Non solo Ucraina, le guerre e le rivoluzioni in corso nel mondo. Video

Nel mondo si combattono decine di conflitti che restano esclusi dalla narrazione dei media italiani. Alcuni video lo ricordano

Lo scorso 24 febbraio, con l’invasione russa in Ucraina, la guerra è tornata ad occupare un ruolo centrale nella vita dei cittadini occidentali. Le imponenti manifestazioni per la pace nelle principali città del mondo hanno rievocato il 2003. Con le immagini del movimento contro la guerra in Iraq; arrivando a portare per le strade di Roma 3 milioni di persone che con lo slogan “Not in my name”. Urlavano il proprio NO all’invasione delle forze alleate guidate dagli Stati Uniti.

Ucraina, otto anni dopo

La deriva verso posizioni radicali di molte delle bande armate che operano nell’area (come Boko Haram nel nord della Nigeria) è favorita anche dai cambiamenti climatici e dai processi di desertificazione, che costituiscono un ulteriore aspetto critico per i paesi del Sahel. Il peggioramento delle condizioni di vita causato dal deterioramento delle condizioni climatiche sarebbe uno dei fattori alla base della radicalizzazione dei gruppi jihadisti, oltre a costiruire un fattore di spinta per chi sceglie di migrare verso l’Europa.

Il Medio Oriente tra crisi del grano e ferite aperte

Nell’area MENA le primavere arabe del 2011 hanno generato nuovi conflitti civili che hanno alimentato lo scontro tra le principali potenze regionali (e della Russia, nel caso di Siria e Libia). Da anni si cerca di trovare una via di uscita al conflitto dello Yemen, che dal 2015 ha gettato il paese nel caos con il coinvolgimento di Arabia Saudita Emirati Arabi Uniti e Iran.

Anche in questo caso sono evidenti le responsabilità dei paesi occidentali, che forniscono tuttora armi alle monarchie del Golfo contribuendo ad alimentare un conflitto che ha causato migliaia di morti e che costringe alla fame estrema milioni di persone. Proprio la fame resta uno dei problemi principali della regione e il conflitto in Ucraina ha scatenato una nuova “crisi del grano” che minaccia di portare nuova instabilità in quei paesi (Libano, Tunisia e Egitto) che dipendevano quasi esclusivamente dalle importazioni di grano e olio di semi da Russia e Ucraina.

 

Non c’è pace in Terrasanta

Gli Accordi di Abramo, favoriti dall’amministrazione Trump, hanno segnato la normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrein. Portando, almeno formalmente, maggiore stabilità alla regione. Intese analoghe sono state raggiunte da Tel Aviv con Marocco e Sudan; mentre la possibilità di raggiungere un accordo con l’Arabia Saudita resta sul tavolo e risale a poche settimane fa la decisione di Ryad di aprire il proprio spazio aereo ai voli da e per Israele.

Gli Stati Uniti hanno da tempo spostato il proprio asse di interesse strategico verso l’Indopacifico, ma resta aperto il dossier Iran, che ha recentemente minacciato di poter arrivare alla costruzione di una bomba nucleare. Il recente viaggio di Joe Biden nella regione ha confermato la volontà statunitense di mantenere alta la tensione con Teheran, e pochi giorni fa il ministro della difesa israeliano Benny Gantz ha annunciato che Tel Aviv è pronta ad attaccare l’Iran per fermare il suo programma nucleare.

Gli Stati Uniti stanno cercando di ricucire i rapporti con Ryad e continuano a considerare Israele un alleato strategico e il principale protettori degli interessi a stelle e strisce a livello regionale. Secondo quanto dichiarato da Biden, i tempi non sono maturi per la ripresa di un dialogo di pace per la questione palestinese, e il rischio di un’escalation con Hamas è sempre concreto. Israele, inoltre, non ha mai firmato un trattato di pace con il vicino Libano, e restano aperti i contenziosi riguardanti la definizione dei confini marittimi e terrestri con particolare riferimento allo sfruttamento dei bacini di gas. La stessa Tel Aviv tiene il fiato sul collo di Teheran bombardando periodicamente i quartieri meridionali di Damasco, formalmente per neutralizzare obiettivi militari legati alle milizie iraniane.

