Caricatori wireless dalle mascherine usate e ospedali fatti di spazzatura Covid

Ne buttiamo quasi 130 mld al mese: come riciclare le mascherine usate? La startup taiwanese Miniwiz le trasforma in caricabatterie per lo smartphone

In tutto il mondo ne usiamo quasi 130 miliardi al mese: se lo moltiplichiamo per 24, calcolando che siamo al giro di boa dei due anni di pandemia, fa 3.120 miliardi. Ovvero, una massa enorme di mascherine usate che non sappiamo come buttare, e che spesso vengono abbandonate senza possibilità di riciclarle. Molte stanno inquinando i nostri oceani, andando a ingrandire quelle isole di plastica che già stanno danneggiando gravemente l’habitat marino.

A questo grande problema ambientale lasciato in eredità dalla pandemia molte aziende stanno cercando di dare una soluzione. Come la startup taiwanese Miniwiz, che ha ideato un modo per trasformare i dispositivi di protezione individuali in caricabatterie wireless per lo smartphone.

Da mascherine usate a caricatori wireless

Al centro del processo un innovativo macchinario formato da un trituratore, un compressore e un braccio meccanico. Le mascherine vengono innanzitutto sminuzzate, poi dalla plastica (polypropylene) di cui sono fatte viene ricavato un impasto, che viene rimodellato fino a creare una specie di guscio da assemblare insieme ad altre parti elettroniche per realizzare caricatori wireless per i telefoni.  Per esempio, la Taipei Fubon Bank ha raccolto 10mila mascherine, da cui sono stati ricavati 40mila accessori tech.

“Da un dispositivo così utile come le mascherine riusciamo a ricavare un altro prodotto di valore”, spiega l’azienda con sede a Taipei. Il suo fondatore Arthur Huang, architetto e ingegnere quarantenne laureato ad Harvard, è riuscito a costruire un business rendendo il problema dei rifiuti una risorsa. la sua filosofia di economia circolare è basata sulle tre R: riduzione, riuso e riciclo.

“Abbiamo costruito un ospedale usando spazzatura”

Quella delle mascherine non è l’unica idea messa in pratica da Miniwiz durante questa pandemia.

“Quando il COVID-19 ha iniziato a colpire duramente la nostra comunità, ci siamo resi conto che c’erano molti rifiuti generati dal sistema medico, dai DPI ai sacchetti di soluzione salina, solo per fare qualche eempio. Allo stesso tempo, c’era un estremo bisogno di aumentare le unità di terapia intensiva (ICU) e le camere di isolamento”.

Da qui l’idea di dirottare tutte le risorse  favore della società: “Abbiamo acquistato da un fornitore i rifiuti sanitari, li abbiamo sterilizzati e poi li abbiamo destinati ai nostri macchinari, che riciclano spazzatura trasformandola in nuovi materiali.

Una tecnologia che abbiamo sviluppato per gli hotel e che il Covid ci ha spinto a convertire in base all’esigenza del momento.

L’idea è stata quella di realizzare moduli ospedalieri con il materiale di riciclo. “Dopo aver sviluppato un prototipo, abbiamo creato un’estensione da 93 posti letto, in pratica un reparto ospedaliero modula re (Modular Adaptable Convertible – MAC) per il Fu Jen Catholic University Hospital di Taipei. All’interno, oltre al pavimento, ai servizi igienici e alla postazione di cura, abbiamo progettato e assemblato tutto con grande rapidità.

Ogni superficie è coperta inoltre da rivestimenti antibatterici e antivirali. Tutte le pareti, i soffitti e le giunzioni che assemblano il reparto sono fatti di spazzatura”. Il 3 giugno 2021 il nuovo reparto è stato messo in funzione con tutte le necessarie certificazioni edilizie e mediche.