Conferenza sul futuro, l’Europa esce dai palazzi e si avvicina ai cittadini. Sarà la volta buona?

La Conferenza sul Futuro dell’Europa (CoFoE) è il primo esperimento di democrazia deliberativa collettiva nella storia dell’Ue

La Conferenza sul Futuro dell’Europa (CoFoE) è il primo esperimento di democrazia deliberativa collettiva nella storia dell’Ue e funziona in modo semplice: i partecipanti sono stati estratti a sorte, così da raggiungere una rappresentanza eterogenea in termini di genere, età e occupazione. Questo esercizio comunitario sarà ricordato come un importante catalizzatore per l’integrazione nell’Unione europea.

La Conferenza si è rivelata tentativo di portare l’Unione verso i cittadini

Inizialmente è stato considerato un altro espediente di Bruxelles per accrescere il consenso pro-Ue, ma ben presto la Conferenza si è rivelata un tentativo autentico di condurre l’Unione verso una dimensione geopolitica e sociale vicina alla realtà del continente. E per la prima volta lo ha fatto con il coinvolgimento dei cittadini. La forza dell’esperimento CoFoE sta nel fatto di essere tutt’altro che una simulazione: i cittadini infatti non si sostituiscono ai politici, ma dimostrano piuttosto con i loro input quanto la democrazia rappresentativa e quella partecipata abbiano bisogno di incontrarsi per funzionare. Dopo gli appuntamenti in giro per l’Europa, i partecipanti si sono confrontati sugli argomenti prioritari dell’agenda politica europea, come economia, ambiente, democrazia, cultura, politiche giovanili e transizione digitale. Hanno così elaborato raccomandazioni, vale a dire idee per l’Europa che si aspettano nel futuro, diventate in seguito le 49 proposte contenute in un report finale consegnato direttamente nelle mani di Emmanuel Macron, Ursul von der Leyen e Roberta Metsola lo scorso 9 maggio a Strasburgo.

Legame senza precedenti tra i governi e le istituzioni

Contrariamente ai precedenti sforzi di riforma istituzionale, stavolta non sono gli Stati membri né le istituzioni a chiedere una revisione del blocco, ma centinaia di cittadini europei di diversa origine geografica, sesso, età, background socioeconomico e livello di istruzione. Questo è un punto di svolta nella misura in cui gli europei sono stati storicamente esclusi da certi processi. E non solo, perché la nuova logica alla base della Conferenza ha creato un legame senza precedenti tra i governi e le istituzioni. A seguito della pubblicazione delle raccomandazioni dei cittadini, infatti, nessun attore politico nell’Ue potrà sottrarsi dare seguito alle richieste dei cittadini, se non mettendo a rischio la sua reputazione. Da qui l’attuale sforzo di alcuni stati, come Bulgaria, Croazia, Cechia, Danimarca, Estonia, Finlandia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Romania, Slovenia e Svezia, di delegittimare il processo, invece di contestare le sue raccomandazioni. 

Sbloccate alcune questioni comunitarie controverse in politica energetica, estera e fiscale

La  CoFoE si è rivelata quindi in grado di sbloccare alcune delle questioni comunitarie più controverse, che vanno dalla necessità di avere una politica energetica a livello dell’UE a una  maggioranza qualificata in politica estera e in materia fiscale, complice anche un sentimento di destino condiviso suscitato da eventi straordinari come la pandemia e l’invasione russa dell’Ucraina. 

L’espressione della volontà popolare europea può essere attendibile

La Conferenza ha anche infranto un altro mito che aveva inseguito l’Europa sin dall’inizio del progetto comunitario. Di fatto l’Ue è stata storicamente diffidente nei confronti di qualsiasi espressione di volontà popolare, specie dopo la Seconda guerra mondiale. In parole povere, come ci si poteva ancora fidare delle persone che hanno portato al potere i fascisti? L’esperienza della Conferenza ha mostrato invece che l’espressione della volontà popolare può essere attendibile e che può essere particolarmente necessaria in un’Unione ancora priva di una sfera pubblica e politica comune. Infatti, una volta offerta l’opportunità di riflettere sulla propria esperienza nella comunità europea, i cittadini non hanno esitato a riconoscere la sua natura imperfetta. D’altronde essere informati su cosa decidono i leader a Bruxelles, o chiedere dibattiti pubblici più eterogenei, non sono prerogative esclusive delle voci più europeiste, ma un requisito comune per contribuire alla vita della nostra democrazia. 

La CoFoe ha incrociato cittadini selezionati casualmente

Uno degli aspetti più complessi della democrazia partecipativa è storicamente quello di far confluire gli input dei cittadini nei meccanismi tradizionali della democrazia rappresentativa. L’Ue non fa eccezione: le componenti partecipative e rappresentative della democrazia europea sono spesso inconciliabili, dal momento che i suoi canali partecipativi non hanno lo scopo di incidere direttamente sul modo in cui vengono prese le decisioni, ma semplicemente quello di legittimare gli approcci politici esistenti. Come ha fatto la Conferenza a cambiarlo? Ha istituito la prima assemblea plenaria in assoluto, mescolando cittadini selezionati casualmente che presentavano le loro raccomandazioni con rappresentanti eletti che deliberavano congiuntamente. Questa prospettiva ha alimentato uno “spazio sicuro” all’interno del quale le rivendicazioni degli eletti e dai cittadini si possono conciliare. E ora che la conferenza è finita, la sfida è come codificare una dimensione simile nella cultura costituzionale, amministrativa e, in definitiva, nella politica dell’Ue.

