Nomine Procuratori, la “madre” di tutte le sentenze scritta dal giudice corrotto

Nel 2016 Francesco Lo Voi vince al Consiglio di Stato per la Procura di Palermo. Il giudice della sentenza è stato poi condannato a 11 anni

È una storia da mal di testa. Sintetizzabile così: ogni volta che si discute – come in queste settimane – della nomina di un nuovo capo nelle procure italiane bisogna sapere che la “madre” di tutte le sentenze e di tutti i ricorsi fra magistrati gli uni contro gli altri è stata scritta da un giudice corrotto: Nicola Russo. Tale è stato considerata l’ex toga del Consiglio di Stato condannato per corruzione grazie anche dichiarazioni e testimonianze dell’avvocato Pietro Amara, super teste per alcuni e avvelenatore di pozzi per altri.

È una storia che impatta sul presente della magistratura nel “post Palamara” (che tanto “post” non sembra) mentre è impegnata nella partita cruciale: la nomina in blocco dei capi di Roma, Procura Nazionale Antimafia e Milano che guideranno uffici e inquirenti negli anni dei 230 miliardi di euro del Recovery Plan.

Il ricorso di Lo Forte davanti al Tar del Lazio

Uno, anzi due, passi indietro. I fatti: il 17 dicembre 2014 il Consiglio Superiore della Magistratura nomina Francesco Lo Voi Procuratore della Repubblica a Palermo.

Alla V Commissione dell’Organo di Autogoverno della magistratura ordinaria, erano giunte tre distinte proposte per la copertura di quel ruolo: oltre al “vincente” Lo Voi con 13 voti, anche i più anziani ed esperti Sergio Lari (7 voti) e Guido Lo Forte (5 voti). Quest’ultimo non ci sta. E porta tutti davanti al Tar Lazio con il ricorso numero 963 del 2015. Sostenendo che il Csm gli avrebbe preferito un candidato privo di adeguata esperienza direttiva in funzioni analoghe o identiche rispetto a quella di Procuratore Capo, uno dei criteri cruciali per fare le nomine fra le toghe.

Il Tar dà ragione a Lo Forte. I giudici amministrativi romani dicono che c’è stato un “eccesso di potere” da parte del Csm nel nominare Francesco Lo Voi e che pur non esistendo una vera e propria gerarchia fra i parametri legislativi e i criteri da prendere in considerazione per conferire gli incarichi, esistono invece dei “comuni elementi di ragionevolezza” che imporrebbero di preferire le pregresse esperienze. Quelle che Lo Forte ha, mentre Lo Voi no o comunque ne ha di meno.

Il Procuratore di Palermo impugna la sentenza del Tar

Il Procuratore di Palermo impugna la sentenza del Tar davanti al Consiglio di Stato con il ricorso 4779 del 2015. Lo fa con varie motivazioni di merito e formali ma il concetto chiave del ricorso di Lo Voi è che il giudice amministrativo di primo grado non ha il diritto di sindacare una decisione del Csm di merito e che si tratta di una inammissibile ingerenza nelle scelte discrezionali spettanti all’Organo di Autogoverno della giustizia ordinaria.

Il “caso”, cruciale per gli equilibri interni alla toghe, viene passato alla quarta sezione del Consiglio di Stato guidata dal Presidente Riccardo Virgilio. Della sentenza se ne occuperà il giudice Nicola Russo.

Le rivelazioni di Palamara sui rapporti tra Pignatone e Virgilio

Facciamo un passo in avanti di 5 anni: esplode l’affare Palamara. L’ex uomo delle nomine dentro al Csm racconta nel libro-intervista con Alessandro Sallusti che quel caso fa tremare Roma.

E che Giuseppe Pignatone – l’uomo di Mafia Capitale e il super magistrato che guida all’epoca la procura di Piazzale Clodio prima di finire in Vaticano – rivela a Palamara di “sentire degli strani movimenti intorno a questa vicenda e di temere che anche il Consiglio di Stato possa dare ragione a Lo Forte”. Palamare dice anche che Pignatone e il Presidente di sezione del Consiglio di Stato, Riccardo Virgilio, sono legati da “rapporti di antica amicizia”, che “i due si incontrano una mattina presso la mia abitazione” e che li vede “parlare in maniera molto fitta e riservata”.

L’ex uomo di Unicost ne parla anche con lo stesso Lo Voi, nel gennaio 2016 al Caffè Giuliani vicino al Csm.

