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Faida M5S sulle periferie Appendino impiega le risorse Raggi invece no, non spende i soldi

Più di due miliardi stanziati dal governo per le perfierie, spesi solo 230 milioni dai comuni. La prima della classe? Chiara Appendino a Torino che rischia di non essere ricandidata l'anno prossimo. L'ultima? Virginia Raggi, che invece gode di consensi fra gli elettori

di Francesco Floris

Una vale una. Sarà. Ma una spende i soldi e l’altra no. Indovinate chi viene premiata dalle intenzioni dell’elettorato e dall’establishment grillino? Ovvio, la seconda. L’ultima spaccatura nel fronte Cinque Stelle si trova dentro il quinto “Rapporto sulle città. Politiche urbane per le periferie” presentato il 16 novembre in Senato dal Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Riccardo Fraccaro. Cinque Stelle pure lui. Che mette nero su bianco un paio di numeri destinati a far riflettere: sui due miliardi e 61 milioni di euro stanziati dal Governo nell’ambito del “Programma per la riqualificazione urbana e la sicurezza delle periferie” per 1700 interventi presentati da 13 città metropolitane e 107 comuni capoluogo di provincia (recupero di aree, mobilità sostenibile, case popolari, edilizia scolastica, videosorveglianza, inclusione sociale, innovazione tecnologica), ne sono stati spesi a livello nazionale solo 230 milioni. Il 10 per cento. Chi li ha spesi? “Fino ad oggi – dice Fraccaro – soltanto il comune di Torino ha portato a termine tutti gli interventi previsti dal Programma” E gli altri? “Al 12 novembre 2020 risultano pervenute gli Uffici della Presidenza del Consiglio 103 richieste di proroga e di aggiornamento del cronoprogramma (97 delle quali approvate) e 112 richieste di rimodulazione degli interventi (92 approvate e 19 per le quali sono stati richiesti supplementi istruttori)”. Brava Chiara Appendino, verrebbe da dire di fronte a pubbliche amministrazioni e classi dirigenti cittadine che non riescono a spendere i soldi nemmeno quando ci sono e chiedono proroghe su proroghe. Fra le peggiori performance? Nemmeno a dirlo: “l’altra” sindaca grillina. Virginia Raggi. Che nella “sua” Roma ha fatto dell’immobilismo la cifra politica distintiva della giunta. Se non ci si muove, del resto, non si fanno le gare, gli appalti, gli affidamenti, è impossibile rubare. Questa la brillante ideologia che muove la sua azione come amministratrice. Ora. Nel 2021 si vota – Covid permettendo – in quasi tutte le città più importanti d’Italia: Roma, Milano, Torino, Napoli, Bologna. Ci si aspetterebbe che l’unico sindaco che ha speso tutti i fondi a disposizione per le periferie venga confermato, almeno dal suo elettorato e dal suo partito, fra urla di giubilo e braccia aperte. Invece no. Appendino è in bilico. Travolta dai giochini sulle alleanze sotto la Mole e da una misera condanna a sei mesi per falso nell’ambito del “processo Ream”, figlio di un debito contratto dalla città con un fondo immobiliare quando l’Appendino non era sindaca e aveva 31 anni. Tanto basta nei Cinque Stelle per “l’autosospensione”, che notoriamente non significa nulla ma fa molto purezza. Virginia Raggi invece gode di ottima salute. Nell’elettorato grillino i sondaggi la danno ri-candidata con percentuali venezuelane. L’unico dubbio è sul come e se affiancarsi al partito democratico a Roma per sconfiggere le destre. Tecnicamente mancano cinque mesi alle elezioni ma di nomi certi ancora non ce ne sono, né da una parte né dall’altra. Di campagne elettorali e programmi sui contenuti (per esempio come possono cambiare le città dopo la crisi sanitaria ed economica che ha colpito il cuore proprio le economie urbane basate su servizi e flussi di persone) non se ne vede traccia. Facciano pure con comodo. Al massimo gli elettori gli concederanno una proroga, come da tradizione.