I mercati di Draghi se ne fregano: lo tsunami economico che non è avvenuto

Draghi è caduto ma l'Italia non è precipitata nel baratro finanziario. Anche perchè la crisi incombeva prima della fine del governo

Nessun boom economico prima, nessuno tsunami finanziario poi. Guardata retrospettivamente, l’era di Mario Draghi può essere scrostata di molta della retorica che ne ha contraddistinto lo sviluppo. Il tanto annunciato tsunami economico del paese non si è avverato. Anzi, i mercati sembrano essersene fregati della caduta di Mario Draghi.

Tutti pazzi per l’agenda Draghi…

Nato con un chiaro e preciso mandato emergenziale legato al contrasto alla pandemia e all’immissione nei binari del Piano nazionale di ripresa e resilienza, su cui i risultati ottenuti sono stati tutt’altro che negativi nei primi mese d’azione, il governo è stato poi da una certa stampa e politica, fautrice di una non meglio precisata “agenda Draghi” elevata a programma da leader come Carlo Calenda, caricato di oneri e obiettivi ulteriori.

Tra questi: riformare il sistema-Paese nei suoi tarli strutturali; ricondurre alla cultura di mercato e finanziaria un’Italia bloccata; da ultimo (Renato Brunetta dixit) financo gettare le basi di un nuoo boom economico. Da molti identificato con quello che in fin dei conti era il fisiologico rimbalzo economico post-Covid.

Il tracollo post-Draghi? Non c’è stato. Ecco i dati

Tutto questo dinamismo è esistito solo nella narrazione che ha sostenuto, a stragrande maggioranza, in forma acritica l’incedere di Draghi e di un’agenda mai specificata apertamente quanto sventolata come manifesto di ricostruzione nazionale.

Da parte nostra, non amiamo mitizzazioni e demonizzazioni e abbiamo mantenuto sempre e comunque un approccio laico, pragmatico e di analisi della realtà: non c’erano motivi per affidare a un governo sostenuto da una maggioranza anomala, litigiosa e in perenne campagna elettorale dopo il voto sul Quirinale, tenuta assieme solo dalle conseguenze della tempesta d’Ucraina, compiti di cabotaggio più ampio. E dunque di immaginare conseguenze irreversibili alla sua caduta. Il Foglio, il 16 luglio, due giorni dopo le prime dimissioni respinte da Sergio Mattarella, paventava il rischio di “fughe di capitali” dall’Italia in caso di fine dell’esecutivo; “Italia tradita”, gli faceva eco Repubblica alcuni giorni dopo.

“Una bomba sullo spread”, annotava l’Huffington Post.

Cosa dicono i dati concreti? Piazza Affari, che ha perso il 20% del suo valore da inizio anno, è addirittura lievemente cresciuta nell’ultimo mese, in cui ha guadagnato circa il 4,4%.

Lo spread è ancora ai livelli di giugno, assestatosi dopo la prima fiammata dovuta all’annuncio della fine del piano di acquisti Bce e all’aumento dei tassi, attorno a quota 210-220 punti base, e soprattutto dopo essere cresciuto dal 3,237% al 3,672% (+11,5%) tra il 13 luglio, vigilia dell’apertura della crisi del governo Draghi, e il 21 luglio, giorno delle dimissioni del premier, il rendimento dei Btp decennali su cui è calcolato lo spread col Bund tedesco è sceso nelle due settimane successive al 2,969%, ai minimi da fine maggio, registrando un calo del 19,15%.

Nel frattempo il Fondo Monetario Internazionale ha confermato i prospetti di crescita per l’Italia e solo Moody’s ha segnalato un clima più fosco per il sistema-Paese.

