro di ricerca pediatrico.

Sì alla riapertura delle scuole

E parlando dei più giovani Zuccotti ha voluto anche esprimersi su uno dei temi più caldi dell’agenda politica italiana. La riaperture delle scuole, con annessi, connessi, rischi e timori da parte di opinione pubblica e classe dirigente. Aumento dei contagi? “La scuola non è un amplificatore” dice Zuccotti. Lo sostiene “con cognizione di causa” alla luce di una pubblicazione scientifica in corso di peer-review proprio in questo momento e dopo aver condotto assieme al Provveditorato della Lombardia guidato da Marco Bussetti uno screening sierologico su un campione di 15 scuole. Prima a settembre 2020, poi a dicembre dello scorso anno e ora in fase di ripetizione per la terza volta. “Abbiamo visto che la percentuale dei contagi sui bambini sì passa dal 3% al 13% ma nello studio che è ora in fase di pubblicazione mostriamo che la scuola riflette esattamente quello che accade nella comunità in generale. Se il virus circola molto nella società arriva anche a scuola, ma come conseguenza non come causa”. “Certo è – aggiunge – che se è in questa fase di riapertura associassimo un monitoraggio con sistemi non invasivi, ci permetterebbe di evitare che alcune classi o addirittura intere scuole finiscano chiuse e in quarantena”. Le conseguenze sanitarie del Covid sui bambini? “L’unica vera manifestazione clinica che hanno avuto i bambini durante la pandemia è questa sindrome infiammatoria multisistemica che tende a comparire 3-4 settimane dopo l’infezione, a distanza tardiva” spiega il Primario di Pediatria. “Durante la prima ondata pandemica abbiamo avuto nella nostra struttura di Milano circa una ventina di bambini ricoverati che purtroppo, a volte, richiedono la permanenza per alcuni giorni in terapia intensiva pediatrica proprio perché sono coinvolgimenti multiorgano”. Nella seconda ondata autunnale? “C’è stato il triplo dei casi con 60 bambini con questa forma”.

Notizie positive invece dalla terza ondata con la variante inglese: “Non c’è stato nemmeno un caso per questa sindrome – chiude Zuccotti –. Sembrerebbe quindi a livello empirico che la variante è più facilmente diffusibile ma meno impattante a livello clinico sui bambini e sinceramente questo conforta”.