Le trappole energetiche sull’export.”Nucleare e gas nazionale unica strada” per non dipendere dalla Russia. L’analisi della Luiss

I dati Sace fanno registrare un boom dell'export, ma la bilancia commerciale è tirata giù dalla bolletta energetica

L’economia italiana, mentre l’inflazione e i fattori ad essa legati stanno depauperando la domanda interna, mai quanto nel primo terzo di 2022 si è appoggiata sulla capacità del nostro sistema industriale di esportare: secondo il più aggiornato rapporto Sace “Che export tira”che ha decostruito i dati sul periodo gennaio-aprile, le vendite oltreconfine sono aumentate del 20,7% rispetto allo stesso periodo del 2021, sostenute in particolar modo da metalli, articoli farmaceutici e chimica.

Cresce l’export: i dati Sace

La crescita è trainata, in quest’ottica, dall’export verso i Paesi Ue che il gruppo di Piazza Poli indica in “forte crescita (+22,7%) supportato dagli incrementi di Spagna (+27,6%), Belgio (+26,9%) e Austria (+24,9%)” e da crescite importanti in “Francia (+17,7%) e Germania (+17,1%)”, primi partner commerciali di Roma. Extra Ue il crollo dell’export in Russia (-19,3% nel quadrimestre) e il calo tendenziale della Cina (-3%) per il ritorno dei lockdown a Pechino è compensato da Stati Uniti (+29,9%), Regno Unito (+24,5%) e Giappone (+11%) per segnare un +18,4% complessivo.

Ma la corsa dell’export è solo una faccia della medaglia. Il dato sensibile della crescita non si proietta in una stabilizzazione della bilancia commerciale che, anzi, vira in rosso: il deficit commerciale nel primo quadrimestre ha sfiorato gli 11 miliardi, a fronte di un avanzo di oltre 17 miliardi dei primi quattro mesi del 2021, in cui i volumi di commercio complessivi erano ancora frenati dal Covid-19.

Bilancia commerciale in rosso, pesa l’energia

I dati Istat, infatti, segnalano che la corsa delle importazioni è stata a livelli record: +42,7% nel periodo gennaio-aprile, una dilatazione senza precedenti che ha l’unica, decisiva determinante nei prezzi dell’energia e nella dipendenza italiana da Paesi come la Russia per gas, petrolio e altri prodotti. E così si può arrivare al paradosso del fatto che un mercato non primario per l’export italiano come quello di Mosca può essere fortemente incisivo, invece, sul fronte della bolletta energetica di cittadini e imprese.

Non tutto il rincaro energetico si riflette, ovviamente, sulla manifattura (che a fine 2021 ha nell’anno appena passato sfondato quota 1.000 miliardi di euro di fatturato e si prevede in rialzo), ma gli effetti diretti e indiretti erodono i margini. E se l’inflazione globale può alzare il volume del Made in Italy venduto nel mondo, sicuramente impatta anche sul costo dell’energia utilizzata per alimentare il sistema. E il combinato disposto tra dipendenza dai mercati globali, ancoraggio energetico alla Russia e fragilità del mercato interno può creare imbarazzi al sistema-Paese.

Per capire perché i dati dell’export sono solo uno dei parametri per la salute di un’economia e capire il problema energetico abbiamo discusso con l’economista Alberto Frau, docente presso l’Università degli Studi di Roma Foro Italico e presso la Business School della Luiss Guido Carli.

Frau: “L’Italia rischia la trappola. Occhio alla Germania”

Professor Frau, partiamo dai fondamentali. Come si gestisce la bilancia commerciale?

“La bilancia commerciale ( Balance of Trade – BoT ) è la differenza tra il valore totale delle esportazioni e il valore totale delle importazioni di un paese in un periodo di tempo.

Viene anche indicato come esportazioni nette (NX). La balance of trade mostra se il paese era riuscito a vendere beni e servizi prodotti localmente a paesi stranieri ( esportazione ) più di quanto avesse acquistato prodotti dall’estero ( importazione ) nel periodo di riferimento. Pertanto, BoT è considerato il principale indicatore economico delle attività di commercio internazionale di un paese e un parametro importante per valutare la crescita economica. I prodotti economici inclusi nel calcolo della bilancia commerciale sono classificati in beni o servizi ei loro prezzi hanno un’influenza diretta sui valori di esportazione e importazione.

Le merci: sono merci tangibili prodotte localmente, che variano dal cibo e medicine a automobili ed energia. I servizi: si basano sulle interazioni umane e implicano l’offerta di supporto o l’assunzione della responsabilità di eseguire un’attività. L’ambito dei servizi può spaziare dall’intrattenimento e l’istruzione alle vendite e all’assistenza sanitaria. I prezzi di beni e servizi dipendono inizialmente dai costi di produzione come materie prime, stoccaggio, trasporto e spese personali. Ad esempio, le fluttuazioni dei prezzi del petrolio greggio possono indurre i produttori di prodotti a base di petrolio ad adeguare i loro prezzi per riflettere i cambiamenti”.

