Di Matteo: “Con la Cartabia Falcone e Borsellino sarebbero sotto processo disciplinare”

A margine di un evento promossa da Italiastatodidiritto, il magistrato Nino Di Matteo si è scagliato contro la riforma Cartabia

“E’ retrograda e pericolosa”. Non ha mezze misure Nino Di Matteo. Il magistrato italiano, dal 2019 membro del CSM e dal 1993 sotto scorta, si scaglia contro la riforma Cartabia. Lo fa dall’aula magna del Tribunale di Milano; a margine della presentazione del libro di Vittorio Manes “Giustizia mediatica. Gli effetti perversi sui diritti fondamentali e sul giusto processo”. All’evento, promosso da Italiastatodidiritto, insieme al Presidente Guido Camera, ci sono tanti ospiti di rilievo del mondo della giustizia.

Ma Nino Di Matteo ruba la scena. Lo fa scagliandosi contro quello che ritiene “un bavaglio imposto ai magistrati”.

Falcone e Borsellino sarebbero sotto processo disciplinare

“Lasciatemi dire che con la riforma Cartabia Falcone e Borsellino sarebbero sottoposti a procedimento disciplinare”. Il magistrato cita Paolo Borsellino, quando afferma: “Parlate di mafia, parlatene ovunque, ma parlatene”.

La riforma Cartabia preoccupa Di Matteo. Laddove “vieta agli altri magistrati di parlare di inchieste fino al passaggio in giudicato delle sentenze”.

Spesso infatti occorrono decenni per il passaggio. E prosegue: “Cosa avrebbero saputo i cittadini delle strutture di Cosa Nostra, se alcuni eroici magistrati non avessero spiegato all’opinione pubblica quello che doveva sapere sulla mafia?”.

I rischi per la magistratura con la riforma Cartabia

Di Matteo prosegue con una ricostruzione della storia e sugli scenari che la riforma potrebbe apportare alla magistratura. “La Cartabia si inserisce nel solco riforma Mastella del 2006.

C’è la tendenza ad aumentare la visibilità del Procuratore Capo”. Ma quella che il magistrato definisce una “gerarchizzazione degli uffici di procura” rischia di essere “contraria all’essenza di potere diffuso della magistratura”. La riforma potrebbe rendere per assurdo “più semplice il controllo delle inchieste”.

Per il magistrato è inconcepibile limitare le informazioni ai semplici comunicati stampa. “Sono delle veline di regime. Non aiutano nella comprensione dei fatti”. Per Di Mattero “avremo uno sbilanciamento dell’informazione, solo verso la pubblica accusa.

C’è il rischio che di certi argomenti scomodi sapremo ancora meno. È una legge bavaglio”.

Presunzione d’innocenza e interesse pubblico

“La tutela della presunzione d’innocenza è sacra, ma si ottiene sanzionando le violazioni del principio; non imbavagliando i magistrati”. Per Di Matteo il problema vero è il fatto che “l’ordinaria criminalità è diventata di uso comune. Viene trattata da improbabili esperti, tesi criminologiche fuori dall’ambito processuale”. Ci sono pochissime voci a tutela della garanzia delle parti e a tutela della qualità dell’informazione.

“Quante sono – si chiede il magistrato – le trasmissioni dedicate invece ai processi di mafia? O sulle connivenze del potere con la criminalità? Quante sulla criminalità e il traffico internazionale?”.

I giornalisti pagano a caro prezzo la decisione di occuparsi di grandi inchieste. Ma per Di Mattero “c’è stata un’assoluta carenza mediatica e politica sulla sentenza d’appello sulla trattativa Stato-Mafia. E’ stata provata la copertura della latitanza di Provenzano. In un paese normale, si sarebbero scatenati dibattiti, polemiche e prese di posizione politiche.

Invece c’è stato il silenzio assoluto.

La fine del giornalismo d’inchiesta secondo Di Matteo

Anche le inchieste giornalistiche, secondo Di Matteo, hanno contribuito alla presa di coscienza del paese. “Negli anni Ottanta, a Palermo leggevo le cronache delle indagini. In particolare quelle de L’Ora o sul mensile di Giuseppe Fava I siciliani.

“Adesso invece il giornalismo di inchiesta si è appiattito”. Il problema secondo Di Matteo “non è l’accesso alla rappresentazione mediatica, ma la selezione e la qualità dell’informazione”.

Per il magistrato “i giornalisti non studiano e non indagano. Non riescono più a essere indipendenti, rispetto agli editori o agli ascoltatori”. Di Matteo conclude affermando che “la magistratura deve costruire fiducia, non consenso. E la fiducia si ottiene con la trasparenza, che la riforma Cartabia impedisce”.

Giustizia mediatica

Alla presentazione dell’ultimo libro del professore Vittorio Manes, promossa da Italiastatodidiritto e dal suo presidente Guido Camera, hanno partecipato tanti ospiti, oltre a Nino Di Matteo. Luigi Ferrarella, storica firma di ambito giudiziario del Corriere della Sera; Vinicio Nardo, Presidente dell’Ordine avvocati di Milano; Francesco Centonze, avvocato e professore di di Diritto Penale; e Alessio Lanzi, professore di diritto e membro del Csm.