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La storica sentenza su Dhl che può rivoluzionare la logistica

Va in appello il caso che ha dimostrato il “controllo societario esterno” di Dhl sugli appalti e l'abuso di dipendenza economica. Dopo le inchieste e la pandemia, così cambia la logistica: i casi Ceva, Amazon, Gls, FedEx

Che cosa accade se una multinazionale concede lavori in appalto obbligando il secondo anello della catena a fare tutto come dice lei? Dagli orari di lavoro alle divise, dai badge ai mezzi di trasporto da usare (inteso proprio come quel modello di auto di quel marchio) fino addirittura a quale banca utilizzare per fatture e linee di credito. Può succedere quello che è accaduto a Dhl in tribunale a Milano. Condannata a rifondere poco più di mezzo milione di euro al suo storico appaltatore in Emilia-Romagna, la società di trasporto Cotra Service, oggi in liquidazione.

Nel mondo della logistica italiana si attende con ansia l’Appello in arrivo fra poche settimane rispetto alla sentenza di 30 pagine emessa nel luglio 2020 e, almeno a livello pubblico, rimasta sepolta nei cassetti dei giudici Angelo Mambriani, Amina Simonetti e Daniela Marconi del Tribunale delle Imprese meneghino.

Il far west della logistica ed il controllo di Dhl sul subappaltatore

Nella carte parole durissime che possono rivoluzionare per sempre mondo del lavoro e i rapporti contrattuali nel settore logistica e trasporti in Italia, troppo spesso bollato – non a caso – come un “far west”: Dhl avrebbe infatti esercitato un “effettivo controllo societario” sul suo subappaltatore che “non era in grado di determinare autonomamente le proprie scelte strategiche” perché tutta “l’attività d’impresa era sottoposta al controllo, alle direttive a agli standard di Dhl Express Italy”, uno dei due rami in Italia della multinazionale leader globale della logistica, controllata dalle Poste tedesche (l’altro braccio tricolore è Dhl Supply Chain su cui pende la dura inchiesta penale della Procura di Milano per evasione fiscale) da quasi un miliardo di fatturato l’anno che ha chiuso il 2020 con 29 milioni di utili e guidato da Nazzarena Franco.

Dhl, il potere di “spegnere” una azienda quando non più necessaria

Come si esercitavano questi abusi? Tanto per cominciare il 95% del fatturato di Cotra proveniva dal lavoro con la multinazionale. Non aveva altri clienti. Il fatto più eclatante riguarda gli aspetti bancari: Cotra Service era obbligata a sottoscrivere una convenzione bancaria con Deutsche Bank per la pre-fatturazione da parte di Dhl dei servizi resi. E quando nel 2017, con una raccomandata, vengono dati tre mesi di preavviso per l’interruzione del rapporto contrattuale con tanto di clausola di non concorrenza per un anno dalla cessazione, anche la banca tedesca chiude gli sportelli mandando in crisi di liquidità l’azienda che già non navigava nell’oro.

Tradotto per i non addetti ai lavori: un’azienda, con oltre 20 anni di servizi resi per Dhl, che poteva – e di fatto viene – “spenta” quando non più necessaria.

Il “controllo societario esterno” esercitato su Cotra

Non solo: come emerso durante le udienze, il “controllo societario esterno” si concretizzasse in una serie di elementi molto concreti dell’attività di trasporto: il controllo di Dhl sull’acquisto, la manutenzione e addirittura la predisposizione dei mezzi che dovevano essere di specifici modelli (in particolare della Nissan), di un determinato colore, marchiati a logo Dhl e allestiti secondo linee guida che venivano verificate direttamente da un addetto della multinazionale.

Come erano controllati i dipendenti e i collaboratori sul subappalto utilizzando badges identificativi e vestiti a marchio Dhl, nonché chiamati a relazionarsi con i clienti secondo un codice di comportamento sempre deciso dai tedeschi. L’attività di consegna dei colli e di carico-scarico veniva monitorata attraverso l’utilizzo di apparecchi elettronici forniti dalla stessa Dhl e denominati laser.

Un modello di controllo proseguito per venti anni

Tanto è bastato ai giudici di primo grado.

Che nel dispositivo della sentenza mettono nero su bianco un pesante atto d’accusa su un modello che prosegue da circa un ventennio. Il modello dei contratti di trasporto, di appalto e quelli di appalto di trasporto – l’ultima recente invenzione burocratica del legislatore italiano per provare a salvare la baracca delle “esternalizzazioni” di lavoro. Secondo loro Dhl aveva “legato a filo doppio le sorti della convenuta alle relazioni commerciali con sé stessa” tanto da “esercitare un controllo diretto sulla liquidità di Cassa” e di fatto trasformandola in “una società satellite” in posizione di abuso di “dipendenza economica”.

