Politics Si Cobas, la Procura di Piacenza smentita dalle carte

Si Cobas, la Procura di Piacenza smentita dalle carte

di Francesco Floris

Delitti commessi “al di fuori di qualsiasi lecita rivendicazione sindacale” e soprattutto di “qualsiasi vertenza e relazione industriale”. È questa la tesi della Procura di Piacenza sposata dal giudice per le indagini preliminari, Fiammetta Modica, che ha portato 29 lavoratori della TNT-FedEx, iscritti al sindacato SI Cobas, ad essere indagati nell’ambito di un procedimento scattato il 10 marzo scorso per iniziativa della squadra mobile della provincia emiliana e che riguarda le proteste dei lavoratori che per 15 giorni, fra gennaio e febbraio 2021, hanno bloccato le attività di spedizione alla TNT-FedEx.

Le accuse

Le accuse? Invasione di edifici, per aver impedito l’ingresso e l’uscita di automezzi e merci all’interno dell’Hub di Piacenza della multinazionale dei Paesi Bassi; violenza privata per gli scontri con le forze dell’ordine e resistenza a pubblico ufficiale. Per cinque lavoratori che vivono e lavorano a Piacenza sono stati disposti i divieti di dimora in città, tanto che i destinatari della misura hanno affittato delle stanze insieme nelle immediate vicinanze della provincia. Sono stati ascoltati dalla gip per l’interrogatorio di garanzia martedì 16 marzo, alla presenza anche del Procuratore Capo di Piacenza, Grazia Pradella. Per due sindacalisti del Si Cobas, invece, sono scattati gli arresti domiciliari e il divieto di contatto con chiunque, anche telefonico e telematico, esclusi i familiari conviventi. Si tratta del rappresentante sindacale egiziano Mohamed Arafat e dell’italiano Carlo Pallavicini, già consigliere comunale della Sinistra a Piacenza. Entrambi sono stati ascoltati dal gip lunedì 15 marzo.

La procura: “Nessuna vertenza”

Secondo la tesi dei magistrati, i fatti commessi fra il 27 gennaio e l’8 febbraio 2021 da lavoratori e sindacalisti – quattro italiani e 25 operai stranieri della logistica, per lo più egiziani e marocchini – sono resi pretestuosi dal fatto che in quel momento non era in corso “vertenza sindacale e relazione industriale”. Una circostanza che però è smentita da documenti e comunicazioni del Ministero dell’Interno e della Prefettura locale. “Si è conclusa positivamente ieri pomeriggio a Piacenza – ha fatto sapere infatti il Viminale con una nota il 9 febbraio – con la firma in prefettura dell’accordo tra le parti contrapposte, la mediazione condotta dal prefetto Daniela Lupo sulla vertenza che ha visto contrapposti i lavoratori rappresentati da Si Cobas e il Gruppo di logistica e trasporti FedEx-TNT” e con le aziende Lintel e Alba che sono due dei subappaltatori che forniscono la manodopera. “In conseguenza della firma dell’accordo, sottoscritto dai coordinatori nazionale e provinciale del sindacato e dai rappresentanti di Lintel e Alba, l’organizzazione sindacale si è impegnata a interrompere le proteste in corso nelle ultime settimane” aggiunge il comunicato del Ministero dell’Interno, prevedendo un calo della tensione come poi effettivamente verificatosi fino al momento degli arresti.

Viminale e Prefettura: “Trattativa in corso”

L’accordo siglato all’ufficio territoriale del Governo a Piacenza l’8 febbraio fra aziende e lavoratori, alla presenza di Prefetto, Questore, Ispettorato del Lavoro, sindacato e rappresentanti delle tre aziende, aveva infatti diversi punti all’ordine del giorno: a cominciare dal nuovo piano industriale presentato dal gruppo FedEx il 19 gennaio scorso e per il quale l’avvocato della società, Daniele Parisi, ha fatto mettere a verbale che “per l’Italia non prevede alcun impatto sul personale addetto alle attività di handling e pickup-delivery anche compreso quindi il sito di Piacenza” dopo che il Si Cobas aveva chiesto garanzie in merito al pieno e totale mantenimento dei livelli occupazionali “escludendosi qualsiasi ipotesi di riduzione del personale e turnazioni di sorta”.

Premio di produzione, ticket e malattia

Altri punti della trattativa riguardavano le richieste del sindacato: il rimborso delle differenze non pagate nel 2020 per il Premio di Produzione (PDR) e il rinnovo del medesimo per il 2021; il pagamento dell’ammontare non corrisposto rilevato dalla Direzione Territoriale del Lavoro di Piacenza per ogni lavoratore interessato; la retribuzione della mezz’ora di pausa come previsto dal contratto nazionale di categoria; l’adeguamento a livello 3 di tutto il personale con mansione di caposquadra: la corresponsione ai lavoratori dei ticket mensa da 7 euro come elargito nelle altre filiali del gruppo e infine il rispetto del contratto per l’applicazione del trattamento di malattie dell’infortunio con relativa integrazione al 100%, una violazione di cui il sindacato di base che domina da un decennio nel mondo della logistica emiliana e con la stragrande maggioranza degli iscritti alla TNT di Piacenza, accusava la società Alba srl. Richieste che sono state in parte accolte dopo una trattativa: sul Premio di Produzione l’azienda ha sostenuto di aver ergo tato complessivamente 32mila euro nel 2020 e che avrebbe riconosciuto tramite la piattaforma welfare un importo pari a 200 euro una tantum per ciascun dipendente a tempo indeterminato entro la data del 15 marzo 2021, cinque giorni dopo che sono scattate indagini e arresti.

