Hobbit e Montanelli, l’esperto: “Ecco l’egemonia culturale della destra”

La Destra può vincere le prossime elezioni, ma per governare bisogna fare egemonia culturale. Francesco Giubilei spiega perché.

La Destra può vincere le prossime elezioni, ma per governare bisogna fare egemonia culturale. Parola di Francesco Giubilei, presidente della Fondazione Tatarella e di Nazione Futura. Editore e saggista, tra i principali intellettuali emergenti della Destra italiana. Studioso del pensiero conservatore, Giubilei ragiona con true-news.it dei riferimenti culturali della nuova destra. Partendo dal tentativo di superare quella che ritiene essere una comparazione errata. L’accostamento tra Fratelli d’Italia, in ascesa nella coalizione di centro-destra come primo partito, e il fascismo.

L’idea di Fratelli d’Italia “fascista” domina il refrain della stampa progressista da diverse settimane. Da dove nasce questa convinzione?

Il tema di identificare Fratelli d’Italia con un partito fascista nasce dal tentativo, tipico del dopoguerra italiano e accresciuto dal Sessantotto in poi, di fare un’equiparazione tra il concetto della destra e il fascismo in modo dispregiativo. Ogniqualvolta in Italia emergono leader, partiti politici o personalità di spicco che si definiscono di destra non si ha la maturità di impostare un dibattito basato sui contenuti e le idee ma si tenta di etichettarli con il termine “fascista”.

Nel caso di Fdi è abbastanza paradossale: il partito nasce nel 2012, il suo leader negli Anni Settanta e la loro ascesa è posteriore alla svolta di Fiuggi e all’intervento di Pinuccio Tatarella che portò ad Alleanza Nazionale, fonte del superamento dell’eredità postfascista del Movimento Sociale Italiano. Si tratta di un tentativo di delegittimare le idee della destra.

Dunque è lo spauracchio del “nemico fascista” che sembra essere tornato. Ma quanto può spostare in termini di consenso?

Lo spauracchio del nemico fascista è un cliché che ritorna ciclicamente nella Sinistra italiana.

Ed è paradossale la sua ripetitività: già nel 1994 Berlusconi veniva accusato di essersi alleato coi fascisti e fu paragonato al “Cavaliere Nero”. In seguito lo spauracchio ha colpito Matteo Salvini e ora viene agitato contro la Meloni. Quanto possa spostare in termini di consenso è da capire: il gioco della Sinistra è quello di polarizzare. La Sinistra cerca in questa occasione, spingendo al dualismo Pd contro Fdi, di dividere il campo. Tra sé stessa, presentata come garante della stabilità, del governo e dei contatti internazionali; e una destra presentata come retrograda e capace di creare problemi per l’Italia.

La cosa che dovrebbe fare aprire gli occhi alle persone è la ripetitività di questo refrain, che torna ogni volta che si vota. Mi viene in mente il caso delle elezioni in Emilia-Romagna, abbastanza eclatante, del 2020. Io ribalterei il discorso: in Italia non è l’assenza di una Destra moderna, ma l’assenza di una Sinistra moderna. Incapace di confrontarsi su temi e proposte reali, il vero problema.

Ha citato una Destra moderna.

Quali sono i suoi riferimenti culturali? Dopo la Svolta di Fiuggi del 1995 prima e la nascita di FDI nel 2012, chi è diventato maggiormente influente nello sviluppo dell’area?

Parlare di riferimenti culturali della Destra è complesso: non esiste una sola cultura di destra né un riferimento univoco. Lo scrive bene Giuseppe Prezzolini nella sua Intervista sulla Destra: esistono una Destra liberale, una Destra sociale, una Destra cattolica, una Destra conservatrice. Dal canto mio ritengo che la strada giusta da seguire sia quella della Destra conservatrice.

Come Nazione Futura da vari anni portiamo avanti, primi in Italia, la riscoperta del pensiero conservatore in Italia.

La nostra Destra conservatrice porta avanti valori che non rappresentano un mondo conservatore straniero, ma mira a sviluppare una via latina ed italiana al conservatorismo, e soprattutto la necessità di coniugare l’attività politica e quella metapolitica e culturale. Sarebbe un grave errore se il centrodestra vincesse le elezioni e andasse al governo senza compiere un’opera di egemonia culturale, che va fatto su delle tematiche che la Sinistra ritiene propria.

A mio avviso, ad esempio, regalare l’ambiente e l’energia come temi alla Sinistra è un errore che la Destra non deve compiere.

E per quanto riguarda gli intellettuali di riferimento di questa visione della Destra?

Non farei una serie di riferimenti specifici per un mondo che è ampio e diversificato, comprendente un arcipelago di riviste, centri studi e singoli pensatori molto attivi, oltre a case editrici, siti internet e gruppi culturali. Si rischierebbe in ogni caso di non citare persone preparate e meritevoli. Penso piuttosto al tema cruciale: rendere organico il sistema e superare un individualismo atavico esistente nel mondo della Destra, al cui interno ci sono realtà che non comunicano, mettendoli a sistema e dando loro un appoggio politico. Le realtà culturali della Destra, inoltre, devono superare un complesso di inferiorità che le porta implicitamente a pensare alla cultura di Sinistra come superiore.

E posso fare due esempi: il primo è quello de “Il Signore degli Anelli”, pubblicato in Italia per la prima volta da Alfredo Cattabiani con Rusconi, e il secondo quello de “Il Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa, che viene pubblicato in Italia da Feltrinelli, principale editore di Sinistra che non ebbe problemi a pubblicare un romanzo a tutti gli effetti conservatore. Esiste una cultura di destra rappresentata da Prezzolini, Longanesi, Montanelli nel mondo intellettuale e del giornalismo, ma anche da autori come Dino Buzzati e Ennio Flaiano.