Qualcuno si ricorda dell’Afghanistan

Il 2021 è stato l’anno del definitivo ritiro statunitense dall’Afghanistan. Il 30 agosto le ultime truppe hanno lasciato il paese mettendo fine al conflitto più lungo della storia americana. I Talebani hanno ripreso il controllo del paese, che rimane in una situazione disperata dal punto di vista umanitario, mentre dal punto di vista militare si registrano scontri sia al confine con l’Iran che nei confronti delle milizie dell’Isis-K.

Nonostante il ritiro dal campo, gli Stati Uniti continuano la loro lotta al terrorismo e nelle prime ore del 2 agosto hanno eliminato, tramite un drone, il leader di Al Qaeda Ayman al-Zawahiri, “numero 1” del terrorismo internazionale e successore di Osama Bin Laden. Una vittoria tattica che con ogni probabilità non indebolirà realmente Al Qaeda: al-Zawahiri era malato da tempo e le redini dell’organizzazione erano già in mano alle nuove generazioni.

Un nuovo fronte in Europa?

La guerra in Ucraina potrebbe aver definitivamente incrinato gli equilibri europei. La NATO si è detta “pronta a intervenire” in Kosovo; dove da qualche giorno la decisione del governo di Pristina di bandire le targhe automobilistiche immatricolate a Belgrado (utilizzate dalla minoranza serba che rappresenta circa il 5% della popolazione nel paese) ha scatenato le proteste dei serbi insediati nelle zone settentrionali. Negli scorsi giorni si sono verificati scontri a fuoco con il coinvolgimento della polizia di frontiera e il conflitto tra i due paesi è latente.

La Serbia è sempre stata vicina alla Russia, mentre il Kosovo, autoproclamotosi indipendente nel 2008 e mai riconosciuto da Belgrado, si trova sotto l’ombrello della protezione di Washington. Un’escalation tra i due paesi rischierebbe di riproporre nel cuore dell’Europa una dinamica analoga a quella verificatasi in Ucraina, aprendo un nuovo fronte in un continente che sembrava aver definitivamente imboccato la via della pace con la nascita dell’Unione Europea (a cui, tra l’altro, entrambi i paesi hanno chiesto di aderire). Negli scorsi mesi la situazione in Bosnia era sembrata sul punto di esplodere, e i Balcani rapprestano storicamente uno dei punti più caldi e instabili del continente.

Gli USA e la Cina nell’Indopacifico

Come già accennato, gli interessi statunitensi sono rivolti in primo luogo l’area dell’Indopacifico, dove resta alta la tensione con la Cina per la questione di Taiwan. Proprio domenica scorsa la speaker della camera Nancy Pelosi è partita dalle Hawaii per un atteso viaggio in Asia che dovrebbe portarla a fare tappa sull’isola di Formosa (Singapore, Malesia, Corea del Sud e Giappone sono le tappe confermate). Si tratta della visita di un rappresentante del governo statunitense di più alto livello dal 1997 e le autorità cinesi hanno minacciato contromisure militari.

Le violazioni dello spazio aereo di Taipei da parte degli aerei di Pechino restano frequenti. L’invasione di Putin in Ucraina non ha fatto altro che alzare ulteriormente la tensione nella regione. Creando un precedente che potrebbe “legittimare” i tentativi cinesi di riannettere “la provincia separatista di Taiwan”. Gli Stati Uniti si mantengono attivi dal punto di vista diplomatico, con i periodici summit del QUAD. Il Quadrilateral Security Dialogue è l’alleanza strategica informale tra USA, Giappone, India e Australia. La recente firma dell’AUKUS, il patto di sicurezza trilaterale con cui Stati Uniti e Regno Unito si impegnano a supportare l’Australia; nello sviluppo e nel dispiegamento di sottomarini a propulsione nucleare nel Pacifico. Entrambe le intese hanno apertamente lo scopo di contrastare Pechino, che da parte sua resta attiva nel Mar Cinese meridionale con la costruzione e la militarizzazioni di isole artificiali.