Una crisi che durava da tempo

Perché tutte le dinamiche più temute per l’economia italiana con la caduta di Draghi non si sono verificate? Molto semplicemente perché non è la natura di un singolo governo a poterle determinare in un contesto di tensione e crisi di caratura internazionale in cui rivalità commerciali, dispute energetiche, tensioni geopolitiche, inflazione, fibrillazioni finanziarie e destrutturazione delle catene del valore creano un contesto magmatico in cui l’Italia e l’Europa sono perennemente nel centro del mirino.

Su queste colonne ripetevamo da dicembre 2021 quanto Draghi, indipendentemente dal suo standing personale, potesse poco di fronte a una crisi sistemica in avvicinamento come quella della somma tra l’inflazione energetica, il carovita “importato” dal mondo anglosassone, le strette monetarie in arrivo. Le indubbie abilità relazionali del premier hanno consentito successi tattici limitati (uno tra tutti, sulla diversificazione energetica avviata nei mesi scorsi) ma con buona pace della società civile mobilitata il fatto che, parafrasando Winston Churchill, mai così tanti ambienti di potere in Italia abbiano chiesto così tanto a un uomo solo non ha ridotto i vincoli strutturali a cui quel uomo solo, incardinato nei ranghi ristretti della presidenza del Consiglio, era sottoposto.

Le cause della caduta

Draghi ha puntato il Quirinale per uscire dalle sabbie mobili che aveva intuito essere intente ad avanzare, è arrivato a febbraio 2022 con una maggioranza virtualmente al capolinea, mantenuta coesa solo dall’emergenza e dalla verticalità che la guerra in Ucraina ha permesso temporaneamente di ristabilire. Mano a mano che sono emersi i distinguo, però, il governo non ha capito la portata sociale della crisi energetica, economica e sociale in via di avvicinamento finendo per andare incontro a una paralisi che ha peggiorato gli effetti del vento recessivo e di crisi in arrivo su scala internazionale.

A fare la differenza ci ha pensato la Bce, tagliando gli acquisti di titoli; ha concorso la Russia, con la guerra psicologico-finanziaria sul gas; messo del suo l’Europa, non cercando una strategia autonoma sull’Ucraina e le sanzioni; in ultima istanza, ha aggiunto un contributo personale lo stesso Draghi scalfendo a più riprese la sua autorevolezza minacciando di dimettersi su riforme secondarie come il catasto o pronunciando battute infelici come quella sulla “pace e i condizionatori”.

Draghi? Lascia un’Italia già sull’orlo della crisid

Di recente, su True News registravamo il triplice scacco per il Paese che ha mandato in cortocircuito l’agenda Draghi: l’aumento di quattro volte del rendimento del Btp dall’insediamento del premier a oggi e il volo dello spread oltre quota 200 hanno esaurito l’effetto fiducia legato all’ascesa di Draghi sui titoli di Stato dei primi mesi di esecutivo; l’inflazione oltre il 7% ha eroso la crescita e il rimbalzo conseguiti nel 2021; l’aumento del numero di lavoratori precari a 3,166 milioni, record dal 1977, ha segnato una grande incertezza sul futuro nell’impresa e nella società italiane. Nessuna di queste prospettive problematiche è legata esclusivamente all’operato di Draghi. Il cui governo non è stato in fin dei conti né migliore né peggiore di quelli che lo hanno presieduto.

La realtà dei fatti parla però di un’Italia nella tempesta da tempo. E sfata qualsiasi mito secondo cui la caduta dell’esecutivo in carica possa causare uno choc tale da deviare una rotta già di per sé complicata. Il caos non si è verificato semplicemente perché era già palese da tempo. E tutti i commentatori dovranno accorgersi che con la fine dell’alibi Draghi il problema principale sarà tornare a narrare l’Italia così come è. E non come appare nei whishful thinkings dei salotti e degli ambienti internazionali. Nessun uomo, in Italia, ha oggigiorno la forza di decidere con il suo operato o la sua presenza dell’ascesa e del declino del Paese. E in prospettiva ci accorgeremo di quanto ciò sia, in sostanza, un bene per la nostra democrazia.