di Andrea Bocchini
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Promossa nell’organizzazione, rimandata nella visione urbanistica. Per Massimiliano Tonelli, direttore di Art Tribune, il bilancio delle Olimpiadi invernali a Milano si muove su un doppio binario: macchina operativa efficiente, eredità infrastrutturale ancora incompiuta. Lo dichiara in un intervista esclusiva per Frontale: “La città ha dimostrato ancora una volta di saper gestire eventi di portata globale“, spiega. Ma il vero nodo non era l’evento in sé: era ciò che sarebbe rimasto dopo. Sul piano organizzativo, però, l’esame è superato. Il capoluogo lombardo è ormai abituato ai grandi appuntamenti internazionali. “Basti pensare alla Fashion Week (attualmente in corso): muove masse enormi eppure intere zone della città quasi non se ne accorgono”. E anche con i Giochi l’impatto è stato rilevante ma governato. Ha aiutato la natura “diffusa” dell’evento, distribuito tra montagne e regioni diverse, a differenza di esperienze concentrate in un’unica metropoli. La macchina milanese ha retto.
Certo, non sono mancate alcune polemiche. “C’è sempre chi si lamenta perché trova una strada chiusa mentre deve andare a fare la spesa. Ma se vivi in una città internazionale, questo fa parte del gioco“, continua. Una scelta, però, Tonelli la contesta: la chiusura delle scuole nei giorni più complessi. “Non è dipeso dal Comune, ma io avrei lottato per tenerle aperte. Sarebbe stata un’occasione per educare le famiglie a raggiungerle senza auto”. Chiudere le strade, non le scuole: un segnale culturale contro il traffico privato, in una città che fatica a ridurne il peso.
Milano e la legacy olimpica: i precedenti italiani e le strutture
Il capitolo decisivo, però, è quello della legacy e Tonelli richiama due precedenti italiani: le Olimpiadi di Roma 1960 e le Olimpiadi di Torino 2006. “A Roma, ancora oggi, interi assi viari vengono chiamati olimpici”- osserva-. A Torino i Giochi hanno lasciato non solo impianti, ma una trasformazione urbana profonda: marciapiedi rifatti, strade sistemate, infrastrutture che hanno reso la città capace di ospitare eventi internazionali negli anni successivi. Un’eredità tangibile e quotidiana“.
E a Milano gli interventi principali sono stati due, entrambi affidati ai privati. Il Villaggio olimpico è stato realizzato in tempi rapidi e con standard qualitativi elevati. “Qualche dubbio sull’estetica – spiega – ma risolvibile con il verde. Per essere un’opera fatta in economia e velocità, è stata brillante”. Positivo anche il giudizio sull’arena di Santa Giulia: “Struttura eccellente, con costruttori che hanno sicuramente una visione”.
Ma il problema, secondo Tonelli, è ciò che manca attorno. A Santa Giulia era previsto un collegamento tranviario: “Una piccola linea che un domani avremmo potuto chiamare il tram olimpico”. Oggi non si sa quando partirà. Mentre intorno al Villaggio, nell’area tra Fondazione Prada e gli scali riqualificati, lo spazio pubblico è rimasto sostanzialmente invariato. “Gli osservatori internazionali hanno subito notato il degrado: macchine parcheggiate sui marciapiedi, strade disegnate come negli anni Settanta. Sono arrivati fondi importanti, ma non sono stati usati per ridisegnare davvero la qualità urbana”.
C’è poi il capitolo palaghiaccio, annunciato dal sindaco Beppe Sala al termine dei Giochi. “Hai ospitato Olimpiadi invernali in una città che non ha una tradizione di impianti per il ghiaccio e ti accorgi solo alla fine che forse serviva una struttura stabile?”. Una decisione tardiva, secondo Tonelli, che segnala una visione non pienamente costruita prima dell’evento.
Anche sul fronte dei collegamenti con la montagna, l’occasione poteva essere più ambiziosa. “Sarebbe stato importante impostare un sistema ferroviario efficiente tra Milano e le piste da sci, utile durante i Giochi ma anche dopo“. Un modo per ridurre l’uso dell’auto nei fine settimana invernali e trasformare l’evento in leva strutturale di cambiamento.
E ancora: la cerimonia di apertura, spettacolare come da tradizione, ha lasciato un’altra occasione mancata. “Si poteva coinvolgere di più i ragazzi della città, con concorsi o percorsi partecipativi”. Più giovani sugli spalti, meno posti riservati alla politica: “Anche questo è lascito culturale, sociale, antropologico”, aggiunge.
Milano, la vera sfida per il futuro è lo spazio pubblico
Guardando ai prossimi cinque anni, invece, Tonelli invita a cambiare prospettiva. “Si parla molto di problemi che non sono emergenze reali: il costo delle abitazioni è alto, ma in linea con altre metropoli europee. Mentre la sicurezza è spesso raccontata in modo sproporzionato rispetto ai dati. Non siamo la Milano degli anni di piombo“. La vera questione è lo spazio pubblico: “Non si può concepire una città dove l’85 per cento dello spazio è destinato alle auto. È un tema ambientale, estetico, ma anche di sicurezza stradale e di competitività economica – conclude -. Una città dove si può vivere senza automobile è più attrattiva per imprese e talenti”.
Insomma, le Olimpiadi hanno dimostrato che Milano sa organizzare. Ora deve dimostrare di saper trasformare. La differenza tra un grande evento e una grande eredità sta tutta lì

