Il ciclismo italiano è in crisi. Senza soldi e risorse anche il Giro ne risente

L’ultimo schiaffo a una stagione deludente dal Tour de France senza una vittoria di tappa azzurra. Il ciclismo italiano è in crisi

L’allarme rosso è scattato: il ciclismo italiano è in crisi, una crisi nera e profonda. L’ultimo schiaffo ad una stagione già deludente di suo è arrivato dal Tour de France che si è chiusa senza una vittoria di tappa azzurra, e non parliamo di guerra per la maglia gialla. I nostri non si sono mai visti. 

Sono mancati Ganna e Colbrelli

Si è sperato tanto nel successo di Filippo Ganna nella crono di apertura per poter prendere due piccioni con una fava, vittoria di tappa e maglia gialla. Ma anche il Re delle cronometro ha mancato l’appuntamento con la storia. Lungi da noi, sia chiaro, fargli una colpa, dato che Ganna da anni è una delle poche fonti di gioie e soddisfazioni ma la situazione per il resto è drammatica.

Anche nelle grandi classiche di primavera abbiamo fatto da spettatori, non paganti. Senza Sonny Colbrelli, fermato dal problema al cuore, manca un corridore di altissimo livello nelle gare di un giorno. Il guaio, ancor superiore, è che certe cose non cambiano con uno schiocco di dita; serve tempo, programmazione, risorse ed anche un po’ di fortuna.

Gli investimenti del ciclismo estero

Quella che servirebbe per scoprire nel nostro ciclismo dei Campioni o presunti tali. Servono poi investimenti. Basti pensare alla Jumbo Visma, la squadra del vincitore del Tour, Vingegaard, che si è portata a casa anche la maglia a Pois (per il miglior scalatore) e quella verde con Van Aert (per la classifica a punti).

Una squadra che di fatto rappresenta una nazione, con un budget smisurato. Come smisurato (ed intendiamo a 7 zeri) è quello degli inglesi della Ineos, rivali ormai storici degli olandesi. Da noi?

Gli investimenti del ciclismo italiano

Ci salva il sig. Segafredo, all’anagrafe Massimo Zanetti, che finanzia in gran parte la Trek, uno dei primi 5 team del ciclismo che conta. Ma il resto è un deserto o comunque briciole in un mondo dove i soldi fanno sempre di più la differenza.

La sensazione comunque è che l’Italia stia soffrendo il cambio di passo di altri paesi ed altri lidi che ormai hanno dato vita ad un nuovo ciclismo. E’ finita l’epoca del Trofeo Laigueglia come prima gara dell’anno. Ora si va tutti negli emirati dove fa caldo, le strade sono per lo più noiose, ma il giro di soldi è vorticoso e tutti ci guadagnano.

Anche il Giro ne risente

E la differenza economica balza anche all’occhio nella nostra corsa a tappe, il Giro. L’edizione 2022 è stata tra le più deboli dal punto di vista tecnico che la memoria ricordi. E non è un caso che i principali big delle gare sulle tre settimane abbiano cortesemente rifiutato l’invito; concentrandosi sul Tour ma anche sulla Vuelta di Spagna. Il Giro quindi rischia davvero di diventare sempre più la terza ruota del carro.