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San Siro. Il nuovo stadio non si fa più, ecco perché

Depositati gli atti integrativi al Comune ma è melina di Inter e Milan. Troppi problemi, lo stadio salta. Scaroni fallisce la missione

di Francesco Floris

La scadenza era domenica 28 febbraio. Milan e Inter hanno inviato con 48 di anticipo al Comune di Milano l’ultima tornata di integrazioni allo studio di fattibilità sul nuovo stadio di proprietà immaginato per sostituire il “Meazza”. Lo hanno fatto dopo che Palazzo Marino aveva chiesto chiarimenti ai club e nuovi dettagli in merito alla quantità e alla qualità degli spazi che rimarranno ad uso pubblico come aree verdi, zone pedonali, piazze e servizi, e alle funzioni di intrattenimento da convenzionare con Palazzo Marino nell’ambito della proposta di riqualificazione di San Siro. Rossoneri e nerazzurri hanno risposto entro la data indicata dal Comune consegnando anche anche le integrazioni riguardanti il piano economico finanziario per la realizzazione del progetto. Si tratta tuttavia di melina a centrocampo: la realtà è che il nuovo San Siro è a rischio. Dopo un anno e mezzo di annunci non si farà.

Scaroni pensa a scalo Farini?

Paolo Scaroni, il presidente del Milan chiamato dal Fondo Elliott a guidare la società dopo il travagliato passaggio societario fra il cinese Yonghong Li e gli americani, sempre con il coinvolgimento dell’ex manager di Eni, ha fallito la sua missione. E ora potrebbe tornare al piano B. Sesto? No. Portello? Men che meno. Si torna alle origini. Nei cassetti ci dovrebbero ancora essere i disegni del progetto intermedio pensato all’epoca del cinese. Dove? Scalo Farini, il più grande degli scali ferroviari dismessi di Milano. Uno stadio di proprietà esclusivamente per l’ex club di Silvio Berlusconi e Adriano Galliani. Quando lo si pensò, prima di trovare l’opposizione di Ferrovie, via Aldo Rossi parlava di un investimento monstre da 2 miliardi di euro, quasi il doppio di quelli promessi dalle due squadre per San Siro e distretto multifunzionale intorno (1,2 miliardi).

Troppi problemi

A pesare sulle scelte tanti fattori. Il primo, principale. Se fino a pochi mesi fa era la proprietà del Milan a destare problemi per l’assenza di trasparenza totale – ma una solidità finanziaria invidiabile nel calcio italiano – ora sono i cugini primi in classifica in serie A ma che navigano in pessime acque. Suning sempre più lontano. La lotta senza quartiere di Pechino ai capitali cinesi che vanno all’estero. Voci sempre più insistenti, e vere, del gruppo cinese in cerca di un acquirente per vendere la squadra prima di aver incassato il progetto stadio che ne avrebbe alzato le quotazioni. Poi la politica. Che non decide e non parla, nemmeno a Milano.

La “Legge Stadi” ha fallito

A livello nazionale da quando nel 2014 è passata la “Legge Stadi”, con i renziani a rimboccarsi le maniche anche negli anni successivi per accelerare il processo di rinnovo infrastrutturale del calcio italiano attirando investimenti esteri, in realtà non è stata posata una pietra che sia una. Milano? Tutto fermo. Roma? Chiacchiere. Cagliari? Fermo. Come anche il Franchi di Firenze, con la proprietà americana del magnate delle telecomunicazioni Commisso che sembra essersi infilata in un cul de sac. In Toscana proprio come in Lombardia ci si sono messi poi gli agguerriti comitati ambietalisti e di quartiere che vogliono salvare il patrimonio “architettonico-sportivo” del Paese e puntano alle ristrutturazione degli stadi esistenti. Costi inferiori e meno impatto “speculativo” sui quartieri – dicono. Ma dove giocano per quattro-cinque anni le squadre, rispondono i loro avversari.

I ricorsi

Come che sia non è un gioco quello dei cittadini attivi in prima persona. Ricorsi al Tar dei Verdi, pareri della Soprintendenza sul valore storico-culturale-architettonico anche di piccoli muretti o “archivi” nascosti negli stadi. Si è andati anche alla commissione tecnico-consultiva del Ministero dei Beni culturali presieduta da Tommaso Montanari. Che dà ragione ai comitati di Milano, almeno in parte. Alla Direttrice generale del Mibact, Federica Galloni, non importa e passa sopra il parere delle commissione guidata dallo storico dell’arte nemico di Vittorio Sgarbi. Piovono pietre. Perché tutti subito a scavare e tirare fuori l’antica amicizia della Galloni con Paolo Berlusconi, fratello dell’anima (e il portafoglio) rossonero per 30 anni.

Di chi sono i soldi?

E ancora: i soldi del Milan da dove arrivano? Da Elliott. Chi è Elliott? Per rispondere bisognerebbe viaggiare. Fino in Delaware. Se all’inizio della querelle era un argomento da noiosi e ossessionati, qualcosa nel tempo è cambiato. In consiglio comunale a Milano sono tanti i rappresentati dei cittadini della maggioranza di centrosinistra che si fanno queste domande prima di votare. Da David Gentili a Natascia Tosini, Carlo Monguzzi, Alessandro Giungi, Enrico Fedrghini. Il voto, già ballerino di per sé, nel frattempo slitta. Con i club per i quali non si capisce se preferiscano tentare il jolly prima delle elezioni (quando i politici sono più deboli) o dopo le comunali. Con una maggioranza che auspicano più favorevole ai loro interessi ma anche con politici che hanno davanti cinque anni di serenità e più tempo per riflettere o mettere i bastoni fra le ruote. Come che sia, tante criticità. Troppe. E il progetto San Siro è sempre più lontano. Evaporato. Questa volta il derby lo hanno perso entrambe.