Perché non bisogna commemorare Falcone, ma difenderne l’eredità

Giovanni Falcone è più dell'eroe che si commemora ogni 23 maggio. Esaltare il mito, dimenticando l'uomo e il lavoro, è svilirne l'eredità

Giovanni Falcone è molto più dell’eroe che si commemora ogni 23 maggio. A 30 anni dalla sua morte, continuare a esaltare il mito dimenticando l’uomo e il suo lavoro, significa svilirne l’eredità. Falcone non è un eroe: è molto di più. Innumerevoli articoli in una giornata triste come quella del trentennale della morte di Giovanni Falcone, ricorderanno il giudice palermitano attraverso l’esaltazione della sua figura mitologica di eroe imperituro dell’antimafia.

Non una semplice icona

Anche a costo di suscitare incomprensioni, si dovrebbe forse porsi consapevolmente in contrasto con la tendenza così (troppo) diffusa di trasformare Falcone in icona. Eclissandolo come ha scritto Giuseppe D’Avanzo. “Mai che si riuscisse a discutere di Falcone senza farsi afferrare da quell’onda di dolorose emozioni che interdice ogni riflessione e giudizio. Il rito celebrativo cristallizza il dolore, lo perpetua in un’infinita cerimonia funebre.

Paradossale è l’esito del rituale. Alla fine si ricorda autocompiacendosi del proprio dolore, ma si dimentica Giovanni Falcone che, trasformato in icona, s’eclissa”.

Un rituale del ricordo, o meglio della commemorazione. Che soffoca la memoria di Giovanni Falcone in una morsa emotiva/celebrativa che ne esalta la dimensione eroica, relegandone tuttavia quella umana nel dimenticatoio. Diversamente, dell’uomo e del suo lavoro intende parlare questo pezzo. Per sottrarre Giovanni Falcone alla retorica e riconsegnarlo alla sua gente: rendendolo nuovamente reale, raggiungibile, imitabile.

Difenderne l’eredità

A 30 anni dalla sua morte è più che mai centrale ripartire da chi era Giovanni Falcone. Dalla memoria e dall’eredità contenute nelle sue idee, nelle sue intuizioni e, perché no, anche nei dubbi di un uomo pragmatico e insieme fortemente autocritico.

Per farlo è bene riprendere direttamente le sue parole, contenute in quell’opera inestimabile che è “La posta in gioco: interventi e proposte per la lotta alla mafia” di cui D’Avanzo ha firmato la prefazione.

Una raccolta contenente circa una quarantina di contributi tecnici, di natura legale e non solo, che rappresenta la reale eredità di Giovanni Falcone. Quella che, oggi più che mai, è fondamentale ricordare.

Capire la mafia per migliorare noi stessi

Il filo rosso che traccia tutti gli interventi di Falcone dal 1982 al 1992 è la premessa di intendere la mafia non solo come un fenomeno meramente criminale. Ma come un’entità polivalente e mutevole, e su questa consapevolezza costruire le basi della risposta dello Stato.

Comprendere la mafia nella sua complessità, nelle sue interazioni con la politica, l’economia, la società. Questo è per Giovanni Falcone il primo gradino da cui partire impostare una strategia di contrasto che sia ugualmente complessa e capillare.

Il giudice che più di tutti ha contribuito a cristallizzare la problematica e la struttura organizzativa mafiosa a livello penale. E’ così anche colui che ne rimarca la natura fluida, in continua evoluzione, e la necessità a nostra volta di continuare ad aggiornarci per contrastarla.

Come cambiare le cose

Questo pragmatismo è ciò che spinge Falcone a domandarsi cosa sia possibile fare per migliorare l’azione dello Stato e gli strumenti a disposizione dei suoi uomini. A partire da un ripensamento del diritto penale in materia e delle tecniche investigative.

In questo senso, molta della produzione di Giovanni Falcone è volta a fornire ai magistrati sempre più armi per accertare il reato associativo in un’aula di tribunale (aspetto tutt’altro che semplice).

