Home Stories Olimpiadi, Paralimpiadi e geopolitica: Milano-Cortina 2026 come palcoscenico delle tensioni mondiali

Olimpiadi, Paralimpiadi e geopolitica: Milano-Cortina 2026 come palcoscenico delle tensioni mondiali

Olimpiadi, Paralimpiadi e geopolitica: Milano-Cortina 2026 come palcoscenico delle tensioni mondiali

Le Olimpiadi e le Paralimpiadi sono tradizionalmente presentate come uno spazio di neutralità, un luogo in cui gli atleti competono al di là delle tensioni tra Stati. Tuttavia, l’edizione di Milano-Cortina 2026 ha dimostrato ancora una volta quanto sia difficile separare davvero sport e politica. Dalla squalifica dell’atleta ucraino Vladyslav Heraskevych alle polemiche sulla partecipazione della Russia alle Paralimpiadi, fino al caso dell’atleta iraniano impossibilitato a prendere parte ai Giochi, i grandi eventi sportivi si sono trasformati in uno specchio delle tensioni geopolitiche contemporanee.

Il caso Heraskevych: memoria o gesto politico?

Pochi giorni prima della gara olimpica di skeleton a Cortina, il 27enne campione ucraino Vladyslav Heraskevych, tra i più accreditati per la vittoria finale, aveva annunciato l’intenzione di gareggiare con un casco decorato con le immagini di 24 atleti e sportivi ucraini morti durante l’invasione russa dell’Ucraina. Tra i volti raffigurati vi erano militari, civili e atleti caduti durante il conflitto iniziato nel 2022.

Il Comitato Olimpico Internazionale ha però vietato l’uso del casco richiamando la Regola 50 della Carta Olimpica, che proibisce qualsiasi manifestazione politica, religiosa o razziale nei luoghi e nelle competizioni olimpiche. Dopo il rifiuto dell’atleta di utilizzare un casco neutro, il CIO gli aveva proposto in alternativa una fascia nera al braccio, Heraskevych è stato escluso dalla gara poco prima della sua prima discesa. Il ricorso presentato al Tribunale Arbitrale dello Sport è stato respinto, confermando la squalifica. La vicenda ha generato forti polemiche. Per molti osservatori si trattava di un gesto di memoria e lutto collettivo; per il CIO, invece, qualsiasi messaggio legato alla guerra rischiava di trasformare il campo di gara in un luogo di espressione politica. In questo senso, il caso ha riaperto il dibattito su un nodo storico del movimento olimpico: la possibilità o l’impossibilità di separare davvero sport e politica.

Il ritorno della Russia alle Paralimpiadi invernali 2026

Tra le questioni politiche che hanno segnato le Paralimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026, una delle più controverse è stata la decisione di riammettere gli atleti russi e bielorussi con simboli nazionali. La scelta del Comitato Paralimpico Internazionale (CPI) ha riaperto un dibattito che dura dall’inizio della guerra in Ucraina nel 2022 e ha provocato proteste diplomatiche e boicottaggi simbolici da parte di diverse delegazioni. Nel 2022, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, il Comitato Paralimpico Internazionale aveva inizialmente escluso completamente Russia e Bielorussia dalle competizioni internazionali, compresi i Giochi paralimpici di Pechino. La decisione fu presa dopo forti pressioni da parte di numerosi comitati paralimpici nazionali e in seguito alle minacce di boicottaggio da parte di alcune delegazioni.

Nel corso degli anni successivi, tuttavia, il dibattito all’interno del movimento paralimpico si è progressivamente spostato verso una possibile riammissione. Diversi membri del CPI sostenevano che gli atleti non dovessero essere penalizzati per le decisioni dei governi dei loro paesi. Alla vigilia delle Paralimpiadi di Milano-Cortina 2026, l’assemblea dei comitati paralimpici nazionali ha quindi votato sulla questione della partecipazione russa. Il risultato è stato favorevole alla riammissione: Russia e Bielorussia sono state autorizzate a partecipare ai Giochi con bandiera, inno e simboli nazionali, segnando una rottura rispetto al compromesso adottato in molte altre competizioni sportive internazionali.

Secondo il presidente del CPI, la decisione è stata il risultato di un voto democratico dei membri dell’organizzazione, che hanno scelto di reintegrare pienamente i due paesi nel movimento paralimpico. La decisione paralimpica ha attirato particolare attenzione perché contrastava con l’approccio adottato dal Comitato Olimpico Internazionale per i Giochi olimpici invernali.

