Urbano Cairo, il signor no del calcio italiano sempre all’opposizione

Urbano Cairo ha rotto l’unità dei club della Serie A dopo nemmeno qualche ora dall’annuncio urbi et orbi della nascita del nuovo protocollo

I maligni dicono che questa volta l’abbia fatto perché non si fida della qualità del settore giovanile del suo Torino, una volta fiore all’occhiello del club granata da troppo tempo relegato nel sottoscala del calcio per ragazzi (anche se quest’anno le cose alla Primavera non stanno andando malissimo). Urbano Cairo ha rotto l’unità dei club della Serie A dopo nemmeno qualche ora dall’annuncio urbi et orbi della nascita del nuovo protocollo, quello per cui si gioca a patto che ci siano disponibili 13 giocatori di cui un portiere, pescando se necessario anche dalla squadra Primavera a patto che si tratti almeno di maggiorenni.

Una misura d’emergenza dettata dalla necessità di provare a contrastare la calata delle ASL, poi sconfitte nei Tar di mezza Italia, garantendo al campionato la possibilità di arrivare a maggio senza rischi di sospensione.

Covid e protocollo Serie A, il no di Urbano Cairo

Al di là del contenuto del protocollo, discutibile come tutto in questo periodo di pandemia, il segnale della Lega Serie A era soprattutto politico: mostrare compattezza e unità di intenti, armarsi per andare alla guerra con le ASL e poi difendere lo stesso protocollo nell’incontro con il Governo così da renderlo blindato per i mesi che verranno.

Unanimità disintegrata nello spazio di due ore dal presidente del Torino ed editore della Gazzetta dello Sport, lesto a comparire urbi et orbi (Rosea compresa) per spiegare che no, quel protocollo non andava bene e che si sarebbe dovuto seguire il modello inglese per tutelare il significato tecnico del campionato. Obiettivo legittimo, salvo che quel provvedimento era stato preso in fretta e furia nel timore che tutto si bloccasse, con danni inimmaginabili per il sistema che ha capito ormai dall’esperienza di questi due anni come dallo Stato non arrivano ristori ma solo qualche rinvio o sgravio fiscale.

Quello che si chiedeva a tutti era, insomma, di mettere da parte la propria idea almeno per qualche giorno e marciare compatti verso Roma e il Ministero della Salute. Urbano Cairo si è sfilato, altri lo hanno seguito seppure con minor enfasi. Al resto ci ha pensato il premier Draghi che ha applicato al pallone la tecnica della moral suasion convincendo – è il caso di dirlo – i presidenti ad auto limitare la capienza negli stadi per un paio di settimane sotto la minaccia di un intervento diretto e ben più pesante direttamente dal Governo.

Cairo, come tutti gli altri, ha alzato la mano e accettato il sacrificio protestando poi per i soldi che non arriveranno. Sul protocollo, invece, è rimasto fermo sulla sua posizione contraria, ribadita anche a 48 ore dal tavolo faticosamente ottenuto dal numero uno della FIGC, Gabriele Gravina, e dai vertici della Lega: quelle norme non vanno bene.

Che cosa c’è dietro la mossa di Urbano Cairo

Anche i maligni, però, non si stupiscono della corsa solitaria del patron granata.

Molti ricordano la battaglia senza tregua condotta nella primavera del lockdown perché il campionato non riprendesse e venisse cancellato. Apparentemente un suicidio, nel momento in cui tutti gli altri (Francia a parte) si battevano per tornare in campo, ma a molti non sfuggiva come il Torino navigasse in pessime acque con rischio concreto di retrocessione in Serie B, poi evitata da giugno in poi. Allora Cairo aveva schierato l’artiglieria comunicativa pesante per spingere sull’idea dello stop tombale.

Oggi la posta in palio è meno definitiva, ma il comportamento non è cambiato. Si accettano scommesse sull’esito della sua guerra al protocollo.