All’Europa rimane solo l’Italia di Draghi. E non è una buona notizia

Il nostro paese è chiamato al compito di farsi portavoce dell'Unione europea, più che altro per assenza degli altri grandi del continente

Mario Draghi e Sergio Mattarella interverranno a Strasburgo. Due interventi, due prime volte. Draghi parlerà il prossimo 3 maggio di fronte al Parlamento europeo, per la prima volta da quando è diventato premier. A Strasburgo il 27 aprile farà tappa anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, alla sua prima uscita all’estero da quando è stato rieletto al Quirinale: interverrà all’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa.

Il momento dell’Italia?

Due interventi che sembrano sancire il momento dell’Italia. Un momento che però sembra essere più il frutto dell’assenza – temporanea o duratura – degli altri grandi del continente, che non per merito del nostro paese. Gli altri grandi del continente sembrano essere impantanati o definitivamente usciti di scena.

A dicembre dell’anno scorso il sito Politico.eu ha definito il Mario Draghi “la persona più potente d’Europa”. E’ ancora così? In pochi mesi, il terremoto al Quirinale e l’ostracismo di una maggioranza che tenta di riaffermare il primato della politica sui tecnici, ha affossato l’autorevolezza dell’esecutivo di Super Mario sembra essere precipitata, almeno in patria.

Allargando lo sguardo ai suoi colleghi nel continente, il nostro premier sembra restare comunque il più importante leader europeo, a tratti quasi l’unico.

Indecisioni tedesche

Il più importante fattore che ha proiettato Draghi al vertice della politica europea è senza dubbio l’uscita di scena di Angela Merkel. La fine di un’epoca durata 16 anni gli ha aperto uno spazio come leader de facto dell’Ue, almeno per quanto riguarda gli affari economici.

Se la Germania rimane la locomotiva d’Europa, il dossier ucraino ha fortemente ridimensionato l’egemonia tedesca sul continente. La dipendenza dal gas russo e le indecisioni della politica estera di Olaf Scholz – riarmo sì, riarmo no e il rifiuto di inviare armi a Kiev – rischiano di far tramontare la leadership tedesca.

La Gran Bretagna fuori dai giochi

La guerra è Ucraina ha appena sottratto lo scettro di più grande sconvolgimento degli equilibri geopolitici europei alla Brexit.

Uno stravolgimento che ha ridefinito la politica estera del Regno Unito, con fatica anche per la caduta in disgrazia – e di stile – di Boris Johnson per il Partygate pandemico.

La settimana scorsa il suo governo ha licenziato la Integrated Review, il documento che delinea il nuovo posizionamento geopolitico del Regno Unito da qui al 2030. Una strategia che racchiude in un documento unico le linee guida di politica estera, di difesa e di cooperazione del governo britannico.

Pochi mesi dopo l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, la strategia offre anche, per la prima volta, l’opportunità di riflettere sulle prospettive di collaborazione tra il Regno Unito e i principali partner internazionali. Tra questi, l’Italia ricopre quest’anno un ruolo del tutto speciale, tra G20, G7 e Cop26.

La Francia al bivio

Se Londra è fuori dai giochi per sempre, Parigi lo sarà per un po’. Chiunque vinca le elezioni tra Emmanuel Macron e Marin Le Pen, sarà alle prese con le procedure d’insediamento all’Eliseo e con la tradizione della politica estera francese.

Per qualche tempo il margine di manovra italiano potrebbe aumentare.

Da anni la Francia è in bilico tra grandeur di ex potenza imperiale e il rilancio di un multilateralismo europeo, di cui il paese è forse storicamente il più critico tra i 27, sin dal 1954 quando il Parlamento francese bocciò il trattato per l’attuazione di una Comunità europea della Difesa.

Una riconferma del presidente uscente rilancerebbe i valori gollisti – repubblicani e che mirano a un ruolo chiave che Parigi deve continuare a giocare in Europa – verso cui però i partner europei potrebbero nutrire scetticismo.

Una vittoria della leader del Rassemblement National rialzerebbe di molto il vento sovranista sul continente. Macron o Le Pen, vincerà comunque Draghi.

Il confronto coi frugali del Nord sul gas

Germania, Inghilterra e Francia vivono momenti di stallo. I principali rivali della linea politica Draghi sono i paesi rigoristi del Nord Europa, i frugal four – Austria, Danimarca, Svezia e Olanda – capitanati da Mark Rutte. Il punto più importante dell’agenda europea di Draghi è il tetto sul prezzo del gas: la proposta italiana, sintesi del draghismo economico, che prevede l’unità d’intenti dei paesi europei per calmierare il gas russo.

E’ in corso una trattativa serrata. A inizio aprile Rutte è venuto in visita a Roma per un confronto con Draghi. “Non sono riuscito ancora a convincerlo, ma Mark mi ha assicurato che non c’è alcuna prevenzione di principio sul tetto. Si è detto disponibile ad avere una discussione aperta sulla questione, che è più di quanto avesse fatto sinora”. Se questo è il successo dell’iniziativa di Draghi, ci si rende conto del peso della nostra politica e di quanto sia lontana da alcuni partner europei.

Sognando Washington

Per rilanciare definitivamente le sue aspirazioni di leadership continentale Draghi ha una speranza: una convocazione a Washington. Gli Usa da sempre hanno un modo semplice per far capire esplicitamente quali sono gli alleati che ritengono cruciali: un invito alla Casa Bianca. A più di un anno dall’insediamento, non è ancora arrivata la chiamata tanto attesa. Poche settimana fa Draghi stesso ha dichiarato in conferenza stampa di attendere un invito “entro un paio di mesi”.

Dopo anni di subalternità – dettata dall’irrilevanza o dalla brevità dei nostri governi, che durano mediamente due volte meno di quelli francesi, tre di quelli in Germania e quasi quattro di quelli britannici – il nostro paese è chiamato a giocare un ruolo di primo piano per importanza sugli decisioni e sulle strategie di un’Europa che non se la passa bene per nulla.