Una “corsa agli armamenti” che stona con quelli che sono i problemi reali dell’umanità. E che minaccia di gettare nel caos una nuova area del pianeta. Mentre, sullo sfondo, continuano a combattersi decine di conflitti che sono destinati a rimanere ai margini della storia.

Acled, The armed conflict location and data project, un’organizzazione non convenzionale che si occupa di raccogliere dati non aggregati per monitorare i conflitti, stima che al momento siano 59 i conflitti in corso nel pianeta. Le vittime di guerra nel 2021 sono state oltre 164.000 a fronte delle 124.000 del 2020. Molti dei conflitti aperti durano ininterrottamente da decenni e interi paesi non conoscono le condizioni di pace e stabilità.

Le ragioni alla base delle guerre sono molteplici, e vanno dal controllo delle risorse agli interessi geopolitici. Le responsabilità dei paesi più ricchi nei confronti del Sud del Mondo restano evidenti. Molti dei conflitti in corso in Africa e Asia sono riconducibili, in maniera diretta o indiretta, agli squilibri causati dalla colonizzazione e dalla concentrazione delle risorse nelle mani di pochi.

Le guerre in Africa: il Tigray

Il continente africano resta il più instabile e martoriato, con continui cambi di regime e conflitti che si ripropongono senza soluzione di continuità. Da oltre un anno e mezzo preoccupa particolarmente la situazione dell’Etiopia, dove si combatte una sanguinosa guerra civile nella regione settentrionale del Tigray. Il conflitto è frutto delle mai sopite tensioni tra diverse comunità etniche. Vede l’esercito di Addis Abeba, a cui si sono unite le truppe della vicina Eritrea; in lotta contro il Fronte di liberazione popolare del Tigray (Tplf).

A guidare il paese rimane Abiy Ahmed. Insignito del Nobel per la pace nel 2019 in seguito alla firma dell’accordo di pace con l’Eritrea; prima di scivolare a sua volta in una lotta di potere e legittimità con le élite del Tplf. L’Etiopia aveva già vissuto una guerra civile tra il 1974 e il 1988. L’attuale conflitto ha causato milioni di sfollati e migliaia di morti dando vita ad una delle peggiori catastrofi umanitarie del pianeta. Negli scorsi mesi si sono aperti diversi spiragli per la soluzione del conflitto. Il governo ha più volte annunciato il raggiungimento di una tregua illimitata.

La situazione umanitaria e dei diritti umani resta tuttavia catastrofica. Una delle conseguenze potrebbe essere l’avvicinamento del governo di Addis Abeba a Mosca. Proprio in questi giorni il ministro degli esteri russo Lavrov ha visitato il paese. Nell’ambito di un più ampio viaggio in Africa, ha ribadito il proprio sostegno agli sforzi di trovare nuova stabilità per il paese. Il Corno d’Africa, inoltre, si trova da anni in una condizione di estrema siccità. Secondo quanto riportato, ha portato 18 milioni di persone oltre la soglia della fame estrema.

Il pantano del Sahel

Parallelamente, pochi giorni fa il presidente francese Macron ha definito la Russia “uno degli ultimi imperi coloniali” nel corso di una visita in Benin. Negli ultimi mesi Parigi ha avviato un ridimensionamento della propria presenza nell’area del Sahel, e il disimpegno francese dalla regione sta favorendo una maggiore penetrazione da parte di Mosca. Il contrasto allo jihadismo rimane una delle priorità per l’area subsahariana, e la Russia sta cercando di aumentare la propria influenza attraverso il massiccio invio di armi e con il dispiegamento sul campo dei mercenari del Gruppo Wagner. A sua volta, la rappresentante dell’Agenzia Statunitense per lo sviluppo internazionale Samantha Power ha visitato, nelle scorse settimane, Kenya e Somalia, mentre l’ambasciatrice alle Nazioni Unite Linda Thomas-Greenfield visiterà Ghana e Uganda questa settimana. La trasposizione dello scontro tra potenze nel continente africano ha portato gli analisti a parlare di una “nuova guerra fredda”.

