Enrico Letta, tra Edmond Dantès e lezioni di calcolo della probabilità

Il tempo e il silenzio sono state le armi che Enrico Letta ha usato per poter consumare la sua vendetta contro Matteo Renzi

“A tutti i mali ci sono due rimedi: il tempo e il silenzio”. Alexandre Dumas padre non è tra gli autori che Enrico Letta ha indicato tra i preferiti nelle tante interviste in cui ha parlato del suo privato. E’ molto probabile, però, che il segretario del Pd abbia fatto tesoro delle parole di Edmond Dantes, alias Conte di Montecristo.

Il tempo che Letta ha dovuto attendere sono stati i sette anni in cui è rimasto in esilio volontario in Francia, dopo la defenestrazione da presidente del Consiglio ad opera di Matteo Renzi, nel 2014.

Ricordate?  L’attuale leader di Italia Viva (allora segretario del Pd) , ospite in tv di Daria Bignardi, aveva assicurato Letta con l’ormai arcinoto hashtag #enricostaisereno, che non era sua intenzione sostituirlo alla guida del governo. Seguì, invece, il passaggio di consegne, con la cerimonia della campanella a Palazzo Chigi, in cui Enrico Letta non degnò neppure di uno sguardo il suo baldanzoso successore.

Enrico Letta come il Conte di Montecristo

Un silenzio durato fino a quando, dopo le dimissioni di Nicola Zingaretti nel 2021 da segretario del Pd, Enrico Letta è stato richiamato dalla sua attività di docente di Scienze politiche a Parigi, per prendere la guida dei dem. Eletto all’unanimità da tutte le correnti del partito, compreso l’avamposto renziano rimasto al Nazareno, la corrente di Base riformista guidata dal ministro della Difesa Lorenzo Guerini e da Luca Lotti.

Oggi che Letta cerca di essere il federatore del centrosinistra in vista delle elezioni del 25 settembre, con l’obiettivo di fermare l’avanzata delle destre,  la vendetta è stata consumata.

Letta ha stretto l’accordo elettorale con Carlo Calenda ed Emma Bonino (Azione e + Europa), quasi sicuramente riuscirà a convincere l’ala più a sinistra (Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli) a sottoscrivere un accordo elettorale. A rimanere fuori, col cerino in mano, è il solo Matteo Renzi, che ha annunciato che si candiderà in almeno cinque collegi, sperando di fare da traino a una forza politica in piena crisi asfittica: la sua Italia Viva è data dai sondaggisti al 3% (al limite della soglia di sbarramento).

Letta, un democristiano puro sotto le insegne del Pd

Enrico Letta non dirà mai che la sua vendetta è compiuta, perché la cifra dell’uomo politico è quella di chi è cresciuto alla scuola democristiana. Il suo primo incarico pubblico è nella sua città, Pisa, dove viene eletto in Consiglio comunale nella lista della Scudo crociato. A 25 anni è presidente dei Giovani del Partito popolare europeo. Nel 1990 conosce Beniamino Andreatta e diventa ricercatore dell’Arel, l’Agenzia di ricerche e legislazione di cui è segretario generale dal 1993.

Nello stesso anno il primo contatto con le istituzioni. Segue infatti Andreatta, come segretario particolare, al Ministero degli Esteri, nel governo Ciampi. Lo stesso Ciampi lo chiama nel 1996 al Ministero del Tesoro come segretario generale del Comitato per l’euro.

Enrico l’ultimo frutto del grande albero Dc

Marco Follini di lui dice: «Enrico è l’ultimo frutto del grande albero democristiano».  E a Vittorio Zincone che lo intervista e gli chiede se si riconosce in quella definizione, Letta risponde: «Direi di sì.

La mia esperienza più forte è stata il decennio al fianco di Beniamino Andreatta. E lui era il meglio della Dc».

Enrico Letta, classe 1966, comincia a fare politica nel 1982, a soli sedici anni, al liceo classico Galilei di Pisa. Fa parte della lista Alternativa democratica, legata al gruppo Confronto, nato su spinta dell’Azione Cattolica Ambrosiana. Il suo primo intervento pubblico avviene durante un’assemblea degli studenti, dove prende la parola per contestare l’invasione sovietica dell’Afghanistan.

Nel 1984 viene invitato a Maiori al congresso del movimento giovanile Dc.

Racconta di essere rimasto sconvolto da quella esperienza, per la durezza dello scontro su chi  dovesse fare il leader a livello nazionale. I due candidati forti erano Dario Franceschini e Renzo Lusetti. Letta appoggiavo Lusetti. «Al momento di comporre le liste successe di tutto», ha raccontato sempre nell’intervista rilasciata a Vittorio Zincone, «Ho visto gente calarsi dalle finestre, gruppetti che si accapigliavano nei bagni. Pensai: “Se questa è la politica… Non prenderò mai la tessera della Dc”».

Letta organizzatore del congresso dei giovani Dc europei

Nel 1990, invece, è proprio Letta a organizzare a Pisa il congresso dei giovani Dc europei: «Riuscii ad invitare Giulio Andreotti, che allora era presidente del Consiglio. E con lui si presentarono per riunirsi in summit anche il tedesco Helmut Kohl, il belga Wilfred Martens e gli altri leader democristiani europei. Proprio lì decisero di dare il loro ok all’unificazione della Germania. L’anno successivo divenni presidente dei giovani Dc europei, una carica considerata di serie D, in Italia. Ricordo che allora Alejandro Agag era il leader dei giovani popolari spagnoli», il suo racconto.

