Che bello il professionismo delle donne del calcio…pagato dallo Stato

Tutti felici, a patto di essere consapevoli che il professionismo delle donne del calcio è uno stato ancora "artificiale"

L’ultimo passo del calcio italiano verso il professionismo delle donne, concretizzato nei giorni scorsi da parte della Figc in un coro di consensi unanimi, mette per una volta il nostro pallone all’avanguardia in Europa.

Colpo importante per l’immagine

Dal punto di vista dell’immagine è un colpo importante e, forse, un passaggio giusto per provare a dare la spinta decisiva alla crescita di un movimento che negli ultimi dieci anni ha visto salire il numero delle ragazze tesserate da 19 a 31.000, anche sull’onda dei risultati della nazionale di Milena Bertolini e del fenomeno televisivo del Mondiale 2019.

In quelle settimane le azzurre erano state capaci di attrarre davanti alla tv una quantità quasi da nazionale maschile di telespettatori in un crescendo di attenzione. La Figc ha capitalizzato e il via libera alla delibera sul professionismo, arrivato tre anni dopo, è il punto conclusivo di un percorso iniziato per tempo.

Il sistema non si regge in piedi economicamente

Tutti felici, a patto di essere consapevoli che il professionismo delle donne del calcio è uno stato ancora ‘artificiale’.

A differenza di quanto avviene nel calcio maschile, del basket e delle altre pochissime discipline riconosciute tali (pugilato, ciclismo, moto e golf), il sistema non si regge in piedi economicamente a sufficienza per garantire lo status di professionista alle atlete che ne fanno parte. E’ vero che stanno aumentando gli investimenti (da 1,7 a oltre 6 milioni di euro per i club che hanno ottenuto la licenza Uefa nel 2020), ma è quasi tutto sulle spalle delle società che hanno aperto la divisione donne legandola alla squadra maschile: Juventus, Milan, Inter, Roma, Sampdoria, Napoli, Fiorentina, Empoli, Lazio ed Hellas Verona.

Le realtà più piccole e storiche stanno rapidamente sparendo dall’orizzonte e l’introduzione del professionismo, con i suoi aggravi di costi, non farà altro che accelerare la selezione darwiniana dentro il sistema.

E’ una questione di soldi, tanto per cambiare

Detto che la garanzia delle tutele giuridiche e sanitarie per le calciatrici è certamente una conquista da applaudire, qual è il prodotto del passo avanti della Figc? E’ una questione di soldi, tanto per cambiare.

Il presidente della Federcalcio, Gabriele Gravina, ha rivendicato con forza i 18 milioni messi dalla sua federazione sul calcio donne in questi anni. Il Governo contribuisce con circa 3 milioni, fondo destinato a tutte le federazioni che varano il passaggio allo status di professioniste nello sport (la Figc è la prima in Italia), ma dai palazzi di via Allegri hanno già fatto sapere che non sarà sufficiente. Serve che qualcuno paghi, insomma.

Meglio se il solito Pantalone in attesa di tempi migliori in cui il campionato riuscirà a produrre valore da cui estrarre gli stipendi per chi ci gioca. Oggi non è così e immaginare che possa avvenire in tempi ristretti assomiglia più a una speranza che a un progetto concreto.

Al Camp Noiu oltre 91mila spettatori per Barcellona-Wolsfburg femminile

A proposito di Serie A donne: dalla prossima stagione ci sarà il nuovo format che prevede un torneo ristretto a 10 squadre con andata e ritorno, seguite da playoff e playout per decidere chi vince lo scudetto e chi retrocede.

A Gravina piacerebbe fare così anche con la Serie A maschile – ovviamente con numeri diversi -, per ora si deve accontentare del laboratorio femminile. In giro per l’Europa l’interesse cresce: la semifinale di Champions League tra Barcellona e Wolfsburg ha portato al Camp Nou 91.648 spettatori, record mondiale. La stragrande maggioranza gratis, a conferma che bisogna ancora fare l’ultimo e fondamentale passo perché il professionismo sia vero e non assistito.