La deriva verso posizioni radicali di molte delle bande armate che operano nell’area (come Boko Haram nel nord della Nigeria) è favorita anche dai cambiamenti climatici e dai processi di desertificazione, che costituiscono un ulteriore aspetto critico per i paesi del Sahel. Il peggioramento delle condizioni di vita causato dal deterioramento delle condizioni climatiche sarebbe uno dei fattori alla base della radicalizzazione dei gruppi jihadisti, oltre a costiruire un fattore di spinta per chi sceglie di migrare verso l’Europa.

Il Medio Oriente tra crisi del grano e ferite aperte

Nell’area MENA le primavere arabe del 2011 hanno generato nuovi conflitti civili che hanno alimentato lo scontro tra le principali potenze regionali (e della Russia, nel caso di Siria e Libia). Da anni si cerca di trovare una via di uscita al conflitto dello Yemen, che dal 2015 ha gettato il paese nel caos con il coinvolgimento di Arabia Saudita Emirati Arabi Uniti e Iran.

Anche in questo caso sono evidenti le responsabilità dei paesi occidentali, che forniscono tuttora armi alle monarchie del Golfo contribuendo ad alimentare un conflitto che ha causato migliaia di morti e che costringe alla fame estrema milioni di persone. Proprio la fame resta uno dei problemi principali della regione e il conflitto in Ucraina ha scatenato una nuova “crisi del grano” che minaccia di portare nuova instabilità in quei paesi (Libano, Tunisia e Egitto) che dipendevano quasi esclusivamente dalle importazioni di grano e olio di semi da Russia e Ucraina.

 

Non c’è pace in Terrasanta

Gli Accordi di Abramo, favoriti dall’amministrazione Trump, hanno segnato la normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrein. Portando, almeno formalmente, maggiore stabilità alla regione. Intese analoghe sono state raggiunte da Tel Aviv con Marocco e Sudan; mentre la possibilità di raggiungere un accordo con l’Arabia Saudita resta sul tavolo e risale a poche settimane fa la decisione di Ryad di aprire il proprio spazio aereo ai voli da e per Israele.

Gli Stati Uniti hanno da tempo spostato il proprio asse di interesse strategico verso l’Indopacifico, ma resta aperto il dossier Iran, che ha recentemente minacciato di poter arrivare alla costruzione di una bomba nucleare. Il recente viaggio di Joe Biden nella regione ha confermato la volontà statunitense di mantenere alta la tensione con Teheran, e pochi giorni fa il ministro della difesa israeliano Benny Gantz ha annunciato che Tel Aviv è pronta ad attaccare l’Iran per fermare il suo programma nucleare.

Gli Stati Uniti stanno cercando di ricucire i rapporti con Ryad e continuano a considerare Israele un alleato strategico e il principale protettori degli interessi a stelle e strisce a livello regionale. Secondo quanto dichiarato da Biden, i tempi non sono maturi per la ripresa di un dialogo di pace per la questione palestinese, e il rischio di un’escalation con Hamas è sempre concreto. Israele, inoltre, non ha mai firmato un trattato di pace con il vicino Libano, e restano aperti i contenziosi riguardanti la definizione dei confini marittimi e terrestri con particolare riferimento allo sfruttamento dei bacini di gas. La stessa Tel Aviv tiene il fiato sul collo di Teheran bombardando periodicamente i quartieri meridionali di Damasco, formalmente per neutralizzare obiettivi militari legati alle milizie iraniane.

Qualcuno si ricorda dell’Afghanistan

Il 2021 è stato l’anno del definitivo ritiro statunitense dall’Afghanistan. Il 30 agosto le ultime truppe hanno lasciato il paese mettendo fine al conflitto più lungo della storia americana. I Talebani hanno ripreso il controllo del paese, che rimane in una situazione disperata dal punto di vista umanitario, mentre dal punto di vista militare si registrano scontri sia al confine con l’Iran che nei confronti delle milizie dell’Isis-K.

Nonostante il ritiro dal campo, gli Stati Uniti continuano la loro lotta al terrorismo e nelle prime ore del 2 agosto hanno eliminato, tramite un drone, il leader di Al Qaeda Ayman al-Zawahiri, “numero 1” del terrorismo internazionale e successore di Osama Bin Laden. Una vittoria tattica che con ogni probabilità non indebolirà realmente Al Qaeda: al-Zawahiri era malato da tempo e le redini dell’organizzazione erano già in mano alle nuove generazioni.