Cosa implica il deficit commerciale nel periodo gennaio-aprile?

“E’ evidente che poiche tra le importazioni il nostro paese vede come prima voce l’acquisizione di materie prime (energia, gas, petrolio) il saldo è negativo. Un deficit commerciale significa che il paese sta spendendo più di quanto guadagna nell’arena globale. Di conseguenza, il governo potrebbe essere costretto ad applicare nuove tasse o prendere in prestito da altri paesi o organizzazioni monetarie internazionali come International Money Fund (FMI) per coprire la carenza di bilancio! Nel nostro caso emissione di debito pubblico con evidente aumento del tasso di interesse poiché chi ci presta soldi sa che siamo alla “cannuccia del gas” in tutti i sensi!”

Come se ne può uscire?

“Dalla trappola ne usciremo solo se implementeremo il turismo e la vendita di prodotti tipici del made in Italy che è l’unico settore che ci permette di esportare. Quindi tassazione agevolata e smettiamola con la paura del Covid-19 e tutti i blocchi del turismo che la paura dei nostri governanti ha generato in questi ultimi due anni”.

Cita il Made in Italy, e qui torniamo alla madre di tutte le sfide: il legame tra la bolletta energetica e la dipendenza sul gas dalla Russia. Che soluzione esiste a questi problemi?

E’ evidente che le scelte politiche (di pura convenienza americana) ci stanno conducendo in un giorno infernale: quello dei dannati. Il gas soprattutto proviene in gran parte dalla Russia o da Paesi limitrofi e il fatto di dover rispondere agli “ordini di scuderia” ci danneggerà per moltissimi anni. Non abbiamo mai generato una vera politica energetica e ora ne pagheremo amare conseguenze. Il nucleare e i giacimenti presenti nell’Adriatico devono essere l’unica via percorribile se non vogliamo incappare nel prossimo ventennio in ulteriori criticità”.

Solo gas nazionale? Il governo guarda molto al Mediterraneo…

“Non è a mio avviso risolutivo guardare alla sponda Sud. L’Algeria, per esempio, come tutto il Nord Africa è una polveriera pronta ad esplodere e non può essere in alcun modo la soluzione definitiva ma solo temporanea”.

Dipendenza energetica da una parte, vincoli industriali dall’altro. Uno stop della locomotiva industriale tedesca può travolgere le industrie del Nord, motore manifatturiero del Paese. Guardare a Berlino è indispensabile in questa fase?

“Si. Nei 16 anni di governo di Angela Merkel la Germania ha consolidato la sua posizione come principale potenza economica europea nell’ambito di una fittissima serie di rapporti commerciali e finanziari con gli altri Paesi, soprattutto dell’est Europa, in primis la Russia..Un modello che appare di grande successo, ma fino a che punto è davvero così? E, soprattutto, è un modello pienamente sostenibile e di sicuro successo anche per il futuro?”

Il modello che abbiamo messo al centro dell’Ue, diremmo…

Nel 2019, appena prima della pandemia, la Germania costituiva oltre il 25% dell’economia UE, il Pil registrava una crescita media annua del 2% dal 2010 (a fronte dell’1,4% dell’eurozona), e il tasso di disoccupazione non superava il 5%. La crescita tedesca negli anni di Angela Merkel è legata al consolidamento di un modello economico fortemente votato all’export. Automotive, chimica, e macchinari – le tre principali industrie tedesche – sono ampiamente integrate nelle catene globali del valore”.

Berlino ora rischia?

“La situazione va valutata. Questa forte integrazione economica con l’estero presenta però anche un rovescio della medaglia: le principali industrie tedesche sono spesso anche quelle maggiormente dipendenti sia dalla domanda straniera che dalla fornitura di beni intermedi. Dal lato dell’offerta, ciò espone industrie chiave per il Paese, come quella automobilistica, all’attuale carenza di semiconduttori, generando un blocco alla produzione e dunque alla crescita economica del Paese stesso. Dal lato della domanda estera (potenzialmente volatile), invece, l’eccessiva dipendenza dall’export potrebbe rappresentare un fattore di debolezza. Basti pensare che, a fronte di una quota media indirizzata all’esportazione del 48,4% sul totale della produzione, l’automotive supera il 60%. Vanno valutati inoltre fattori di natura puramente geopolitica: durante la guerra commerciale fra l’America di Trump (che prosegue con l’amministrazione Biden) e la Cina, Berlino si è infatti trovata fra due fuochi a causa della doppia esposizione a mercati fondamentali per la propria crescita. Infine, la forte dipendenza dal settore esterno nel lungo periodo rischia di agire da freno allo sviluppo interno. A ben vedere, se i surplus della bilancia commerciale si sono sempre più consolidati la domanda interna non ha tenuto il passo, sia sul piano degli investimenti che su quello dei consumi privati. In un Paese con alti tassi di risparmio come la Germania, questa andamento potrebbe fiaccare le prospettive di sviluppo a lungo termine. Con effetti a cascata anche sui Paesi integrati nel suo sistema come l’Italia”