Milano Cortina 2026, perché ha ragione chi “diffida” dall’uso del brand per fini commerciali

Il tono delle diffide è cortese, ma il significato chiaro: le Olimpiadi sono una torta della quale si possono cibare in tanti a patto di non esagerare

L’avviso viene spedito con chiarezza in queste settimane in cui, messi alle spalle i Giochi di Pechino e arrivata in Italia la bandiera olimpica scortata dal presidente del CONI Malagò e da quelli che vengono definiti stakeholder (Regioni e Comuni coinvolti) è davvero iniziato il quadriennio di Milano Cortina 2026. Nessuno si illuda di fare soldi alle spalle delle Olimpiadi senza partecipare ai costi perché le regole sono rigide, scritte nella carta olimpica e recepite dal decreto con cui il Governo ha messo le basi per la fase operativa del comitato organizzatore.

Se ne sta accorgendo chi, in questo periodo, associa in qualsiasi forma la propria attività commerciale ai Giochi: la rete dei controlli è strettissima e arriva ovunque.

Vietato fare business con il brand Milano Cortina 2026: la lettera

True ha già dato conto della comunicazione preventiva inviata dagli uffici legali della Fondazione alle aziende editoriali con la diffida a utilizzare il brand Milano Cortina 2026 al di fuori di accordi da stipulare.

I casi, però, sono più numerosi. Tra i destinatari delle lettere c’è, ad esempio, una società di Real Estate colpevole di aver arricchito con l’hashtag #milanocortina2026 una pubblicità legata all’affitto di stanze e monolocali a Milano. Nessun accostamento con le Olimpiadi è lecito quando si tratta di fare business, scrivono i legali della Fondazione: “Ricordiamo che la parola “Olimpiade/i” e/o i Cinque Cerchi Olimpici, sono segni notori in campo sportivo, che contraddistinguono in Italia i Giochi Olimpici…

Pertanto, in quanto tali, sono utilizzabili commercialmente come marchio esclusivamente dal CIO o con il suo consenso. Essi sono da considerarsi anche “Olympic Properties” protette dalla legge e il cui utilizzo è riservato al CIO e ai soggetti dallo stesso autorizzati, in virtù delle numerose registrazioni di marchio dallo stesso effettuate in tutto il mondo, dalle quali discende un diritto di monopolio esclusivo a favore del CIO”.

CARTA OLIMPICA: la versione integrale (in lingua inglese)

Può sembrare un’esagerazione, ma non è così.

In realtà chi presenta la propria candidatura a un’edizione dei Giochi si impegna a rispettare le regole del CIO che è molto geloso dell’utilizzo e della commercializzazione di un brand realmente di portata mondiale, concesso a pochi e selezionati sponsor o ai broadcaster che acquistano a suon di miliardi di euro i diritti televisivi delle gare.  E’ per questo che le prescrizioni sono finite nel decreto 11 marzo 2020 numero 16, poi convertito, scritto all’inizio dell’emergenza Covid per dettare disposizioni urgenti per l’organizzazione e lo svolgimento dei Giochi di Milano Cortina 2026 e delle ATP Finals di Torino.

All’articolo 5-bis, citato in tutte le comunicazioni che gli uffici legali della Fondazione stanno mandando in queste settimane, viene recepito quanto previsto dalla carta olimpica negli articoli da 8 a 14 che in un passaggio recita: “Il CIO detiene tutti i diritti relativi alla loro organizzazione, gestione, ritrasmissione, registrazione, presentazione, riproduzione accesso e diffusione sotto qualsiasi forma, mezzo o meccanismo attualmente esistente o futuro”.

Attenzione a non esagerare

Il tono delle diffide è cortese, il significato chiaro.

E’ in sintesi una sorta di avvertimento generale: le Olimpiadi sono una torta della quale si possono cibare in tanti a patto di non esagerare. Tradotto: operatori economici, di servizi e palazzinari di Milano e delle zone limitrofe non avranno da perderci, ma bisogna muoversi per tempo e con attenzione. Non è un caso che le aree vicine al villaggio olimpico o agli impianti siano state oggetto di interesse e passaggi di proprietà; un grande evento è un affare per tutti.

Il Grande Fratello degli organizzatori, però, è già in funzione permanente e non si fermerà fino al 2026.