Un nuovo fronte in Europa?

La guerra in Ucraina potrebbe aver definitivamente incrinato gli equilibri europei. La NATO si è detta “pronta a intervenire” in Kosovo; dove da qualche giorno la decisione del governo di Pristina di bandire le targhe automobilistiche immatricolate a Belgrado (utilizzate dalla minoranza serba che rappresenta circa il 5% della popolazione nel paese) ha scatenato le proteste dei serbi insediati nelle zone settentrionali. Negli scorsi giorni si sono verificati scontri a fuoco con il coinvolgimento della polizia di frontiera e il conflitto tra i due paesi è latente.

La Serbia è sempre stata vicina alla Russia, mentre il Kosovo, autoproclamotosi indipendente nel 2008 e mai riconosciuto da Belgrado, si trova sotto l’ombrello della protezione di Washington. Un’escalation tra i due paesi rischierebbe di riproporre nel cuore dell’Europa una dinamica analoga a quella verificatasi in Ucraina, aprendo un nuovo fronte in un continente che sembrava aver definitivamente imboccato la via della pace con la nascita dell’Unione Europea (a cui, tra l’altro, entrambi i paesi hanno chiesto di aderire). Negli scorsi mesi la situazione in Bosnia era sembrata sul punto di esplodere, e i Balcani rapprestano storicamente uno dei punti più caldi e instabili del continente.

Gli USA e la Cina nell’Indopacifico

Come già accennato, gli interessi statunitensi sono rivolti in primo luogo l’area dell’Indopacifico, dove resta alta la tensione con la Cina per la questione di Taiwan. Proprio domenica scorsa la speaker della camera Nancy Pelosi è partita dalle Hawaii per un atteso viaggio in Asia che dovrebbe portarla a fare tappa sull’isola di Formosa (Singapore, Malesia, Corea del Sud e Giappone sono le tappe confermate). Si tratta della visita di un rappresentante del governo statunitense di più alto livello dal 1997 e le autorità cinesi hanno minacciato contromisure militari.

Le violazioni dello spazio aereo di Taipei da parte degli aerei di Pechino restano frequenti. L’invasione di Putin in Ucraina non ha fatto altro che alzare ulteriormente la tensione nella regione. Creando un precedente che potrebbe “legittimare” i tentativi cinesi di riannettere “la provincia separatista di Taiwan”. Gli Stati Uniti si mantengono attivi dal punto di vista diplomatico, con i periodici summit del QUAD. Il Quadrilateral Security Dialogue è l’alleanza strategica informale tra USA, Giappone, India e Australia. La recente firma dell’AUKUS, il patto di sicurezza trilaterale con cui Stati Uniti e Regno Unito si impegnano a supportare l’Australia; nello sviluppo e nel dispiegamento di sottomarini a propulsione nucleare nel Pacifico. Entrambe le intese hanno apertamente lo scopo di contrastare Pechino, che da parte sua resta attiva nel Mar Cinese meridionale con la costruzione e la militarizzazioni di isole artificiali.

Una “corsa agli armamenti” che stona con quelli che sono i problemi reali dell’umanità. E che minaccia di gettare nel caos una nuova area del pianeta. Mentre, sullo sfondo, continuano a combattersi decine di conflitti che sono destinati a rimanere ai margini della storia.

In Ucraina, per la verità, si combatte ormai da 8 anni. E già prima dell’invasione russa di febbraio 14.000 persone avevano perso la vita nella guerra in Donbass. L’offensiva lanciata negli scorsi mesi da Vladimir Putin ha però portato il conflitto in una nuova dimensione. Mai come in questi mesi la guerra è stata percepita come qualcosa di vicino e prossimo alle nostre vite.

La brutalità del conflitto, l’altissimo numero di persone in fuga verso l’Europa occidentale e la vastissima copertura mediatica che la guerra ha ricevuto dalle primissime ore dell’invasione hanno contribuito a creare una reazione emotiva da parte dei cittadini occidentali che non ha precedenti nella storia recente.