L’ascesa di Enrico Letta, che parla correntemente francese (ha frequentato le scuole dell’obbligo a Straburgo) e inglese prende velocità: vicesegretario del Partito popolare italiano dal gennaio 1997 al novembre 1998, nello stesso mese diventa a 32 anni ministro per le Politiche Comunitarie con il primo governo D’Alema. E’ il più giovane ministro della storia repubblicana (Andreotti era diventato ministro a 35 anni). Primato che cederà un decennio più tardi a Giorgia Meloni, diventata ministra a 31 anni.

Il più giovane ministro della storia italiana

Nel 2000 è ministro dell’Industria, Commercio e Artigianato nel secondo governo D’Alema. Incarico che conserva, con il governo Amato, per il quale è anche ministro del Commercio con l’Estero fino al 2001. Nel 2001 diventa deputato per la prima volta e s’iscrive alla Margherita.

Nel giugno 2004 rassegna le dimissioni dalla Camera e, da capolista dell’Ulivo, viene eletto deputato europeo per la circoscrizione Italia Nord-Est. Torna deputato della Repubblica italiana e tra il 17 maggio 2006 e l’8 maggio 2008 è sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri nel governo Prodi.

Nel 2007 si candida alla segreteria del neonato Partito democratico ottenendo, con le primarie del 14 ottobre, oltre l’11% dei consensi. Nelle elezioni del 13 e 14 aprile 2008, capolista Pd nella Circoscrizione Lombardia 2, viene eletto alla Camera dei Deputati. Nel 2009, in occasione del Congresso del Partito democratico, decide di appoggiare Pier Luigi Bersani e la mozione che lo sostiene. Il 9 novembre 2009 Bersani diventa segretario nazionale del Pd, Letta viene nominato dall’Assemblea nazionale vicesegretario unico del Partito Democratico.

Sette anni fuori dai giochi

Alle elezioni politiche del 2013 Enrico Letta è capolista del Partito Democratico alla Camera dei Deputati nelle Marche e in Campania. Tornerà a sedere nell’aula di Montecitorio il 4 ottobre 2021. quando viene eletto deputato alle suppletive nel collegio di Siena indette per sostituire Pier Carlo Padoan, dimessosi da parlamentare dopo la nomina a presidente Unicredit.

Per il segretario del Pd, laureato in Diritto internazionale all’Università di Pisa, città in cui è cresciuto e ha conseguito il dottorato di ricerca in Diritto delle comunità europee, ci sono due elementi che lo tengono intanto legato, giocoforza, al centrodestra: la parentela con uno dei più stretti collaboratori di Silvio Berlusconi, Gianni Letta (fratello si suo padre Giorgio) e lo stesso ex Cavaliere. Ma in questo caso si tratta solo di fede calcistica: Enrico Letta è, infatti, tifoso del Milan e non nasconde che ha pianto di gioia quando ha visto Berlusconi sollevare una Champions.

Letta e il pianto di gioia per la Champions del Milan

Un’altra sua grande passione è il subbuteo, un gioco da tavolo che riproduice in miniatura il gioco del calcio. Paolo Dellachà, in Filosofia del Subbuteo, scrive che il gioco consente al giocatore di interagire in maniera assai più evidente «con le leggi della fisica reali, esplorando la relazione tra la propria sfera interna e il mondo al di fuori, attraverso un dialogo continuo e assorbente». Quasi una metafora della vocazione lettiana ai campi larghi.

Letta, sposato in seconde nozze con la giornalista del Corriere della Sera Gianna Fregonara (hanno tre figli: Giacomo, Lorenzo e Francesco) si era sposato una prima volta giovanissimo, a soli 24 anni (evidentemente la precocità è nel suo Dna), con Valeria Spagnulo, per divorziare dopo sei anni.

Sua madre Anna ha origini sassaresi-toscane, mentre il padre Giorgio, accademico dei Lincei, professore universitario oggi in pensione, è di Avezzano, in provincia dell’Aquila, e, oltre a Gianni, ha altri sei fratelli.

Il padre matematico e le probabilità statistiche di vittoria delle elezioni

Dopo la laurea in Matematica Giorgio Letta è stato borsista presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche all’Università di Monaco di Baviera e, sul finire degli anni ’60, è diventato professore ordinario di Calcolo delle probabilità presso l’Università di Pisa. E’ stato più volte visiting professor in Francia, soprattutto a Strasburgo, dove il segretario Pd ha frequentato, come si diceva, le scuole dell’obbligo.

Nel corso della sua carriera, Giorgio Letta si è occupato prevalentemente di calcolo delle probabilità e di statistica. Non è da escludere che Enrico non si sia rivolto al padre per l’elaborazione di un modello matematico-statistico predittivo che simuli i risultati elettorali in base alle alleanze che il Pd riuscirà a stringere prima della presentazione delle liste.

Letta come Dylan Dog, indagatore di incubi

In caso di sconfitta, Letta potrà almeno in parte consolarsi con la lettura del suo fumetto preferito, Dylan Dog, l’indagatore dell’incubo che da quasi 35 anni e per più di 400 albi ha esplorato i nostri incubi più oscuri e affrontato orde di mostri sanguinari e terrificanti. Che forse fanno meno paura delle orde di nuovi mostri alla ricerca di uno strapuntino in Parlamento con i quali Letta ha a che fare in questo periodo.