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“Cultura dello stupro”, breve storia italiana: da “Portava i jeans” a “Non ha urlato”

Di Eugenia Greco

“Se indossi i jeans non è possibile che ti abbiano stuprato” (Cassazione sentenza 1636, 1999). Era il luglio del 1992, quando una diciottenne si è recata alla Questura di Potenza per denunciare la violenza sessuale subita il giorno prima dal suo istruttore di guida. Stando al racconto della ragazza l’uomo, come altre volte, l’ha prelevata presso la sua abitazione per effettuare delle guide ma, con la scusa di dover andare a prendere un’altra allieva, l’ha condotta fuori dal centro abitato. Fermatosi in una strada isolata, l’ha gettata a terra e, dopo averle sfilato da una gamba i jeans, l’ha violentata. Una versione diversa quella dell’istruttore, il quale ha raccontato di aver avuto un rapporto sessuale consenziente con la giovane. Nel febbraio 1999, la Terza Sezione Penale ha annullato la condanna al presunto violentatore, poiché quasi impossibile sfilare anche in parte i jeans a una persona, senza la sua fattiva collaborazione.

“Ha detto basta ma non ha urlato (…) non ha tradito quella emotività che pur doveva suscitare in lei la violazione della sua persona” (Tribunale di Torino, 2017). Questa la motivazione usata dal Tribunale di Torino per assolvere un 46enne accusato di aver abusato di una sua collega della Croce Rossa. Alle ripetute domande di chi le chiedeva perché mai non avesse urlato o opposto resistenza, la donna – già vittima di violenza sessuale da parte del padre durante l’infanzia – tra le lacrime aveva risposto di essersi bloccata. Un risposta che, secondo i giudici, non ha retto l’accusa di stupro. Non solo. La Corte ha anche confermato l’assoluzione dell’uomo perché la presunta vittima aveva continuato il turno dopo gli abusi.

“Se la donna beve o è troppo disinvolta…”

“Se hai bevuto e non sei stata costretta a ubriacarti, il fatto che abbiano abusato di te non costituisce un’aggravante” (Cassazione, sentenza 32462, 2018). Il caso vede una donna vittima di violenza sessuale da parte di due uomini, condannati dalla Corte di Appello con l’aggravante dell’uso di alcolici. La vittima infatti, al momento dell’accaduto, era ubriaca e quindi non lucida. Tuttavia, gli imputati hanno contestato la condanna tramite i rispettivi difensori, presentando ricorso alla Corte di Cassazione per via del fatto che l’assunzione di sostanze alcoliche da parte della donna, fosse avvenuta volontariamente. Lo stato di ebrezza, non essendo frutto di una costrizione, non è stato quindi ritenuto un’aggravante.

“Esasperato dalla condotta troppo disinvolta della donna” (Tribunale di Milano, 2020). Era stato condannato a cinque anni per aver sequestrato, picchiato e violentato la sua compagna per un’intera notte nella loro roulotte, nel giugno del 2019. Tuttavia, i giudici della Corte di Appello di Milano hanno ridotto la pena dell’uomo a quattro anni e quattro mesi, poiché questo sarebbe stato portato a compiere tali azioni a causa delle relazioni che la donna aveva con altri uomini. Stando ai magistrati, il percorso intrapreso in carcere ha fatto trapelare la natura mite dell’imputato, il quale probabilmente è stato portato all’esasperazione dalla condotta troppo disinvolta della convivente, subita passivamente fino quel momento.

La “cultura dello stupro” nel dna italiano

Quattro esempi. Che mostrano plasticamente come la “cultura dello stupro”, anche a prescindere da innocenza o colpevolezza in tribunale, sia insita nel dna italiano. Persino quella della giurisprudenza. Ma dimostrano anche come il percorso penale che viene dopo la denuncia di violenza carnale non solo è lungo e travagliato, ma può portare la vittima a ritrovarsi in situazioni imbarazzanti e umilianti. E se oggi in Italia a far discutere è il caso di Ciro Grillo, il figlio del politico genovese che con altri tre amici della “Genova bene” è indagato per violenza sessuale dopo le accuse di una studentessa italo-svedese di Milano, ancora più dovrebbero far discutere sentenze – anche molto recenti – dove si legge che se non hai gridato allora non era violenza.

