Un riformatore pragmatico per il Brasile: Lula e i suoi legami con l’Italia

A 76 anni e con 580 giorni di prigionia sulle spalle Luiz Inácio Lula da Silva ha buone chance di diventare il nuovo presidente del Brasile

Perché questo articolo dovrebbe interessarti? Luiz Inácio Lula da Silva, più noto come Lula, potrebbe diventare il nuovo presidente del Brasile. Il leader del Partito dei lavoratori (Pt) ha buone chance di sconfiggere Jai Bolsonaro e tornato così a ricoprire la massima carica politica brasiliana, dopo i due mandati consecutivi ottenuti tra il 2003 e il 2011. Con il suo eventuale ritorno in campo il Paese sudamericano è pronto a voltare pagina.

Ma chi è davvero Lula?

A 76 anni e con 580 giorni di prigionia sulle spalle Luiz Inácio Lula da Silva ha buone chance di diventare il nuovo presidente del Brasile. Lula ha già ricoperto la massima carica istituzionale brasiliana ottenendo due mandati a cavallo tra il 2003 e il 2011. L’ex sindacalista e leader del Partito dei Lavoratori (PT) conosce i meccanismi politici del suo Paese e pure quelli giuridici.

Almeno a parole, ha dimostrato di avere le idee chiare su come far tornare grande il Brasile. Qualora dovesse avere la meglio su Jair Bolsonaro, Lula si ritroverebbe la strada spianata verso l’attuazione dei suoi programmi.

Lula e l’Italia

Programmi che risentiranno senza dubbio degli anni d’oro del lulismo. Di quando cioè Lula era apprezzato all’estero per il suo pragmatismo e di quando, nonostante fosse un uomo di sinistra, riuscì ad entrare in sintonia con personaggi politicamente molto distanti da lui.

Come Silvio Berlusconi, fresco vincitore delle elezioni italiane con la coalizione di centrodestra.

Nel novembre 2008, in occasione di una conferenza congiunta tra Lula e Berlusconi, la sala stampa di Villa Madama sembrava la panchina della nazionale di calcio brasiliana. Erano presenti i giocatori del Milan Kakà, Pato, Ronaldinho, Dida, Emerson e Leonardo, schierati ad ascoltare le parole dei due leader. “Ho fatto questa sorpresa a Lula perché lui sa tutto di calcio”, spiegò il Cavaliere ai cronisti.

Tra riformismo e pragmatismo

Da quando, nel marzo 2021, è stato prosciolto da ogni accusa dal Tribunale Supremo Federale del Brasile, Lula è tornato in pista. Ha più volte anticipato quali sarebbero stati i suoi punti chiave in caso di vittoria. Il primo fra tutti: tornare a parlare dei poveri e dei loro bisogni. Della disoccupazione, che nel periodo post Covid ha creato 14 milioni di disoccupati. Della fame e della preoccupante discesa economica del Brasile, con il Paese che è passato dall’essere la sesta potenza economica mondiale alla dodicesima.

La storia di Lula si confonde con quella del PT, che ha contribuito a creare nel 1980 a San Paolo, e di cui oggi è leader indiscusso. Il suo retroterra politico e culturale appartiene dunque alla sinistra più profonda. Eppure, il vento riformista del lulismo è finito quasi sempre per scontrarsi con la realtà, concretizzandosi in una politica più moderata. È così che ha preso forma il presidente pragmatico che ha contribuito a tessere buoni rapporti politici sia con l’allora inquilino della Casa Bianca George W.

Bush che con il leader venezuelano Hugo Chavez.

Il peso del Brasile

Impossibile non monitorare le future mosse del Brasile in campo internazionale. Anche perché, con una superficie di 8,51 milioni di chilometri quadrati, stiamo parlando di un Paese-continente. E poi perché Brasilia è primo o secondo produttore al mondo di caffè, zucchero, socia e carne, decimo di petrolio. Tutte risorse che assumeranno un valore e un’importanza sempre più crescente, di pari passo con eventuali crisi economiche e alimentari.

Giusto per fare un esempio, Lula potrebbe ritrovarsi a guidare un Paese che, nel 2027, produrrà oltre 290 milioni di tonnellate di cereali e oltre 34 milioni di tonnellate di carne.

Dando uno sguardo al passato, con Lula il Brasile ha acquisito una discreta influenza internazionale. Il gigante sudamericano si è persino ritrovato nel gruppo dei Brics, acronimo che indica ancora oggi un insieme di Paesi che condividono una situazione economica in via di sviluppo e abbondanti risorse naturali strategiche e che, soprattutto, sono caratterizzati da una forte crescita del Pil. Il Brasile è sprofondato negli abissi ma potrebbe presto tornare in sella. E a riportarlo nella posizione che gli compete potrebbe essere proprio l’ex sindacalista definito nel 2010 dal Washington Post “il miglior amico dei tiranni nel mondo democratico”.

Il vento del lulismo

Il lulismo ha un occhio di riguardo verso le fasce più deboli. Il suo obiettivo dichiarato è ridurre le diseguaglianze, senza però mettere in discussione le strutture del Paese. Nei primi anni Duemila, Lula seppe sfruttare al meglio il boom delle materie prime per rilanciare l’economia brasiliana e, al tempo stesso, moltiplicare i programmi sociali contro la povertà. Se i poveri vanno collocati al centro dello sviluppo nazionale, è altrettanto importante creare uno Stato forte, in grado di fare investimenti.

Lula è nato a Cates il 27 ottobre del 1945. Oggi, in questo piccolo borgo, si trova una replica della baracca in cui è nato è cresciuto. Il leader del PT non fa parte della ricca élite cittadina e per questo conosce bene la vita quotidiana di tanti milioni di brasiliani. I programmi sociali sono sempre stati al centro della sua politica attiva da presidente. Ricordiamo Fome Zero, e cioè Fame Zero, per rafforzare l’agricoltura e mettere un argine alla fame. Ma anche Bolsa Familia, con la quale lo Stato forniva aiuti finanziari alle famiglie più povere in cambio della scolarizzazione e vaccinazione dei figli. E poi Luz Para Todos, un programma che puntava a rendere universale l’accesso all’energia elettrica. Il Brasile spera in un futuro migliore.