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Angelo D’Orsi: “La mia Torino contro i poteri forti, basta eventi e grandi opere. Ricuciamo le periferie con la cultura”

Angelo D’Orsi, sostenuto dalla sinistra radicale, si candida alla guida di Torino per "scardinare i poteri forti". L'obiettivo? "Vincere"

Angelo D’Orsi, storico di 64 anni, si candida alla guida della città di Torino. Sostenuto da tanti partiti della sinistra radicale (che si stanno unendo per la “Coalizione delle Sinistre”) D’Orsi punta a scardinare quello che chiama “il sistema politico-finanziario di Torino”. A sostenerlo tre liste: “Sinistra in Comune” (che raggruppa Rifondazione Comunista, Dema, Sinistra Anticapitalista), PCI e Potere al Popolo (ma a breve potrebbero arrivarne altre). Rimprovera ai Cinque Stelle di “essersi accodati ai poteri forti” e sul Pd è netto: “Non lo considero sinistra”.

Cosa l’ha spinta a presentarsi alle elezioni comunali?

Ho dedicato la mia vita allo studio della politica, sul piano storico e filosofico in particolare, e sono sempre stato un intellettuale libero. Da cittadino ho sempre fatto politica attiva fuori dai partiti e tutti sanno come la penso: sono un uomo di sinistra, legato alle idee di Gramsci, e mi sono sempre schierato pubblicamente. All’età di 64 anni, dopo una vita dedicata allo studio e all’Università, ho deciso di accettare una sfida politica. Mi sono detto: “Se non ora, quando?”. La coalizione di sinistra mi ha chiesto se volevo mettermi a disposizione e ho deciso di partecipare per vincere. 

Lei si candida a sindaco dopo 5 anni di Giunta Cinque Stelle. Cosa rimprovera a Chiara Appendino in questi cinque anni di mandato?

I Cinque Stelle avevano promesso la rivoluzione, ma si sono rivelati chiacchiere e distintivo. Quello che è cambiato è solo il personale politico, nient’altro. Chiara Appendino si è inserita pienamente nel sistema politico e finanziario di Torino e gli ingranaggi che governano la città non sono affatto cambiati. Dare voce alla parte predominante di Torino, che subisce i potentati economico-finanziari, è invece il mio obiettivo. E ciò significa tornare ad occuparsi di periferie, che anche Appendino ha trascurato moltissimo, buone solo per le campagne elettorali.

Quali sono le parole chiave del suo programma elettorale?

Senza dubbio “ascolto” e “trasparenza”, due concetti per me fondamentali. L’opinione dei cittadini sarà fondamentale per comporre il programma, che proprio per questo è in continuo divenire. La seconda parola è “trasparenza”: dove esiste un potere invisibile non può esserci democrazia. Le decisioni non possono e non devono essere prese nel chiuso di un salotto, da quattro personaggi che non hanno relazioni con gli elettori, ma da chi conosce le esigenze dei cittadini. Troppo spesso invece questo non è accaduto, ed è a mio modo di vedere insopportabile. 

Una sua battaglia qualificante, invece, quale sarà? 

Mi batterò affinché il diritto alla cultura, e quindi alla bellezza, sia garantito a tutti. Oggi la cultura è di fatto solo per ricchi: chi può andare al Teatro Regio a vedere uno spettacolo, una persona che vive in periferia? Mediamente no. Perché questo si realizzi serve portare fuori dal centro, come al quartiere La Falchera, biblioteche, cinema, teatri e pub. E Paolo Damilano del centrodestra, che chiamo “il piccolo Berlusconi di Torino”, non ha la sensibilità politica per portare avanti questi temi. Sulla riqualificazione dell’area Westinghouse, ad esempio, io avrei agito diversamente, creando un centro polivalente con biblioteche all’interno. E invece si è preferito un mercato. Così come è diventato un hotel di lusso, ceduto ad una società privata amica del Pd, l’edificio in cui Gramsci ha abitato per anni.

Pare che il rilancio di Torino post-Covid, secondo l’attuale Giunta, passi molto dai grandi eventi sportivi (Atp Finals di Tennis, Universiadi, etc). Lei che ne pensa?

Sono assolutamente contrario a questa tipo di pensiero. Le Universiadi sono uno spreco di denaro pubblico, l’ho sempre sostenuto, e vanno a vantaggio di una piccolissima fetta di popolazione. Io invece immagino tanti piccoli eventi culturali, ma sparsi su tutta la città, che non soddisfino i soliti imprenditori e le banche. E sono contrario alla filosofia delle grandi opere.

Qualche esempio?

La nuova città della salute. Il mio slogan è “no alla città della salute, sì alla salute in città”. È un progetto a cui mi sono sempre opposto, che di sostanzioso non ha nulla. Gli anziani o i più poveri che non hanno la macchina, ad esempio, come faranno a frequentare questo mega centro innovativo? Al posto che collaborare per costruire questo mega centro, a mio avviso poco funzionale, preferirei impegnarmi per creare più ambulatori in città, piccoli ma diffusi. Che poi sì, la sanità è regionale, ma un sindaco può dare dei segnali. Per ricucire il fossato che c’è tra la Torino delle periferie e quella ricca delle ZTL servono anche azioni come queste. 

In campagna elettorale tanti parleranno di smog e inquinamento. Lei come affronterebbe questo tema?

Investendo sulla metropolitana, non di certo sul Tav. I Cinque stelle erano stati eletti anche con lo slogan “NO TAV” ma è stato completamente disatteso. Il motivo? Si sono accodati anche qui ai poteri forti. Al posto che buttare soldi su quest’opera, che secondo me non si farà mai, si progettino stazioni metropolitane. La stragrande maggioranza delle comunità locali, infatti, è fieramente contraria al Tav che provocherebbe, in primo luogo, una devastazione ambientale. I dati comunque, dopo cinque anni di Appendino, ci dicono che l’aria di Torino è peggiorata ulteriormente.