I nomi dei riferimenti sono tanti: la sfida, ed è un’autocritica che la Destra deve fare per non esserci riuscita finora, è entrare nei circuiti più ampi della cultura per portare le proprie idee e i propri valori a un numero sempre più ampio di persone. Va bene parlarsi internamente, va bene parlare a chi ha le nostre stesse idee: la sfida è far sì che questi pensatori, questi nomi siano conosciuto da un novero sempre più ampio di persone.

Anche l’editoria gioca un ruolo, dunque...

Si, assolutamente: è il mondo dove siamo attivi maggiormente. A mio modo è importante essere presenti al Salone del Libro di Torino, alla Fiera PiùLibri-PiùLiberi di Roma e a tutte le maggiori rassegne culturali in materia. Bisogna partecipare a festival, dialogare con mondi diversi, confrontarsi senza rinnegare la propria identità ma, anzi, proprio in virtù della certezza dei propri riferimenti. La sfida vera, specie se il centrodestra conservatore andasse al governo, è trasformare la nostra cultura in cultura di massa e presentare e far accettare a un pubblico più ampio certe nostre battaglie che spesso la Sinistra bolla come retrograde.

Una sfida importante per il centrodestra. Al cui interno FDI ambisce a diventare partito di governo. Assieme alla destra italiana, ritieni che coinvolgere professionisti e esponenti della società civile possa aiutare in campagna elettorale?

Senza dubbio: è fondamentale che Fdi e il centrodestra in generale coinvolgano la società civile, i professionisti e soprattutto esponenti della cultura anche per dare un contributo di valore aggiunto: è importante che strutture di partito e realtà capaci di dare contributi diversi e ampliare il raggio d’azione oltre l’orizzonte partitico si uniscano. Da questo punto di vista la Sinistra storicamente ha saputo costruire un sistema di potere basato sull’occupazione degli spazi, sul servirsi della società civile: pensiamo a quanti candidati hanno pescato dall’università e dalla società civile. Anche il centrodestra può farlo, a patto di selezionare persone con un set condiviso di valori, non sdoganando a prescindere figure con idee e valori diversi da quelli dell’area. Bisogna aprirsi a quei mondi che possono offrire un valore aggiunto.

Sul piano internazionale, con che campi può dialogare la destra italiana? Cosa avvicina i conservatori italiani a quelli anglosassoni ed europei?

La Fondazione Tatarella, principale think tank conservatore italiano in termini di relazioni internazionali, ha in questi anni creato contatti che vanno dal mondo anglosassone a quello americano, passando per Polonia, Francia e Spagna e altre parti d’Europa. C’è un coordinamento per portare avanti battaglie comuni e superare una visione provinciale della politica che ci porta a focalizzarci esclusivamente sul fronte interno.

Per come sta andando il mondo, dobbiamo avere una posizione internazionale e dialogare con i Conservatori e la Destra del resto d’Europa e dell’Occidente, capaci di dare un valore aggiunto e offrire spunti che possono valere anche per il nostro Paese. Il Conservatorismo inglese è invece figlio di un contesto diverso e chiaramente non sovrapponibile a quello latino, ma ci sono battaglie che possiamo mutare: penso a quella sul Green Conservatism, il tentativo di leggere la partita ambientale nel quadro di un pensiero conservatore; penso all’abbassamento della pressione fiscale; penso alla tutela dell’interesse nazionale e della Difesa. Questioni su cui i Conservatori britannici ragionano apertamente e che possiamo prendere come spunto; nel rispetto delle fisiologiche differenze e del diverso contesto sociale e storico. Dobbiamo trovare con i nostri partner i punti di comune contatto tanto nel comune contenitore europeo quanto in quello occidentale.

In prospettiva, verso che linee di tendenza evolvono le principali culture politiche italiane? Il contesto attuale può aiutare a superare la stagione antipolitica?

La stagione dell’antipolitica è stata una grande ubriacatura generale. Spero si possa superare in fretta. Il tema è che non abbiamo bisogno di antipolitica, ma di buona politica, di una classe dirigente preparata. La Destra deve rivendicare per sé il concetto di élite. Se si rileggono Pareto, Mosca e Michels, non ha se ben posto necessariamente un’accezione negativa. Un conto è un establishment lontano dalle istanze del popolo, un altro un’élite preparata che comprende le esigenze del popolo. Il mito dell’uno vale uno è Sessantottino, di Sinistra, il sei politico preso a riferimento. La Destra deve prendere posizioni coraggiose, di lunga visione, magari impopolari nel breve periodo; ma capaci di pagare in prospettiva per ricordare il tema della preparazione, dell’esperienza nei vari ambiti, della cultura di governo. Non è classismo, ma la prima esigenza di ogni democrazia compiuta e sviluppata. Il concetto di élite diventa negativo nel momento in cui questa élite si trincera a tutela dei propri privilegi, o si sfocia in establishment come quello europeo, lontano dalle istanze comuni della popolazione. In questo caso bisogna assolutamente contrastare questa visione. Recuperare una visione di buona politica significa avere il coraggio di essere, nel breve periodo, capaci di sfidare l’impopolarità sapendo di fare scelti vincenti in prospettiva: è il tema caldo della programmazione a lungo termine di un Paese. Penso alla politica energetica, al tema del nucleare, agli investimenti negli ambiti più strategici. La stagione dell’antipolitica non ha nulla a che fare con quella della Destra. E speriamo di porvi presto fine.