Come si è inoltre deciso di aderire alla proposta di conciliazione dell’Ispettorato del Lavoro sulle cifre non corrisposto, di riconoscere i buoni pasto ai lavoratori con l’aggiunta di un importo una tantum da calcolare individualmente sulla base degli effettivi giorni di lavoro nell’anno e di fissare nuovi incontri con il Si Cobas per discutere degli scatti di livello del personale. In seguito a queste cessioni l’organizzazione sindacale ha dato “l’immediata disponibilità alla sospensione dello sciopero e di qualsiasi altra manifestazione di protesta” si legge nel verbale della Prefettura.

Sindacati e aziende: le inchieste

Non è la prima volta che il Si Cobas emiliano finisce nel mirino della magistratura. Nel maggio 2019, Aldo Milani, il leader nazionale del sindacato di base, è stato assolto dal Tribunale di Modena per non aver commesso il fatto, al processo che lo ha visto imputato per estorsione ai danni dei fratelli Levoni, noti industriali della lavorazione delle carni. La vicenda è quella collocata tra fine 2016 e inizio 2017, con i mesi dei duri delle proteste di Castelnuovo Rangone di fronte ai cancelli della Alcar Uno, ditta di lavorazione carni della famiglia da oltre 650 milioni di euro di fatturato, che da 20 anni si serve di manodopera in appalto. L’accusa contestava a Milani di aver estorto denaro ai Levoni per depositarlo nella cassa del sindacato in cambio di uno stop agli scioperi.

E sempre a Modena si sta celebrando il maxi processo a 87 lavoratori proprio della Alcar Uno per le proteste, gli scioperi e i picchetti, mentre un anno dopo l’assoluzione di Milani è invece proprio l’azienda di lavorazione delle carni a finire nel mirino degli inquirenti per una presunta maxi evasione. Secondo la Guardia di Finanza esisteva una doppia contabilità delle quantità di prodotto lavorato dalle cooperative di manodopera in appalto, al fine di occultare nella contabilità ufficiale merce che poi sarebbe stata ceduta “in nero”. Per le Fiamme Gialle la base imponibile sottratta alla tassazione si aggirava intorno agli 80 milioni di euro e la Procura di Modena ha sequestrato in via preventiva beni per un controvalore di 13 milioni, confisca poi confermata dalla Cassazione.

“Il magazzino d’Italia”

Che il contesto delle relazioni industriali e sindacali nella logistica padana sia aspro è un fatto noto da anni. Quell’area dell’Emilia-Romagna è diventata “il magazzino d’Italia”, vero snodo logistico verso il nord del Paese e l’Europa, con il suo cuore proprio a Piacenza e provincia. Che infatti ospitano una ricca “geografia” degli hub collocati fra Pontenure, Fiorenzuola, passando per la “cittadella” di Amazon a Castel San Giovanni e diversi provider come Geodis, la stessa Amazon, Rajapack, Adveo Italia, Ceva, DSV Saima Avandero. Per marchi di ogni tipo.

I facchini della logistica, al 90% stranieri, negli ultimi dieci anni si sono fortemente sindacalizzati. Lo hanno fatto in particolare dentro le fila del Si Cobas, che ha visto aumentare i suoi iscritti a colpi di migliaia di tessere. Un clima ben esemplificato dalla frase di un delegato del sindacato. Che, prima della pandemia, durante una plenaria a Roma dove si riunivano sigle di base, associazioni e partiti della sinistra radicale, ha dichiarato: “Quando dieci anni fa i primi operai stranieri in sciopero davanti ai magazzini vedevano arrivare i carabinieri erano felici, perché pensavano che fossero venuti ad arrestare i capi delle cooperative di lavoro”.

La pandemia

La pandemia ha reso ancora più teso il clima. Non avendo interrotto per nemmeno un giorno le attività lavorative dentro i magazzini o quelle di corrieri e trasportatori – considerati fra le attività prioritarie da non chiudere mai per evitare il collasso del sistema distributivo d’Italia – la situazione ne ha risentito dal punto di vista sanitario proprio come nelle prime settimane di Bergamo. Di certo è accaduto durante la prima ondata, quando la provincia di Piacenza ha fatto registrare nel mese di marzo 2020 un aumento del 271 per cento di morti rispetto alla media dei decessi del quinquennio precedente 2015-2019, con un tasso di mortalità di 240,8 per ogni 100.000 abitanti, leggermente più basso di Bergamo, identico a quello di Cremona. I sindacati come il Si Cobas hanno messo sul banco degli imputati per le morti anche il mancato rispetto delle normative di sicurezza sui luoghi di lavoro, le mancate chiusure oltre che la gestione delle Residenze sanitarie assistenziali. 

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Francesco Floris
Francesco Floris
Nato nel 1989, trentino, milanese d'adozione,. Giornalista freelance. Collaboratore di True-News, Fatto Quotidiano, Affaritaliani.it Milano, Linkiesta, Gli Stati Generali, Vice, Il Dubbio, Redattore sociale. Per segnalazioni scrivimi a frafloris89@gmail.com

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