I dati sulle 34 guerre e le 15 crisi nel mondo

Nel cuore dell’Europa non scoppiavano guerre da qualche decennio. L’ultima fase delle guerre nei Balcani si è conclusa nel novembre del 2001, con l’accordo di Ocrida; che ha sancito il cessate il fuoco nell’allora Repubblica di Macedonia.

Ma nel mondo non si è mai smesso di combattere. Nemmeno la pandemia di Covid-19 è riuscita a fermare le violenze.

Secondo la decima edizione dell’Atlante delle guerre e dei conflitti nel Mondo, presentata a marzo 2022, sono 34 i conflitti attualmente in corso; a cui si aggiungono 15 situazioni di crisi e tre macro aree di crisi. L’unico continente che al momento non è interessato da conflitti è l’Oceania. E, se si tiene conto contestualmente di conflitti e aree di crisi, un paese su 5 a livello mondiale si trova in stato di guerra.

Le missioni di peacekeeping dell’ONU attualmente in corso sono 23, di cui 9 solamente in Africa.

Acled, The armed conflict location and data project, un’organizzazione non convenzionale che si occupa di raccogliere dati non aggregati per monitorare i conflitti, stima che al momento siano 59 i conflitti in corso nel pianeta. Le vittime di guerra nel 2021 sono state oltre 164.000 a fronte delle 124.000 del 2020. Molti dei conflitti aperti durano ininterrottamente da decenni e interi paesi non conoscono le condizioni di pace e stabilità.

Le ragioni alla base delle guerre sono molteplici, e vanno dal controllo delle risorse agli interessi geopolitici. Le responsabilità dei paesi più ricchi nei confronti del Sud del Mondo restano evidenti. Molti dei conflitti in corso in Africa e Asia sono riconducibili, in maniera diretta o indiretta, agli squilibri causati dalla colonizzazione e dalla concentrazione delle risorse nelle mani di pochi.

Le guerre in Africa: il Tigray

Il continente africano resta il più instabile e martoriato, con continui cambi di regime e conflitti che si ripropongono senza soluzione di continuità. Da oltre un anno e mezzo preoccupa particolarmente la situazione dell’Etiopia, dove si combatte una sanguinosa guerra civile nella regione settentrionale del Tigray. Il conflitto è frutto delle mai sopite tensioni tra diverse comunità etniche. Vede l’esercito di Addis Abeba, a cui si sono unite le truppe della vicina Eritrea; in lotta contro il Fronte di liberazione popolare del Tigray (Tplf).

A guidare il paese rimane Abiy Ahmed. Insignito del Nobel per la pace nel 2019 in seguito alla firma dell’accordo di pace con l’Eritrea; prima di scivolare a sua volta in una lotta di potere e legittimità con le élite del Tplf. L’Etiopia aveva già vissuto una guerra civile tra il 1974 e il 1988. L’attuale conflitto ha causato milioni di sfollati e migliaia di morti dando vita ad una delle peggiori catastrofi umanitarie del pianeta. Negli scorsi mesi si sono aperti diversi spiragli per la soluzione del conflitto. Il governo ha più volte annunciato il raggiungimento di una tregua illimitata.

La situazione umanitaria e dei diritti umani resta tuttavia catastrofica. Una delle conseguenze potrebbe essere l’avvicinamento del governo di Addis Abeba a Mosca. Proprio in questi giorni il ministro degli esteri russo Lavrov ha visitato il paese. Nell’ambito di un più ampio viaggio in Africa, ha ribadito il proprio sostegno agli sforzi di trovare nuova stabilità per il paese. Il Corno d’Africa, inoltre, si trova da anni in una condizione di estrema siccità. Secondo quanto riportato, ha portato 18 milioni di persone oltre la soglia della fame estrema.