I passaggi nelle carte dei magistrati che sottolineano questo aspetto sono decine. La multa sarebbe potuta essere anche più elevata ma per alcune fattispecie si è stabilito il principio senza però riuscire a quantificare il danno anche per assenza di documentazione prodotta dalla stessa Cotra Service.

Dhl, sentenza rivoluzionaria per la logistica italiana

Come anticipato la sentenza è – potenzialmente – una rivoluzione per la logistica italiana, sia che si occupi solo di trasporti, di magazzini, hub e piattaforme o di logistica integrata con tanto connessione all’e-commerce sul modello dei colossi come Amazon.

Il motivo è semplice: inchieste giudiziarie a parte o cause civili a parte, è noto che il modello messo in discussione dalla sentenza appartiene da anni all’intera filiera, articolata su mille anelli interdipendenti fra di loro e su grossi committenza finali disintermediate.

Due anni crescita monstre e inchieste giudiziarie: la pandemia della logistica

Una rivoluzione che potrebbe verificarsi dopo i due anni pandemici caratterizzati da crescita monstre per tutti o quasi, anche dal lato degli investimenti immobiliari che continuano a battere record su record diventando nel terzo trimestre 2021 il primo asset class per gli investitori con un miliardo di euro di transazioni. Ma anche un biennio di inchieste giudiziarie per evasione e caporalato, false coperative, morti sul lavoro, dure proteste sindacali che hanno raggiunto il loro apice negli scontri di Tavazzano (Lodi) nel maggio 2021 e nei controlli del Nucleo Tutela Lavoro dei Carabinieri con una maxi operazione estiva in un ambiente dove il 70% delle imprese presentano irregolarità di varia natura. Talmente tante magagne emerse che nel luglio 2021 è stato direttamente Christophe Boustouller, parigino classe 1965 e ceo della Ceva Logistics Italia, una delle aziende leader di mercato per ricavi, grazie a 50 sedi e mille addetti, l’uomo che ha risollevato le sorti della multinazionale commissariata nel 2019, a usare parole durissime sulle stesse associazioni datoriali e imprenditoriali italiane, colpevoli di non fare alcuno scatto culturale, dicendo che servono decisioni per far sì che “nessuno parlando di un settore strategico come la logistica potrà ancora usare la metafora umiliante del Far West”. Ceva sta puntando su grossi investimenti fra i quali spiccano robotica e innovazione nei magazzini e negli hub per puntare non più sui grandi numeri di operai a bassa qualifica ma su manodopera specializzata, anche se la scelta avrà per forza di cose ripercussioni occupazionali e non è quindi immune da incognite.

Anche Gls Italy alle prese con indagini giudiziarie

Tornando alle cifre: è cresciuta Dhl, come detto, in entrambi i suoi bracci operativi ma entrambi sulla graticola per ragioni diverse davanti alle toghe. In attesa dei numeri 2021 si può dire che sia stato un anno d’oro per Gls Italy con utili triplicati da 18 milioni di euro a 57 milioni, recita l’ultima riga del conto economico al 31 marzo scorso, ma anche questo colosso delle spedizioni deve far fronte all’indagine della Procura di Milano di cui si è avuta notizia a fine novembre per gli appalti di manodopera.  Ha retto la spa altoatesina Fercam, nota a tutti per i Tir a marchio proprio in autostrada, con 600 milioni e rotti di fatturato. Volano i conti dei bergamaschi di Brivio&Viganò, big bergamasca guidata dal presidente Giovanni Viganò e detenuto dalla holding delle due omonime famiglie lombarde, che si occupano di scarico, controllo, pesatura e stoccaggio del prodotto per la grande distribuzione.

Valgono 155 milioni di fatturato nel 2020 (in crescita di 16 milioni) e un utile a bilancio da 5,9 milioni che ha fatto segnare un aumento monstre di quasi tre volte nell’anno della pandemia e tuttavia non hanno ancora risolto la gran sindacale iniziata la scorsa estate con i Si Cobas per gli appalti di Unes che ora vede contrapporsi il più rappresentativo sindacato di base della logistica contro l’avvocato e professore Pietro Ichino che difende le aziende.

