Facts Beppe Sala partito, dal Pd ai Verdi Europei: la carriera politica

Beppe Sala partito, dal Pd ai Verdi Europei: la carriera politica

Che Beppe Sala fosse in cerca da tempo di un partito che gli “calzasse a pennello” lo si era capito già da tempo. Da alcuni segnali neanche troppo sottesi cioè per i quali si intuiva che la condizione di “ausiliario del Partito Democratico” come sindaco di Milano stava stretta al sindaco ed al politico. A fine 2020 Sala aveva annunciato la sua intenzione di correre di nuovo alla carica di sindaco, e la maturazione della sua adesione ai Verdi Europei era contenuta “in nuce” già in quella dichiarazione di intenti. Perché? Perché come primo cittadino della più europea della città italiane Sala aveva avuto tutto il tempo di capire che era arrivato il momento di sostanziare il punto esatto di giunzione fra le sue vocazioni e una formazione che ne fosse condensato assoluto.

Beppe e i Verdi: non è stato difficile

Non è stato né difficile tanto meno indicativo di una “frattura”: Sala non è mai stato iscritto al Pd e non è un Dem in senso stretto, ortodosso e tesserante. L’equazione è semplice e non lascia adito a interpretazioni: Beppe Sala è europeista da sempre, come solo i meneghini doc sanno esserlo, ha una trazione “green” che scavalca ogni talebanesimo di facciata e non ama le caselle politiche tradizionali nella misura in cui tolgono manovra alla mistica del “fare”. Ergo, a metà marzo e con le amministrative ad alitare sul collo delle scelte definite e definitive ha annunciato: “Aderisco ai Verdi Europei.

I Verdi Europei, perché sono il partito “per Beppe Sala”

I Verdi Europei sono molto più che il crogiolo di tutti gli ecologismi Ue, sono di fatto il partito roccaforte di un certo modo di agire delle middle class che abbiano non solo digerito la globalizzazione, ma che della stessa conoscono lusinghe, sfide e protocolli avanzati. Il loro gruppo parlamentare è andato via via inglobando formazioni della galassia green ma sempre selezionando istanze di mediazione e composta militanza. È gruppo che conta 73 seggi e brilla soprattutto per un certo pionierismo attivo e concreto in cui l’azione amministrativa coincida con il senso dell’ambiente declinato in senso pratico.

Beppe Sala, “verde” prima del partito dei Verdi

Veniamo a Beppe Sala: a suo carico c’è un background che da solo basterebbe a spiegare il senso della sua scelta. È quello per cui, anticipando perfino le architetture recenti dell’Esecutivo in carica, aveva creato a Milano un assessorato alla Transizione Ecologica. E attenzione, non aveva assegnato deleghe, trattenendo per sé un settore di gestione della cosa pubblica e mandando un segnale preciso: quello per cui nessuno più di lui avrebbe potuto avere ambito di manovra su un tema che è organico al carattere di Sala prima ancora che alle sue declinazioni operative in società. Il sindaco uscente e in lizza al contempo lo aveva detto chiaramente: “Adesso questi due miei percorsi – sindaco e appassionato ecologista – si uniscono. E per me aderire ai Verdi Europei significa, prima di tutto, fare meglio il sindaco di Milano”.

Beppe Sala e quel partito che gli calza a pennello: i Verdi Europei

E la summa non era apparsa affatto forzata, dato che Sala aveva rivendicato anche una sorta di “diritto di cittadinanza” nella galassia green che gli derivava dalla piena adesione allo starter pack dei progressisti d’Europa. Quale? Lo aveva spiegato bene sul Post parlando dei Verdi Europei: “Sono fermamente europeisti e sempre in difesa dei valori democratici e antifascisti. Si sono distinti per battaglie fondamentali sulla giustizia e sulla riforma fiscale, sulle questioni di genere, sulla povertà energetica e, in generale, sui diritti dei cittadini”. Più chiaro e indolore di così.

Dalla stima verso il Pd alla tessera dei Verdi

Tanto indolore che il passaggio dall’area dem italiana all’area Verde europea è apparso per Beppe Sala più come un allargamento degli orizzonti operativi e concettuali che un abbandono di un preciso sistema partitico nazionale. Sistema che, non dimentichiamolo, conteneva la “simpatica empatia di Sala” verso il Pd, non certo la sua rigida adesione.

Il Partito Democratico aveva scelto Sala alle primarie con un lusinghiero margine di consensi e l’azione politico amministrativa di Sala non ha mai derogato dal rispetto verso i valori storici dei Dem, ma la sensazione che Sala con il Pd avesse poco margine di manovra non era mai andata del tutto via. Questo perché Sala rispetta le correnti ma non ama le iperboli distruttive del correntismo. È un pratico, e come tutti i pratici sa che dietro il correntismo non si nasconde solo la bellezza della dialettica plurale, ma anche l’insidia del caos operativo.

Tutti i dolori del Pd

E l’abbandono da parte di Nicola Zingaretti della segreteria gli aveva dato movente e motivo per sganciarsi da quel vespaio, movente perché da “esterno” aveva invocato la mistica del “chi sono io per parlare in casa d’altri”, motivo perché del Pd Sala conosce ogni atavico dolore articolare fin dai tempi del Lingotto veltroniano. “Ora però il Pd nazionale sta attraversando un momento difficile e io non avrei propriamente il diritto di dire la mia da ‘interno’, perché non lo sono, ma Zingaretti paga la scelta del Pd di dare troppo spazio, da troppi anni, alle correnti”. Ecco perché per lui, per il candidato bis Beppe Sala, passare ai Verdi Europei è stato approdo figlio di una rotta cercata e non di un naufragio incontrato.

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