Il pantano del Sahel

Parallelamente, pochi giorni fa il presidente francese Macron ha definito la Russia “uno degli ultimi imperi coloniali” nel corso di una visita in Benin. Negli ultimi mesi Parigi ha avviato un ridimensionamento della propria presenza nell’area del Sahel, e il disimpegno francese dalla regione sta favorendo una maggiore penetrazione da parte di Mosca. Il contrasto allo jihadismo rimane una delle priorità per l’area subsahariana, e la Russia sta cercando di aumentare la propria influenza attraverso il massiccio invio di armi e con il dispiegamento sul campo dei mercenari del Gruppo Wagner. A sua volta, la rappresentante dell’Agenzia Statunitense per lo sviluppo internazionale Samantha Power ha visitato, nelle scorse settimane, Kenya e Somalia, mentre l’ambasciatrice alle Nazioni Unite Linda Thomas-Greenfield visiterà Ghana e Uganda questa settimana. La trasposizione dello scontro tra potenze nel continente africano ha portato gli analisti a parlare di una “nuova guerra fredda”.

La deriva verso posizioni radicali di molte delle bande armate che operano nell’area (come Boko Haram nel nord della Nigeria) è favorita anche dai cambiamenti climatici e dai processi di desertificazione, che costituiscono un ulteriore aspetto critico per i paesi del Sahel. Il peggioramento delle condizioni di vita causato dal deterioramento delle condizioni climatiche sarebbe uno dei fattori alla base della radicalizzazione dei gruppi jihadisti, oltre a costiruire un fattore di spinta per chi sceglie di migrare verso l’Europa.

Il Medio Oriente tra crisi del grano e ferite aperte

Nell’area MENA le primavere arabe del 2011 hanno generato nuovi conflitti civili che hanno alimentato lo scontro tra le principali potenze regionali (e della Russia, nel caso di Siria e Libia). Da anni si cerca di trovare una via di uscita al conflitto dello Yemen, che dal 2015 ha gettato il paese nel caos con il coinvolgimento di Arabia Saudita Emirati Arabi Uniti e Iran.

Anche in questo caso sono evidenti le responsabilità dei paesi occidentali, che forniscono tuttora armi alle monarchie del Golfo contribuendo ad alimentare un conflitto che ha causato migliaia di morti e che costringe alla fame estrema milioni di persone. Proprio la fame resta uno dei problemi principali della regione e il conflitto in Ucraina ha scatenato una nuova “crisi del grano” che minaccia di portare nuova instabilità in quei paesi (Libano, Tunisia e Egitto) che dipendevano quasi esclusivamente dalle importazioni di grano e olio di semi da Russia e Ucraina.

 

Non c’è pace in Terrasanta

Gli Accordi di Abramo, favoriti dall’amministrazione Trump, hanno segnato la normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrein. Portando, almeno formalmente, maggiore stabilità alla regione. Intese analoghe sono state raggiunte da Tel Aviv con Marocco e Sudan; mentre la possibilità di raggiungere un accordo con l’Arabia Saudita resta sul tavolo e risale a poche settimane fa la decisione di Ryad di aprire il proprio spazio aereo ai voli da e per Israele.

Gli Stati Uniti hanno da tempo spostato il proprio asse di interesse strategico verso l’Indopacifico, ma resta aperto il dossier Iran, che ha recentemente minacciato di poter arrivare alla costruzione di una bomba nucleare. Il recente viaggio di Joe Biden nella regione ha confermato la volontà statunitense di mantenere alta la tensione con Teheran, e pochi giorni fa il ministro della difesa israeliano Benny Gantz ha annunciato che Tel Aviv è pronta ad attaccare l’Iran per fermare il suo programma nucleare.

Gli Stati Uniti stanno cercando di ricucire i rapporti con Ryad e continuano a considerare Israele un alleato strategico e il principale protettori degli interessi a stelle e strisce a livello regionale. Secondo quanto dichiarato da Biden, i tempi non sono maturi per la ripresa di un dialogo di pace per la questione palestinese, e il rischio di un’escalation con Hamas è sempre concreto. Israele, inoltre, non ha mai firmato un trattato di pace con il vicino Libano, e restano aperti i contenziosi riguardanti la definizione dei confini marittimi e terrestri con particolare riferimento allo sfruttamento dei bacini di gas. La stessa Tel Aviv tiene il fiato sul collo di Teheran bombardando periodicamente i quartieri meridionali di Damasco, formalmente per neutralizzare obiettivi militari legati alle milizie iraniane.

