Le grane post-referendum di Draghi: gli italiani non vogliono il bis e sono i meno filo-ucraini d’Europa

True Data ha sondato le opinioni degli italiani su un possibile bis di Mario Draghi al governo e sulla guerra in Ucraina

La storia recente lascia il sospetto che il nostro non sia un paese da referendum, o almeno che non lo siamo più nella Seconda Repubblica. Anche guardando all’attualità, l’esito della consultazione con la minor partecipazione di sempre e delle amministrative a un anno dal voto, lascia adito a sorprese. Per prima cosa, i sondaggi pre-elettorali e gli exit poll ci hanno preso. Ci sarebbe poi una soluzione al vaglio del parlamento per far fronte in maniera sistemica al problema del crollo dell’affluenza: un libro bianco contro l’astensionismo.

Le note positive per il sistema-Paese finiscono qui. Chiuse le urne, rimangono gli strascichi all’interno della maggioranza, si infittiscono i sospetti tra le coalizioni e volano gli stracci dentro i partiti. Si aprono scenari sempre più tetri per il governo Draghi.

Draghi bis? No, grazie

Un bis di Mario Draghi? La maggioranza degli italiani risponde “no grazie”. Il 51% afferma di non avere fiducia nell’attuale capo del governo mentre un ulteriore 16%, pur approvando il suo operato, auspica un governo politico l’anno prossimo.

A volere Draghi a Palazzo Chigi anche nel 2023 è solo il 16,3% mentre il 14,8% è a favore a patto che ci sia una chiara maggioranza che lo sostenga in Parlamento. È quanto emerge dal sondaggio settimanale realizzato da Termometro Politico tra il 14 e il 16 giugno 2022.

Sulla bassa affluenza che ha affossato i referendum sulla giustizia, gli italiani danno diverse interpretazioni. Per il 29,5% il sistema ha boicottato il referendum, mediaticamente e politicamente, per il 23,7% ormai vi è un totale disinteresse per la politica in generale, che cresce anno dopo anno, per il 26% erano quesiti troppo tecnici e poco coinvolgenti per l’elettorato, infine per il 20% gran parte degli italiani non era d’accordo con i quesiti e ha fatto in modo che non passassero.

I meno filo-ucraini d’Europa

A ormai quasi quattro mesi dall’inizio della guerra ci si chiede cosa i Paesi occidentali dovrebbero consigliare di fare all’Ucraina. Le indicazioni che vengono dai sondaggi sugli italiani lasciano poco margine di manovra. Il nostro paese in Europa è quello dall’orientamento meno filo-ucraino e più vicino alla Russia.

È subito evidente nella domanda più importante, quella sulla responsabilità della guerra. Mediamente il 73% del pubblico internazionale risponde la Russia, e solo il 15% pensa che la colpa sia dell’Ucraina, gli Usa, la UE.

Tuttavia in Italia le proporzioni sono diverse: solo il 56% incolpa i russi. All’estremo opposto i finlandesi, tra cui della stessa opinione è il 90%, e inglesi, polacchi svedesi, con l’83%.

Ancora più chiaro il divario tra italiani e altri popoli nelle risposte alla domanda su quale Paese sia di ostacolo a una pace in Ucraina. Se a livello internazionale solo il 17% ritiene che sia l’Ucraina o la UE o gli Usa a impedire un accordo, in Italia tale percentuale diventa del 35%, ed è di poco inferiore al 39% che invece incolpa la Russia.

In media ad addossare la responsabilità su Putin è invece il 64%, e si arriva all’87% in Finlandia e all’82% in Svezia.

La stanchezza di un Paese: la visione dell’Osservatorio Globalizzazione

L’Italia è stanca e affaticata. Vuole chiuderla in fretta con la fase emergenziale e tornare alle dialettiche pre-Covid. La tempesta bellica e le sue conseguenze si riflettono sui consensi di Mario Draghi, che abbiamo visto del resto aver perso il tocco magico da tempo.

Draghi, l’idea di un’unità nazionale oramai logora e il sostegno all’Ucraina si sommano nel calo parallelo dei consensi del premier e del sostegno nazionale alla causa di Kiev.

Draghi è stato chiamato da Sergio Mattarella con la percezione di un pericolo incombente: unione del ritorno di fiamma della pandemia e del rischio recessione a inizio 2021. Un anno e mezzo dopo, l’effetto rallying around the flag è logoro e neanche i timori bellici lo rinverdiscono.

Il motivo è chiaro: da un lato saltano fuori le divergenze politiche e ogni parte, essendo entrambe le coalizioni titolate potenzialmente ad ambire a governare, accentuano il distacco dall’esecutivo nelle parole o nei fatti per riposizionarsi in vista del voto; dall’altro, Draghi è visto come l’uomo durante il cui governo si è prodotto il record di inflazione e rincari, vero contrappasso per l’esecutivo dichiaratosi “dei Migliori”. La stanchezza del Paese, riflettutasi nella scarsa affluenza al voto, è anche testimonianza dell’ennesimo disconoscimento dell’Uomo della Provvidenza di turno. Ciclo continuamente pronto a ripetersi nella nostra volatile democrazia.

True Data

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