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L’idea del Pd è già morta, sapendo di esserla. Dalle correnti all’irrilevanza il passo è breve

Soprattutto a Milano, la crisi del Pd si fa sentire fortissima. I motivi sono tanti, e tutti perfettamente logici. Il primo è che nel capoluogo lombardo il Partito Democratico è arrivato nel punto più estremo della sua vocazione maggioritaria, capace di costruire un campo tanto largo da assorbire in sé quasi tutte le istanze, dal riformismo al radicalismo sui diritti. Adesso invece si trova frammentato, non imploso ma esploso.

La verità che non si vuole ammettere è che è finita la vocazione maggioritaria del Partito Democratico. Ovvero l’idea di dare una casa unitaria a tutte le istanze del centrosinistra. Oggi quelle istanze sono uscite dalla casa. Altro che Ditta, qui non c’è più manco la sede periferica di periferia. Parliamoci chiaro: i riformisti sono esplosi tra parte del Pd, parte in Calenda, parte in Renzi. La sinistra dura e pura è esplosa tra il Movimento 5 Stelle (eh sì, i voti li prenderà a sinistra, non a destra), i cespugli della sinistra sinistra, le Sardine campeggiatrici (ma ancora non fattesi partito) e ovviamente una parte del Pd. Gli ecologisti adesso hanno pure i Verdi Europei di Sala come possibile casa.

Il sindaco di Milano l’ha detto lucidamente: nel Pd ci sono troppe correnti. Il problema è che andando avanti così non ci saranno più correnti ma partiti fuori dal Pd, che verrà ridotto ai minimi termini. Pare La Palisse, ma quando vali il 16-18 per cento conti molto meno di quando valevi il 33 o il 45 per cento (per dire percentuali che davvero si sono viste nelle urne). Il mio amico Jacopo Tondelli dice che quello di Letta è l’ultimo giro, e poi c’è solo lo scioglimento. Secondo me, pecca di ottimismo. Perché il Pd non si scioglie e non scompare, mica prende una decisione del genere. Semplicemente si riduce, immobile, lasciando le sue parti più vive e intelligenti (come quella milanese) a morire d’inedia.

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