Qualcuno si ricorda dell’Afghanistan

Il 2021 è stato l’anno del definitivo ritiro statunitense dall’Afghanistan. Il 30 agosto le ultime truppe hanno lasciato il paese mettendo fine al conflitto più lungo della storia americana. I Talebani hanno ripreso il controllo del paese, che rimane in una situazione disperata dal punto di vista umanitario, mentre dal punto di vista militare si registrano scontri sia al confine con l’Iran che nei confronti delle milizie dell’Isis-K.

Nonostante il ritiro dal campo, gli Stati Uniti continuano la loro lotta al terrorismo e nelle prime ore del 2 agosto hanno eliminato, tramite un drone, il leader di Al Qaeda Ayman al-Zawahiri, “numero 1” del terrorismo internazionale e successore di Osama Bin Laden. Una vittoria tattica che con ogni probabilità non indebolirà realmente Al Qaeda: al-Zawahiri era malato da tempo e le redini dell’organizzazione erano già in mano alle nuove generazioni.

Un nuovo fronte in Europa?

La guerra in Ucraina potrebbe aver definitivamente incrinato gli equilibri europei. La NATO si è detta “pronta a intervenire” in Kosovo; dove da qualche giorno la decisione del governo di Pristina di bandire le targhe automobilistiche immatricolate a Belgrado (utilizzate dalla minoranza serba che rappresenta circa il 5% della popolazione nel paese) ha scatenato le proteste dei serbi insediati nelle zone settentrionali. Negli scorsi giorni si sono verificati scontri a fuoco con il coinvolgimento della polizia di frontiera e il conflitto tra i due paesi è latente.

La Serbia è sempre stata vicina alla Russia, mentre il Kosovo, autoproclamotosi indipendente nel 2008 e mai riconosciuto da Belgrado, si trova sotto l’ombrello della protezione di Washington. Un’escalation tra i due paesi rischierebbe di riproporre nel cuore dell’Europa una dinamica analoga a quella verificatasi in Ucraina, aprendo un nuovo fronte in un continente che sembrava aver definitivamente imboccato la via della pace con la nascita dell’Unione Europea (a cui, tra l’altro, entrambi i paesi hanno chiesto di aderire). Negli scorsi mesi la situazione in Bosnia era sembrata sul punto di esplodere, e i Balcani rapprestano storicamente uno dei punti più caldi e instabili del continente.

Gli USA e la Cina nell’Indopacifico

Come già accennato, gli interessi statunitensi sono rivolti in primo luogo l’area dell’Indopacifico, dove resta alta la tensione con la Cina per la questione di Taiwan. Proprio domenica scorsa la speaker della camera Nancy Pelosi è partita dalle Hawaii per un atteso viaggio in Asia che dovrebbe portarla a fare tappa sull’isola di Formosa (Singapore, Malesia, Corea del Sud e Giappone sono le tappe confermate). Si tratta della visita di un rappresentante del governo statunitense di più alto livello dal 1997 e le autorità cinesi hanno minacciato contromisure militari.

Le violazioni dello spazio aereo di Taipei da parte degli aerei di Pechino restano frequenti. L’invasione di Putin in Ucraina non ha fatto altro che alzare ulteriormente la tensione nella regione. Creando un precedente che potrebbe “legittimare” i tentativi cinesi di riannettere “la provincia separatista di Taiwan”. Gli Stati Uniti si mantengono attivi dal punto di vista diplomatico, con i periodici summit del QUAD. Il Quadrilateral Security Dialogue è l’alleanza strategica informale tra USA, Giappone, India e Australia. La recente firma dell’AUKUS, il patto di sicurezza trilaterale con cui Stati Uniti e Regno Unito si impegnano a supportare l’Australia; nello sviluppo e nel dispiegamento di sottomarini a propulsione nucleare nel Pacifico. Entrambe le intese hanno apertamente lo scopo di contrastare Pechino, che da parte sua resta attiva nel Mar Cinese meridionale con la costruzione e la militarizzazioni di isole artificiali.

Una “corsa agli armamenti” che stona con quelli che sono i problemi reali dell’umanità. E che minaccia di gettare nel caos una nuova area del pianeta. Mentre, sullo sfondo, continuano a combattersi decine di conflitti che sono destinati a rimanere ai margini della storia.