Il duro confronto tra Si Cobas e FedEx sull’asse Piacenza-Bologna

Come sempre i Si Cobas, questa volta sull’asse Piacenza-Bologna, hanno fatto sudare gli americani di FedEx. Una delle poche multinazionali ad aver chiuso il 2020 in rosso (-1,3 milioni rispetto a un sostanziale pareggio di bilancio l’anno precedente) ma anche perché deve ancora assorbire i costi della maxi fusione con gli olandesi di TNT avvenuta a partire dal 2016.

La durissima  vertenza piacentina, con tanto di strascichi penali  e centinaia di esuberi fra i lavoratori, si è chiusa con un sostanziale pareggio fra operai iscritti ai Cobas e società. La seconda porta a termine, nell’ambito del piano industriale europeo, la chiusura del magazzino emiliano. Prima volta da diversi anni in cui si riesce a chiudere del tutto nel piacentino e nonostante la multinazionale avesse giurato il contrario in Prefettura. Una netta vittoria per FedEx. Che tuttavia, per realizzarla, ha dovuto scendere a patti. Assumendo nel polo di Bologna qualche decina di facchini del sito dismesso, ma con assunzione diretta e non più in subappalto come prima, e pagando a tutti gli altri importanti incentivi all’esodo, fino a 50mila euro, cifre molto alte nel settore tradizionalmente ad elevata intensità di manodopera poco qualificata.

Modello Amazon: la nuova parola d’ordine è internalizzazione

L’internalizzazione della manodopera sta diventando, lentamente, la nuova parola d’ordine. Basta cooperative e appalti perché troppo rischiose. Virata invece verso il “modello Amazon” che in Italia fa ampio uso delle agenzie del lavoro e interinali con contratti a termine. Sempre più vanno specializzandosi infatti le Agenzie, sia le più tradizionali quanto quelle innovative, anche alla luce del fatto che la logistica sta assorbendo tanta manodopera in uscita da settori colpiti duramente dalla crisi Covid come ristorazione e turismo.

Basti pensare che Adecco ha creato il ramo Professional Solutions dove pescano numerosi big del settore, oppure la IziWork, un’agenzia del lavoro “digitale” in rapida crescita in Italia. Il modello non è immune da rischi, tutt’altro. A scoperchiarlo, indirettamente, è stata la maxi sanzione da un miliardo di euro che l’Antitrust ha comminato alla stessa Amazon a dicembre contro i comportamenti tenuti dal colosso di Jeff Bezos che l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha definito una “strategia abusiva” che reca danni ai “concorrenti di logistica per e-commerce” accrescendo “il divario tra il potere di Amazon e quello della concorrenza”. Nel mirino, in questo caso non vi sono le pratiche lavorative, che rientrano però in qualche modo dalla finestra.

Amazon e il ‘trucco’ dei “lavoratori svantaggiati”

Da una serie di cause civili infatti è emerso come Amazon, per far fronte ai temporanei picchi di produzione e incrementi sui volumi di merce come in occasione di Black Friday, Cyber Monday o Prime Day (al centro dell’indagine Antitrust), aggiri sistematicamente seppur in maniera legale i limiti dei lavoratori interinali e in somministrazione previsti dalla legge e dai contratti nazionali. In particolare lo faceva proprio a Castel San Giovanni (Piacenza), dal 2011 il primo maxi hub di Amazon Italia Logistica srl, dove impiegava 1670 unità assunte a tempo indeterminato nel 2017 e ben 1702 lavoratori in somministrazione sfondando di gran lunga il tetto del 28% stabilito.

Come? Con il trucco dei “lavoratori svantaggiati” o “molto svantaggiati” per i quali questi limiti non valgono. Sarebbero quella particolare categoria di lavoratori, figlia del Regolamento 651/2014 della Commissione europea recepito dal Ministero del Lavoro nel 2017, di chi non ha un impiego regolarmente retribuito da almeno sei mesi (inclusi i liberi professionisti sotto certe soglie di reddito e comunque bisogna far attenzione a quel “regolarmente retribuito” che significa anche sempre la stessa cifra), i giovani fra i 15-24 anni, chi non possiede un diploma di scuola media superiore o ha completato gli studi da meno di due anni senza avere ancora ottenuto il primo impiego regolarmente retribuito. Ancora: gli over 50; gli adulti che vivono soli ma con una o più persone a carico; le donne occupate in settori dove il tasso di disparità uomo-donna supera il 25% rispetto alla media del proprio Stato oppure chi appartiene a una minoranza etnica e ha la necessità di migliorare la propria formazione linguistica e/o professionale per aumentare le prospettive di accesso a un’occupazione stabile. Insomma, in sostanza milioni di persone.