Ungheria, Venezuela, Israele. Ecco dove può inciampare all’estero Giorgia Meloni

Giorgia Meloni accelera sulla formazione del suo governo dopo le elezioni politiche. E torna in campo il tema della politica estera, “croce e delizia” per un centrodestra che ha ribadito, nella sua componente maggioritaria, un ferreo atlantismo.

Fratelli d’Italia ha una consolidata American connection. Forza Italia insiste sul ruolo di garante europeo. L’anomalia leghista pare destinata a rientrare dopo il ridimensionamento di Matteo Salvini. Per gli Esteri i nomi vanno dall’ex ambasciatore negli Usa Giulio Terzi di Sant’Agata all’ad di Eni Claudio Descalzi.

Figure d’alto profilo e ben accreditate. Come ogni esecutivo, anche il centrodestra di governo dovrà gestire diverse pietre d’inciampo legate al nesso tra interesse nazionale e posizioni ideologiche dei partiti. La politica estera non è un asse cartesiano predeterminato, e di questo bisogna tenere conto.

Tre gli scenari, in particolar modo, su cui la diplomazia italiana rischia di “incartarsi” negli anni a venire:  Ungheria, Israele e Venezuela. Corrispondenti a altrettanti campi in cui i posizionamenti ideologici delle formazioni al governo possono imporre accelerazioni e in cui ci sono rischi sistemici.

Ungheria, il banco di prova della Meloni

Fonti vicine all’ambasciata americana, ascoltate da True News, non hanno dubbi. Giorgia Meloni è “una partner sicura e affidabile” per gli Stati Uniti, una figura che, oltre Atlantico, viene studiata molto da vicino. Il suo banco di prova internazionale è uno solo, per Washington: il lungo rapporto di amicizia con Viktor Orban. Chiaramente, per i Democratici Usa Orban è identificato come l’ultimo convinto trumpiano d’Europa.

Ma dopo la guerra in Ucraina le ragioni della divisione si sono fatte più profonde.

L’Ungheria è nella “lista nera” degli Stati Uniti perché il suo leader è accusato dalla Casa Bianca di essere un proxy filorusso. In generale, il premier di Budapest è ritenuto inservibile per varie cause: ridimensiona la tenacia europea nel sostegno all’Ucraina. Fa affari d’oro con Vladimir Putin sul gas,  perora un modello politico lontano dalla democrazia liberale di stampo occidentale.

Gli Stati Uniti sono pronti a sostenere un governo di centrodestra in Europa, ma assieme a Bruxelles difficilmente tollereranno che tra il governo Meloni e Orban nascano intese strutturate su temi come i voti sull’Ungheria per lo Stato di diritto.

Al contempo, è pur vero che la Meloni può contare sulla strutturata amicizia con il partito polacco di Diritto e Giustizia, perno del gruppo dei Conservatori e Riformisti Europei (Ecr) di cui l’aspirante premier è co-presidente.

La destra catto-conservatrice di Varsavia garantisce per posizioni atlantiche e contenimento alla Russia, e Meloni può bilanciare attentamente i rapporti politici di Fdi con i partner storici e la diplomazia italiana non sbilanciandosi troppo nella legittimazione di Orban. In ogni caso, non si spingerà certamente fino a posizioni comuni sull’Ucraina.

Israele, Gerusalemme capitale e il nodo Libano

La Lega ha invece proposto per bocca di Matteo Salvini nei mesi scorsi una presa di posizione politica riguardante il Medio Oriente: la volontà di spostare da Tel Aviv a Gerusalemme l’ambasciata in Israele.

La mossa, già compiuta dagli Usa nell’era Trump e poi seguita da Guatemala, Honduras e Kosovo, è stata da tempo tra le priorità di Salvini per l’agenda estera della Lega. Salvini lo ha detto a fine agosto al quotidiano free press Israel HaYom, vicino all’ex premier Benjamin Netanyahu: “Ho dato la mia parola, sono impegnato totalmente per il popolo di Israele”. Gerusalemme è stata proclamata da Israele propria capitale unita e indivisibile nel 1980.

Ma lo status non è universalmente riconosciuto in sede internazionale e la scelta in tal senso significherebbe una svolta alla posizione diplomatica della soluzione a due Stati per la crisi palestinese.

Non dimentichiamo, poi, che a pochi passi da Israele c’è il Libano in cui un importante contingente italiano è  schierato nella missione Unfil e in cui possibili sommovimenti sono possibili in relazione alla mossa italiana perorata da Salvini. Già a dicembre 2018 l’allora ministro dell’Interno, in visita in Israele , ha definito “terroristi islamici” i miliziani sciiti di Hezbollah, suscitando le critiche della diplomazia e della Difesa italiani. Ogni singola mossa in  tale scenario va pensata attentamente. Per questo, più cautamente, la Meloni ha fino ad ora nicchiato sulla proposta leghista.

Venezuela e America Latina, tra voti e agenda politica

Infine, il centrodestra tutto deve resistere alla tentazione di rubricare su chiavi ideologiche interne i rapporti con un’area di  mondo complessa come l’America Latina. Nei  primi Anni Duemila Silvio Berlusconi da premier ebbe rapporti profondi con Lula e Hugo Chavez, applicando il riflesso anti-comunista unicamente alla Cuba di Fidel Castro.

Negli anni scorsi i partiti del centrodestra italiano hanno invece mostrato più simpatia per le  forze liberal-conservatrici: pensiamo al sostegno dato dalla Lega a Jair Bolsonaro in Brasile o alla campagna martellante del centrodestra intero a favore del riconoscimento di Juan Guaidò come legittimo presidente del Venezuela nel 2019.

In Venezuela e Brasile alle ultime politiche il centrodestra unito è stato il più votato tra i simboli presentatisi per il voto e stero, battendo anche il Maie del “lider maximo” Ricardo Merlo. In larga parte urbana e borghese, la  comunità italiana all’estero in quei Paesi ha chiesto protezione  e sicurezza. Ma la diplomazia dovrà confermarsi anche qualora l’ondata della Sinistra proseguisse fino a investire anche il gigante carioca: dal litio all’energia, passando per le opportunità per l’export e il ritorno di Caracas nei mercati petroliferi, molti scenari si apriranno nei prossimi anni. E la Meloni dovrà stare attenta a non basare i rapporti con un continente delicato con l’America Latina unicamente sulla base del riflesso anti-comunista della destra italiana.