Per questa ragione, nel 1982 scrive insieme a Giuliano TuroneTecniche di indagine in materia di mafia“, all’interno del quale presenta una teoria che ribalta il metodo di indagine condotta sino a quel momento contro la criminalità organizzata: non si deve partire più (unicamente) dalla natura associativa della mafia per individuarne i crimini, ma si devono seguire i crimini per tracciare le trame dell’organizzazione. È la teoria, ben presto diventata solida prassi giurisprudenziale, dei cosiddetti reati-fine o reati-scopo.

Indagini innovative

Un’altra arma che Falcone affina per sé e per i suoi colleghi, è quella delle indagini bancarie e patrimoniali. Seguire i soldi – o follow the money come piace dire agli americani che Falcone ha aiutato in più di un’indagine – è il modo migliore per comprendere le bisettrici criminali delle organizzazioni mafiose. Riprendendo le parole di Falcone:

Il vero tallone d’Achille delle organizzazioni mafiose è costituito dalle tracce che lasciano dietro di sé i grandi movimenti di denaro connessi alle attività criminali più lucrose. Lo sviluppo di queste tracce, attraverso un’indagine patrimoniale che segua il flusso di denaro proveniente dai traffici illeciti, è quindi la strada maestra. L’aspetto decisamente da privilegiare nelle investigazioni in tema di mafia. Perché è quello che maggiormente consente agli inquirenti di costruire un reticolo di prove obiettive, documentali, univoche, insuscettibili di distorsioni.

La svolta dei pentiti

Ancora, l’utilizzo dei collaboratori di giustizia – sebbene non sia propriamente “un’ invenzione” di Falcone – è un ulteriore aspetto su cui il giudice palermitano ha battuto molto in vita e che ha contribuito a dotare di un preciso rigore metodologico. Lasciando nuovamente parola a Falcone:

“Nessuna regola è possibile formulare nella valutazione dell’attendibilità dei pentiti. In proposito, è certamente vero che costoro quasi sempre sono soggetti macchiati di gravi delitti e da ascoltare, quindi, con estrema cautela. Ma non è men vero che solo dalla viva voce dei protagonisti di vicende criminali possono essere tratti elementi di conoscenza altrimenti non acquisibili. È indispensabile allora – perché il fenomeno del pentitismo si traduca in risultati utili per la giustizia – l’esperienza, la capacità, la serenità, in una parola la professionalità del giudice”.

Falcone dimostra con le sue parole lungimiranza e onestà nel riconoscere meriti e limiti dello strumento dei collaboratori di giustizia. Ponendo come sempre nei suoi scritti la professionalità del giudice al di sopra di ogni cosa.

La stessa lungimiranza è infine alla base di un’altra importantissima fetta di eredità che ci ha lasciato Giovanni Falcone: il coordinamento delle indagini in materia di criminalità organizzata (anche e soprattutto a livello internazionale). Fortemente richiesta e ricercata, la condivisione delle proprie scoperte con colleghi ugualmente impegnati in processi di mafia è figlia di un’esigenza ben precisa per Falcone. Un’organizzazione criminale si batte unicamente con l’organizzazione delle forze e, più nello specifico delle indagini. Precisamente questa necessità è alla base della creazione di due strutture giudiziarie ancora oggi centrali nella lotta alle mafie: la Direzione Nazionale Antimafia e le Direzioni Distrettuali Antimafia.

Ricordare, non (solo) commemorare

Quelle descritte sono solo alcune delle proposte e delle iniziative portate avanti da Giovanni Falcone in vita, ma sono sufficienti a raccontare la caratura della persona e del professionista oggi, a 30 anni dalla morte. Il suo ricordo deve necessariamente passare da qui, dal suo spirito innovatore e coraggioso, dal suo pragmatismo e dalla difesa costante del bene comune. Non dalla commemorazione di un eroe inimitabile che non c’è più. Perché Giovanni Falcone c’è ancora: nei suoi scritti, nel codice penale, in tutti quegli uomini dello Stato che come lui pongono la propria professionalità al di sopra di tutto. Questa è la sua eredità, ricordiamola.