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Caporalato, condanna a intermediari Uber. Ai rider 440mila euro di risarcimento

Uber, la condanna per caporalato a Giuseppe Moltini, appaltatore della multinazionale. A Milano condannato il dirigente a 3 anni e 8 mesi

Uber, condanna per caporalato sui rider. A Milano il giudice per l’udienza preliminare Teresa De Pascale ha condannato Giuseppe Moltini, uno dei responsabili delle società di intermediazione Flash Road City. I 44 fattorini che si sono costituiti parte civile riceveranno 10mila euro a testa.

Uber, condanna per caporalato sui rider

Nel maggio del 2020, Uber fu commissariata per caporalato dai giudici Roia-Tallarida-Pontani della Sezione misure di prevenzione del Tribunale di Milano.

“Non sono schiavi”, aveva ammonito lo scorso febbraio 2021 la Procura di Milano, rifilando alle aziende di delivery che “sfruttano” i rider sanzioni per 733 milioni e intimandone l’assunzione. Certo non è stata una passeggiata l’indagine “fiscale” che hanno condotto i magistrati del capoluogo lombardo sul lavoro dei ciclisti-fattorini, diventati un simbolo dello sfruttamento.

Ottobre 2021, il giudice per l’udienza preliminare Teresa De Pascale ha condannato per caporalato a 3 anni e 8 mesi Giuseppe Moltini, uno dei responsabili delle società di intermediazione coinvolte nell’inchiesta del pm Paolo Storari che aveva portato pure al commissariamento della filiale italiana del colosso della gig economy.

Lunedì 18 ottobre 2021, inizierà invece con rito ordinario il processo a Gloria Bresciani, manager (sospesa) di Uber, anche lei accusata di caporalato sui fattorini. Il commissariamento della filiale italiana di Uber è stato revocato a marzo dalla sezione misure di prevenzione del tribunale di Milano, presieduto da Fabio Roia, dopo il riconoscimento del percorso «virtuoso» intrapreso dalla società a seguito dell’indagine.

Secondo l’accusa, Bresciani e gli altri accusati di caporalato avrebbero reclutato rider in Flash Road City e Frc srl “per poi destinarli al lavoro presso il gruppo Uber” in condizioni di sfruttamento”. I lavoratori venivano “pagati a cottimo 3 euro”, “derubati” delle mance e “puniti” con una decurtazione dei compensi in caso di comportamenti ritenuti non idonei. Nelle 60 pagine che nel maggio 2020 portarono al commissariamento della filiale italiana della società di gig economy, gli investigatori e il Tribunale di Milano ricostruirono i metodi di lavoro della Flash Road City di Moltini, intermediaria di Uber, i cui vertici italiani – ad avviso degli inquirenti – erano a conoscenza di tutto: i rider venivano reclutati in situazioni di “emarginazione sociale” e alcuni fattorini erano costretti a implorare per giorni e giorni di essere pagati.

Uber, ai fattorini 440mila euro di risarcimento

Il giudice ha deciso che era sfruttamento quello che gli intermediari di Uber portavano avanti nei confronti dei rider che lavoravano tra  Milano, Torino e Firenze. Sempre il giudice ha disposto di convertire il sequestro di circa 500mila euro in contanti, disposto durante le indagini, in un risarcimento da 10mila euro a testa per i 44 fattorini entrati nel procedimento come parti civili e da 20mila euro per la Cgil.

I fattorini sfruttati erano migranti da Mali, Nigeria, Costa d’Avorio, Gambia, Guinea, Pakistan, Bangladesh, richiedenti asilo e dimoranti in centri di accoglienza straordinaria, “pertanto in condizione di estrema vulnerabilità e isolamento sociale”. Venivano pagato pochissimo ma soprattutto venivano ricattati essendo in una condizione di emarginazione sociale che non dava ai fattorini punti di forza nei contratti.