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Daniele Doveri e la borsa di regali dall’Inter: il falso moralismo e cosa dicono le norme

Il caso dell'arbitro della sezione Roma 1 Daniele Doveri da Volterra e lo zainetto brandizzato Inter

Cosa ci faceva Daniele Doveri da Volterra, arbitro della sezione Roma 1, in aeroporto a Milano poche ore dopo la Supercoppa tra Inter e Juventus (da lui appena diretta) con zainetto brandizzato Inter appoggiato sopra il suo trolley da viaggio? Immagine che in poche ore ha fatto il giro dei social scatenando i soliti malpensanti, quelli che se la tua squadra del cuore ha perso è colpa solo di quello con il fischietto e se questa volta ha vinto, ma la prossima perderà, sono pronti a pensarlo negando anche l’evidenza.

E cioè che ogni tanto gli arbitri sbagliano, ma l’idea che uno si faccia corrompere da qualche gadget – e che per di più si faccia beccare pubblicamente in questa era di immagini che girano in un istante – rasenta il ridicolo.

Piaccia o no, Doveri non ha infranto alcuna norma e nemmeno chi lo ha omaggiato con quella serie di gadget. A sbagliare sono tutti gli altri con l’aggravante di parlare senza conoscere la realtà di un settore che negli ultimi anni ha regolato in maniera rigida la materia, scottata da quanto accaduto nell’ormai lontano 2004.

Erano i tempi in cui designatori e arbitri venivano gratificati con omaggi di grande valore, eccessivo. Fino al caso-Rolex che investì la Roma di Sensi e le due figure chiamate a scegliere quali direttori di gara spedire su ciascuno campo. Allora quegli orologi dal valore di decine di milioni di lire mandati a Pairetto e Bergamo suscitarono un putiferio, anche perché altri orologi di marca erano stati regalati a tutti gli arbitri della Serie A.

 

Polemiche a non finire per scoprire che non esisteva alcuna norma che lo vietasse e che, anzi, era consuetudine delle società più ricche non lesinare sforzi a Natale e ogni settimana in occasione delle partite. Da lì e dalla successiva Calciopoli la musica è cambiata, proibendo agli arbitri di accettare alcuna regalia che non fosse a prova di sospetto, inserendo per un certo periodo anche una cifra come riferimento di parametro (130 euro) e mettendo tutto nero su bianco nel codice etico dell’Associazione Italiana Arbitri.

Il punto è il 6.5. Si legge:Ogni Associato in riferimento ed in conseguenza all’attività da lui svolta in seno all’ Associazione, non può né dare, né accettare né sollecitare regalie, utilità, vantaggi o benefici sotto qualsiasi forma, salvo che abbiamo un valore simbolico.

Atti di cortesia – come omaggi, contribuzioni o spese di rappresentanza – sono consentite quando siano di modico valore e comunque tali da non compromettere l’integrità o la reputazione di una delle parti e da non poter essere interpretati da un osservatore imparziale, come finalizzati ad acquisire vantaggi in modo improprio. In ogni caso qualsiasi iniziativa di cortesia che comporti un onere e/o una spesa di rappresentanza devono essere autorizzati dagli organi preposti dell’AIA, devono essere documentati e non mai avvenire in circostanze da dare adito a sospetti di illiceità”.

L’immagine di Doveri con lo zainetto Inter non sono altro che l’applicazione di questa norma di buonsenso. E infatti nessuno nel mondo del calcio si è scandalizzato mentre il tribunale dei social network emetteva la sua sentenza. Fine della storia, almeno sino al prossimo scatto rubato in qualche aeroporto o stazione. Con un’avvertenza: gli arbitri sono fondamentalmente dei grandi appassionati di calcio e non sarà difficile trovarne in possesso di collezioni di magliette che raccontino la loro carriera.

Più sono bravi, più la collezione è ricca. Quelli scarsi, di solito, tornano a casa in fretta.