Beppe Grillo e il figlio accusato di stupro

I fatti che riguardano il figlio del fondatore del Movimento Cinque Stelle sarebbero accaduti nella casa di Beppe Grillo a Porto Cervo, in Sardegna, nella notte tra il 15 e il 16 luglio del 2019. Quando i quattro amici, dopo aver trascorso la serata nella famosa discoteca Billionaire, sono rientrati in compagnia di due ragazze. Una notte di cui si sta cercando di ricostruire gli eventi, per via dell’accusa di stupro di una delle due giovani nei confronti dei quattro ragazzi, i quali hanno confermato di avere avuto dei rapporti sessuali con lei, ma non contro la sua volontà. Beppe Grillo non si è fatto attendere e ha pubblicato un video di sfogo su quanto successo. Un video che ha suscitato molto scalpore per queste parole: “Perché non li avete arrestati subito? (…) Vi siete resi conto che non è vero che c’è stato uno stupro. Perché una persona che viene stuprata la mattina e al pomeriggio va in kitesurf, e dopo otto giorni fa la denuncia, vi è sembrato strano? È strano.”

Ciò che è accaduto quella sera resta ancora un punto di domanda. I magistrati stanno ancora lavorando per scoprirlo. Ma di certo c’è che nelle parole di Beppe Grillo emerga la cosiddetta cultura dello stupro. Tradotto? Sei tu responsabile dello stupro che hai subito. Al netto della preoccupazione di un padre il cui figlio è accusato di violenza sessuale, nel videoclip il politico genovese spiega quanto l’accusa sia infondata perché la ragazza ha denunciato otto giorni dopo il presunto stupro di gruppo. Curioso peraltro visto che proprio il Movimento Cinque Stelle assieme ad altre forze politiche si è battuto in Parlamento per allungare i tempi in cui è possibile denunciare. È infatti comune pensare che se la denuncia non è immediata, la vittima sta mentendo.

“Cultura dello stupro” e concezione della donna

La realtà è un’altra: la consapevolezza di essere vittime può sopraggiungere improvvisamente anche tempo dopo quanto subito, ascoltando la testimonianza di altre donne o assistendo a una trasmissione televisiva che tratta l’argomento. La vittima può metterci mesi, addirittura anni per assodare quanto vissuto e farsi coraggio a denunciare. Chi subisce violenza sessuale viene infatti pervaso da un profondo senso di vergogna mista a umiliazione, ma ha soprattutto paura di essere giudicata o, peggio, non considerata vittima. La discriminazione nei confronti delle donne infatti divampa, non solo nella vita quotidiana, ma anche nei gravissimi casi di violenza sessuale, quando la vittima dovrebbe essere aiutata e il carnefice punito. Come mostrano alcune delle sentenze citate in apertura, spesso infatti si punta il dito contro la donna e la si accusa di essere colpevole per aver portato l’uomo a compiere azioni violente. Ed è proprio qui che nasce la cultura dello stupro, espressione utilizzata per descrivere la tendenza a minimizzare e a normalizzare la violenza sessuale, ma anche a colpevolizzare la vittima e a giustificare il pieno controllo del corpo femminile. Perché se non urli “no” a gran voce, eri consenziente; se eri ubriaca – e nessuno ti ha obbligato a bere – te la sei cercata; così come quando indossi una gonna corta e sexy … non puoi lamentarti se un uomo si sente in diritto di metterti le mani addosso.

Perché in Italia, in pieno ventunesimo secolo, la concezione della donna è per certi versi primordiale. È lei che deve stare attenta a non dare nell’occhio, a non sorridere troppo e a non dare confidenza; è lei che deve controllarsi e non provocare il maschio con abiti succinti o il rossetto rosso. È lei che sta subendo la regressione della concezione del suo essere e dei suoi diritti, e la regressione della concezione del maschio e dei suoi limiti. Perché la donna è razionalità e l’uomo è istinto. E se la donna è razionalità, a lei spetta il dovere di prevenire le azioni dell’uomo, un essere impulsivo e quindi giustificato.

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