Perché il primo report sugli abusi della Chiesa italiana è un buco nell’acqua

Quello presentato dalla CEI il 17 novembre è il primo report sugli abusi su minori nella Chiesa italiana, ma è ricco di lacune e criticità

Perché questo articolo potrebbe interessarti? Quello presentato dalla CEI il 17 novembre 2022 è il primo report sugli abusi su minori nella Chiesa italiana, ma è ricco di lacune e criticità. C’era grande attesa intorno al rapporto indipendente, commissionato dalla Conferenza Episcopale Italiana. Attesa che sembra essere delusa dalla parzialità dei dati diffusi. 

Solo due anni (2020 e 21) e solo i dati dei Servizi territoriali e dei Centri di ascolto diocesani.

Queste sono le problematiche più evidenti relative al documento che la CEI ha chiamato Report nazionale sulle attività di tutela nelle Diocesi italiane. Servizi e Centri diocesani, pur essendo istituzioni ecclesiastiche a tutti gli effetti, non sono collocati all’interno della curia. “Sono esclusi dal report tutti i casi (sempre di sacerdoti italiani) denunciati alla magistratura o all’associazione o direttamente alla Conferenza della dottrina della fede” sottolinea Rete L’Abuso. L’associazione che da anni si occupa di oppressioni e violenze all’interno della Chiesa cattolica italiana.

Si parla di 613 casi segnalati negli scorsi vent’anni e non considerati in questo report.

Quello che i dati non  dicono

Nessun accenno a indennizzi e nessun supporto per le vittime, solo il 14% delle diocesi risulta dal report avere almeno quello psicologico. Per i sacerdoti invece 23 strutture sul territorio che li assistono e spesso li sottraggono anche al carcere. Nessun accenno di collaborazione con l’Autorità Giudiziaria” continua Rete L’Abuso, mettendo in luce alcuni aspetti del rapporto tra la Chiesa e le vittime di violenza che hanno lasciato quest’ultime perplesse.

Non si conosce l’identità di preti e laici coinvolti, né quali provvedimenti la Congregazione per la dottrina della fede abbia messo in atto. “Si parla di collaborazione con associazioni esterne, ma non con quella italiana delle vittime. Nemmeno con il Coordinamento Italy Church Too che più volte ha scritto alla CEI senza mai ottenere risposte”. La rete di associazioni in questione si era già espressa sull’inchiesta annunciata dal presidente della CEI Matteo Zuppi, manifestando le sue perplessità.

La principale riguarda il carattere non indipendente dell’indagine. Al posto di seguire, infatti, la strada tracciata dai vescovi francesi che si sono rivolti a una commissione esterna per valutare gli abusi nell’ambito religioso, Zuppi aveva optato per un auto monitoraggio.

L’esaltazione dei Centri d’ascolto

L’inchiesta si riferisce al biennio 2020-2021, dal momento che i Servizi territoriali e i Centri di ascolto diocesani sono stati costituiti a seguito delle Linee guida per la tutela dei minori, approvate dai vescovi italiani nel maggio del 2019.

Bisogna considerare la difficoltà dovuta alla pandemia di Covid di fruire di questi servizi proprio in quella fascia temporale.

A cura di Barbara Barabaschi e Paolo Rizzi dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza, le 41 pagine dell’indagine riportano innanzitutto una mappatura dei Servizi territoriali e dei Centri di ascolto attivati nelle diocesi. L’obiettivo – portato avanti per almeno 30 pagine – consiste nel fare una panoramica di questi servizi e del lavoro che stanno realizzando.

Più una valutazione in corso d’opera che una vera fotografia degli abusi rintracciati. Un senso di autoreferenzialità pervade queste pagine, in cui le segnalazioni degli abusi trovano poco spazio.

I numeri

Quanti sono gli abusi rintracciati dai Centri? “Nel biennio in esame il totale dei contatti registrati dai Centri di ascolto è stato pari a 86, di cui 38 contatti nel 2020 e 48 nel 2021”. Gli 86 casi segnalati sono distribuiti tra fatti contemporanei e passati (non meglio identificati). Le donne che si sono rivolte a questi servizi sono state il 54,7% contro il 45,3% degli uomini.

Nel 52,3% dei casi è stata una vittima a effettuare la segnalazione, mentre nel 47,7% dei casi questa è partita da un individuo non sottoposto all’abuso. Circa la metà dei contatti ha richiesto una denuncia all’autorità ecclesiastica, mentre la restante componente si divide in chi aveva bisogno di informazioni (20,8%), consulenza (15,6%) e voleva manifestare un sospetto (10,4%).

Viene fatta una panoramica anche dell’età all’epoca dei fatti di quelle che sono chiamate “presunte vittime”. Naturalmente sono per lo più under 18, dato che il report si concentra sugli abusi su minori. Il 16% di persone maggiorenni coinvolte è costituito dalla categoria denominata “adulti vulnerabili”. Per il resto la fascia d’età più colpita (37,1%) è quella tra i 15 e i 18 anni. Segue un 31,5% di persone di 10-14 anni e un 13,5% per chi ha 5-9 anni. Non risultano segnalazioni per under 5.

Per quanto riguarda la tipologia di abuso, i più segnalati sono i comportamenti e linguaggi inappropriati (43,3%). Seguono i contatti non richiesti (24,4%), le molestie sessuali (14,4%) e i rapporti sessuali (10%). Gli abusanti sono per il 44,1% chierici, per il 22,1% religiosi e per il 33,8% laici.

La dichiarazione di non denuncia

Le vittime coinvolte sono state spronate a denunciare all’Autorità giudiziaria italiana ma, in caso di rifiuto, è stato chiesto loro di compilare una dichiarazione relativa alla loro scelta. Essa non ha alcun valore vincolante e appare finalizzata solo a provare che formalmente il Vescovo ha esortato a sporgere denuncia. Eppure una dichiarazione di tale tipo potrebbe essere utilizzata in qualunque sede processuale civile, penale e canonica dal difensore dell’imputato abusante per mettere in dubbio la credibilità della vittima che solo dopo aver compilato il documento ha sporto denuncia. Un meccanismo quindi che non tutela le persone survivor, al contrario, espone a un rischio.

Leggi il report completo sugli abusi nella Chiesa italiana