Alle Olimpiadi di Milano-Cortina, infatti, gli atleti russi e bielorussi ammessi alle competizioni hanno potuto gareggiare solo come atleti individuali neutrali, senza bandiera né inno nazionale. Questa soluzione era stata pensata come un compromesso tra l’esclusione totale e la partecipazione piena. Il fatto che le Paralimpiadi abbiano invece consentito la presenza dei simboli nazionali ha accentuato il dibattito politico, creando una evidente divergenza tra le due principali istituzioni dello sport internazionale.

La decisione del CPI ha provocato forti reazioni politiche, in particolare nei paesi più direttamente coinvolti nella guerra in Ucraina. Il governo ucraino ha criticato apertamente la scelta, sostenendo che la presenza della bandiera russa durante i Giochi rappresentasse una forma di normalizzazione del conflitto ancora in corso. Anche alcuni governi europei hanno espresso perplessità sulla decisione, pur senza intervenire formalmente nelle competizioni. Le proteste più visibili si sono manifestate durante la cerimonia di apertura delle Paralimpiadi. Diverse delegazioni, tra cui Ucraina, Estonia, Finlandia, Lettonia, Lituania, Repubblica Ceca e Polonia, hanno deciso di boicottare la parata inaugurale o di ridurre la propria partecipazione simbolica. In altri casi, gli atleti hanno scelto di non prendere parte alla sfilata pur partecipando alle gare, come gesto di protesta nei confronti della decisione del CPI.

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Il caso dell’atleta iraniano e la rinuncia ai Giochi a causa della guerra

Un ulteriore episodio che ha segnato i Giochi paralimpici riguarda l’atleta iraniano Aboulfazl Khatibi, l’unico rappresentante dell’Iran previsto alle Paralimpiadi. Khatibi avrebbe dovuto gareggiare nello sci di fondo paralimpico e portare la bandiera del suo paese alla cerimonia di apertura. Tuttavia, non ha potuto raggiungere l’Italia a causa delle difficoltà di viaggio e delle condizioni di sicurezza legate all’escalation militare in Medio Oriente.

Il Comitato Paralimpico Internazionale ha dichiarato di aver tentato di organizzare un viaggio sicuro per l’atleta, ma i bombardamenti e le interruzioni delle comunicazioni hanno reso impossibile la sua partecipazione. Di conseguenza l’Iran si è ritirato completamente dai Giochi paralimpici, e la sua bandiera è stata rimossa dalla cerimonia di apertura. Questo episodio mostra come i conflitti internazionali possano influenzare lo sport anche senza decisioni disciplinari o politiche dirette: in questo caso, la guerra ha semplicemente reso impossibile la presenza dell’atleta.

I precedenti storici: quando la politica entra nei giochi olimpici

Gli eventi di Milano-Cortina si inseriscono in una lunga tradizione di interferenze politiche nei Giochi olimpici. Nel 1968, alle Olimpiadi di Città del Messico, i velocisti statunitensi Tommie Smith e John Carlos furono espulsi dopo aver alzato il pugno guantato sul podio per protestare contro il razzismo negli Stati Uniti. Alle Olimpiadi di Monaco 1972 la politica entrò ai giochi in modo tragico. Un commando dell’organizzazione palestinese Settembre Nero prese in ostaggio membri della squadra olimpica israeliana nel villaggio olimpico. L’operazione terminò con la morte di 11 atleti israeliani, di un poliziotto tedesco e di diversi membri del gruppo terroristico. Durante la Guerra fredda, la rivalità geopolitica si manifestò apertamente nello sport: nel 1980 gli Stati Uniti e numerosi alleati boicottarono le Olimpiadi di Mosca dopo l’invasione sovietica dell’Afghanistan; quattro anni dopo l’Unione Sovietica e i suoi partner risposero boicottando i Giochi di Los Angeles 1984. Questo tipo di episodi mostra come gli atleti possano trovarsi intrappolati tra le regole sportive e le scelte politiche dei loro governi.

Il movimento olimpico continua a difendere l’idea di uno sport neutrale, capace di riunire paesi e culture diverse. Tuttavia, la realtà geopolitica contemporanea rende questo principio sempre più difficile da applicare. In tutti questi casi, lo sport non è stato solo una competizione atletica, ma anche un riflesso delle tensioni politiche del mondo contemporaneo. Più che un’eccezione, Milano-Cortina 2026 conferma una dinamica storica, le Olimpiadi aspirano a essere un luogo di incontro tra popoli, ma proprio per la loro visibilità globale finiscono inevitabilmente per diventare anche un palcoscenico della politica internazionale.