Oggi tutti parlano di Iran, e dell’attacco, e delle bombe e dei nostri connazionali a Dubai. Non c’è molto altro da dire rispetto al fiume di parole che già sta scorrendo. Invece io stavo riflettendo su Pietro. Pietro è il conducente del tram deragliato a Milano. E’ in ospedale. Ha detto subito di aver avuto un malore. Ha visto nero, il mezzo a folle velocità. I morti. Ecco, quel conducente ha ammazzato due persone. Non avrebbe voluto, è stata una fatalità.
Pietro, il conducente condannato a vivere con due morti sulla coscienza
Ora ci sono i tecnicismi, il pulsante dell’uomo morto da premere ogni due secondi e mezzo, le comunicazioni sequestrate dalla Procura tra il conducente e la centrale operativa Atm. L’inchiesta, che è giusta e dovuta. Però io penso a Pietro, non solo ai morti incolpevoli. Il lavoratore che per 35 anni ha indossato la divisa, ha fatto migliaia e migliaia di fermate. Salire, scendere. Frenare e accelerare. Manetta avanti, manetta indietro. Non so se abbia colpa in qualche modo, gli hanno fatto tutti i test tossicologici e non risulta nulla, ad oggi. Non so se sia stata disattenzione o davvero un malore.
Ma mi sento di dire che quell’uomo è già stato condannato a vivere con due morti sulla coscienza, con il dolore e la rabbia della donna che non potrà mai sposare il ragazzo che proprio quel giorno era andato a ritirare i documenti per il matrimonio e che invece è morto nello schianto. Ecco perché Pietro non si merita il chiacchiericcio, la condanna semplice del popolo, le frasi buttate a caso. Si merita la pazienza di aspettare che si accertino le cause, e se sarà davvero stato un malore a causare il disastro, che sia aiutato, Pietro. Perché in fondo è una vittima anche lui.
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