Referendum, uno ogni 25 anni ce la fa. Dal 1997 affossate 8 consultazioni

La storia dei referendum, abrogativi e non, parla chiaro. La fortuna del quesito passa per le contingenze, non solo per promotori e temi

Non è un paese per referendum abrogativi. Nell’ultimo quarto di secolo, soltanto una volta è stato raggiunto il quorum. E’ ancora presto per dichiararlo ufficialmente, ma gli indizi sull’affluenza portano a pensare che anche la consultazione sulla giustizia, promossa da Lega e Radicali, sarà destinata a non passare la soglia di sbarramento del 50%+1. Come in sette precedenti su otto dal 1997: in 25 anni solo uno ce l’ha fatta.

Inizio col botto

In principio fu il divorzio. Nel 1974 si svolse la prima consultazione abrogativa, sulla legge Fortuna-Baslini, con la quale era stato introdotto in Italia il divorzio. In quell’occasione l’affluenza fu dell’87,7% e vinse il “no” con il 59,3% dei voti. Si trattò di un’affluenza record tra le consultazioni abrogative, seconda in generale solo al referendum del ’46 sulla forma istituzionale dello Stato (89,1%).

Dal 1974 al 1995, ad eccezione del referendum su caccia e pesticidi del 1990, il quorum è stato raggiunto in tutte le altre 8 consultazioni.

Inversione di tendenza

Col passaggio dalla Prima alla cosiddetta Seconda Repubblica, il trend si è invertito. Questa tendenza si è modificata a partire dal referendum del 1997. Delle 8 consultazioni effettuate, solo quella del 2011, sulla gestione pubblica dell’acqua, raggiunse il quorum, con un’affluenza del 54,8% degli aventi diritto.

Questioni di temi, ma anche di momenti storici. Sono le contingenze a segnare i destini dei quesiti. Dopo il disastro nella centrale nucleare di Fukushima ad esempio, ai referendum del 2011, trainati da quello sul nucleare, andarono a votare il 54,9% di elettori. Con quorum ampiamente raggiunto anche negli altri tre quesiti che riguardavano la gestione dei servizi pubblici locali a privati; la tariffa dell’acqua e il legittimo impedimento per le alte cariche dello Stato.

Quello fu l’unico caso dal 1997 di consultazione abrogativa riuscita. Per il resto, nulla.

Non è questione di temi o promotori

Un tema ecologico affine, come quello delle trivelle nel 2016, non andò oltre il 31%. Un altro flop il referendum sulla legge elettorale del 2009. Tre quesiti proposti da Mario Segni e Giovanni Guzzetta sul premio di maggioranza alla lista anziché alla coalizione. Record in negativo per l’affluenza, ferma al 23%.

Consultazioni invisa oggi alla Lega, in passato anche alla Sinistra. Come nel 2005 col referendum sulla procreazione assista; conclusi in nulla di fatto per l’ingerenza dei cattolici, riuniti sotto l’egida del cardinale Camillo Ruini che ridusse la partecipazione al 25%. Affluenza e quindi sorte analoga nel 2003, per l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, promosso da Rifondazione comunista e Verdi. Un quesito sull’articolo 18 – insieme ad altri sette degli indomiti Radicali – c’è stato anche nel referendum del 2000 che andò poco oltre il 30%.

La fortuna dei quesiti non sembra dunque essere dovuta ai promotori.

I referendum in numeri

Nei 76 anni di storia repubblicana gli italiani si sono espressi su 73 quesiti referendari (con i cinque del 12 giugno 2022 si è raggiunta quota 78). Di questi 67 sono stati abrogativi, raggruppati in 19 giornate elettorali. Quelli che hanno raggiunto il quorum sono stati 39 (il 67%).

A completare la storia dei quesiti referendari, concorrono i quattro costituzionali, uno consultivo e uno istituzionale.

Quest’ultimo riguarda proprio quello con cui il popolo italiano fu chiamato a scegliere tra monarchia e repubblica, il 2 giugno 1946 (89% di affluenza, di cui 54% per la Repubblica).

Il referendum d’indirizzo è quello consultivo sull’eventuale conferimento di un mandato costituente al Parlamento europeo, datato 1989 e promosso con oltre l’80% di affluenza e di Sì. Le consultazioni costituzionali furono quattro. Quello del 2001 sulla modifica del Titolo V per il conferimento di maggiori autonomie (promosso il 34% di affluenza e il 64% di Sì); quello del 2006 sulla modifica della parte II, bocciato dal 61% degli elettori; così come il referendum costituzionale voluto da Matteo Renzi nel 2016 e respinto dal 59%); promosso invece, con affluenza del 51% e il 69% di Sì, il referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari del 2020.