La sentenza che da ragione a Lo Voi, firmata da Russo

Poche settimane dopo arriva la sentenza del Consiglio di Stato: a sorpresa il massimo organo della giustizia amministrativa dà torto a Guido Lo Forte e ragione a Francesco Lo Voi che rimane Procuratore dell’ufficio palermitano. La sentenza scritta dal giudice estensore Nicola Russo è una babele giurisprudenziale per cercare di dirimere – una volta per tutte – l’annoso problema di come si scelgono i magistrati di vertice. Quali sono i criteri oggettivi, non sindacabili, per decidere?

Perché se è vero che “costituisce, di regola, elemento preferenziale nella valutazione delle attitudini alle funzioni direttive apicali di legittimità il positivo esercizio – si legge – negli ultimi quindici anni, di funzioni direttive superiori di legittimità per almeno un biennio”, è altrettanto vero che “tale statuizione non può ritenersi espressione di un principio generale, in quanto nel prosieguo della disposizione, l’esercizio pregresso di particolari funzioni è valutato, al fine della copertura di altre funzioni, senza che possa costituire titolo preferenziale”.

L’esperienza di Lo Forte non basta contro la “maggiore cultura dela giurisdizione” di Lo Voi

Insomma: meglio aver avuto esperienza, ma non basta. Infatti quando il Csm ha deliberato a favore di Lo Voi e “contro” Lo Forte ha valutato tutto. In particolare gli incarichi direttivi e semidirettivi ricoperti da Lo Forte consentendogli sicuramente di esibire “un profilo indubbiamente elevato sul piano del prestigio e della credibilità professionale, della preparazione e delle capacità” e un ottimo giudizio complessivo in favore del candidato senza sottovalutare i suoi incarichi precedenti. Anzi. Gli viene riconosciuto che ha “da sempre esercitato, seppure ricoprendo incarichi direttivi e semidirettivi nello stesso ufficio a concorso, le funzioni di merito in primo grado”. Il che “se non intacca, ovviamente, la sicurezza delle competenze investigative acquisite, indica, sul piano delle attitudini specifiche, una visuale inferiore delle problematiche connesse all’assetto del settore requirente ed alla gestione delle risorse dell’intero distretto palermitano”.

Mentre invece il più giovane e meno esperto Francesco Lo Voi “può sicuramente vantare una maggiore cultura della giurisdizione che costituisce senza dubbio una ricchezza del proprio bagaglio professionale non egualmente riscontrabile in quello del dott. Lo Forte”.

Insomma viene preferita la versatilità di Lo Voi, che ha anche diverse esperienze internazionali alle spalle, rispetto all’esperienza e alla carriera di Lo Forte senza “limitarsi soltanto all’esame dei ruoli ricoperti in incarichi analoghi a quello cui aspiravano i partecipanti”. Il Consiglio di Stato ribalta tutto contrariamente a quanto “temeva” Pignatone. È il 28 gennaio 2016. Lo Voi rimane capo a Palermo dove gestirà la procura negli anni delle inchieste sull’immigrazione, i porti, gli sbarchi, i trafficanti. Con qualche acuto e qualche errore pesante.

‘Sentenze pilotate’, l’arresto di Russo da parte della Procura di Roma

Tre anni dopo il giudice Nicola Russo che ha scritto la sentenza viene arrestato dalla Procura di Roma. È il caso delle “sentenze pilotate” al Consiglio di Stato. Viene arrestato anche il Presidente di Sezione a Palazzo Spada, Riccardo Virgilio, l’amico di Pignatone che parlava a colazione con lui a casa di Palamara. Il 14 settembre 2020 Russo – già sospeso e ormai pensionato – viene condannato a 11 anni di carcere per corruzione in atti giudiziari, per aver pilotato almeno tre sentenze (non quella Lo Voi-Lo Forte).

Un’indagine nata dalle dichiarazioni di Amara

Per ironia amara del destino, l’indagine su di lui è nata dalle dichiarazioni dell’avvocato Pietro Amara: il super testimone nel caso Eni-Nigeria secondo un pezzo della Procura di Milano, un avvelenatore di pozzi e diffamatore seriale invece secondo altri. Come che sia l’uomo che fa detonare la guerra dei magistrati dentro il tribunale di Milano e che coinvolge i pm Paolo Storari, Laura Pedio, l’appena pensionato Francesco Greco, Piercamillo Davigo, i pm del caso Eni De Pasquale e Spadaro.