Ursula von der Leyen pronta a istituire un’assemblea permanente dei cittadini europei

Dopotutto il primo risultato tangibile della Conferenza (finora) è stato il riconoscimento pubblico di Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, che si è detta pronta a istituire un’assemblea permanente dei cittadini europei per ricevere i loro consigli prima di presentare importanti iniziative legislative. E dato che questo può essere fatto senza entrare nel merito dei Trattati, ricevendo tra l’altro un consenso bipartisan, ciò potrebbe rivelarsi l’eredità più immediata della Conferenza. Per quanto riguarda altre raccomandazioni, come il diritto di iniziativa per il Parlamento europeo, la modifica della carta dei diritti fondamentali dell’uomo per includere il diritto all’aborto e la maggioranza qualificata in politica estera e in materia fiscale, è necessario mettere mano ai Trattati perché richiedono il trasferimento di nuovi poteri all’Unione per essere attuate.

Gli emendamenti proposti dai relatori

Il Parlamento europeo vuole ora correre verso la loro revisione e intende convocare una Convenzione per rimettere mano ai testi fondamentali dell’Ue. La bozza di risoluzione con le richieste di emendamenti e di nuovi articoli ai trattati presenta un numero di relatori che fa pensare a una squadra di basket: Sven Simon per il Partito Popolare Europeo, Gaby Bischoff per i Socialisti&Democratici, Guy Verhofstadt per Renew, Daniel Freund per i Verdi e Helmut Scholz per la Sinistra. Ma il contenuto della bozza non lascia dubbi su chi sia l’autore: il liberale belga Verhofstadt, considerato troppo federalista dai governi per essere nominato presidente  della Conferenza sul futuro dell’Europa. Secondo il documento, il Parlamento europeo intende chiedere ai capi di stato e di governo le seguenti modifiche del trattato: emendare l’articolo 4 per includere la salute tra le competenze condivise, emendare l’articolo 6 per introdurre competenze condivise nel settore dell’istruzione, emendare gli articoli 192 e 194 per permettere la creazione di una vera Unione dell’Energia, passare dalla regola dell’unanimità al voto a maggioranza qualificata in tutti i settori, con l’eccezione dell’adesione di nuovi membri e di modifiche ai principi fondamentali, emendare gli articoli 311 e 322 per dare al Parlamento pieni poteri di co-decisione sul bilancio, emendare l’articolo 225 per garantire al Parlamento il diritto di iniziativa legislativa. Piccola curiosità: il documento indica la necessità di modificare il comma 7 dell’articolo 48, relativo alla clausola passerella, che prevede di decidere all’unanimità per passare eventualmente al voto a maggioranza qualificata (con l’esclusione delle decisioni che hanno implicazioni militari o nel settore della difesa), salvo obiezione di un parlamento nazionale. Proprio questo è l’articolo che alcuni governi pensavano di usare per dare un contentino sulla fine del veto proposto dalla Conferenza sul futuro dell’Europa.

Nuovi articoli da inserire nei trattati

Per dare seguito ai risultati della Conferenza sul futuro dell’Europa, la bozza Verhofstadt chiede anche nuovi articoli da inserire nei trattati per: introdurre una clausola di emergenza per dare alla Commissione competenze straordinarie in caso di crisi maggiore su sicurezza, difesa, salute o clima, introdurre un referendum dell’Ue convocato dal Parlamento in casi eccezionali su temi di particolare importanza per tutti i cittadini dell’Ue, introdurre un Protocollo del progresso sociale per assicurare che i diritti sociali siano protetti e salvaguardati in caso di conflitto con le libertà economiche, introdurre uno statuto della cittadinanza europea con diritti e libertà specifiche che rendano i valori europei più tangibili per i cittadini. Il Parlamento europeo chiederà “al Consiglio di sottomettere queste proposte direttamente al Consiglio europeo per il loro esame, al fine di convocare una Convenzione composta dai rappresentanti dei parlamenti nazionali, dei capi di stato e di governo degli stati membri, del Parlamento europeo e della Commissione”.

La proposta di una Comunità politica europea per associare l’Ue ai paesi che vogliono aderire

Infine, anche se in modo riluttante, Verhofstadt ha introdotto nella sua bozza una proposta che riprende il discorso pronunciato da Emmanuel Macron il 9 maggio a Strasburgo. Il presidente francese ha lanciato l’idea di creare una Comunità politica europea per associare l’Ue ai paesi che vogliono aderire (come l’Ucraina) o che se ne sono andati (come il Regno Unito). La bozza contiene una controproposta: “la membership associata”. Secondo il testo “i trattati dovrebbero essere emendati per creare una membership associata, come già immaginato dai padri fondatori dell’Unione, che permetterebbe alle nazioni democratiche europee che aderiscono ai nostri valori centrali di trovare un nuovo spazio di cooperazione politica, di sicurezza, sull’energia, sui trasporti, sugli investimenti, sulle infrastrutture e sul movimento delle persone”. I settori sono quelli indicati da Macron. Ma l’approccio è completamente diverso. Nessuna nuova organizzazione internazionale a sé stante, come vorrebbe il presidente francese: con la membership associata, il Parlamento vuole tenere tutti dentro l’Ue.

Il prossimo Consiglio Europeo definirà il corso della storia dell’Ue

Insomma, la risposta urgente a cui devono provare a rispondere ora i leader europei all’indomani della Conferenza è se conviene ancora accontentarsi delle risposte – spesso di fortuna – che l’Unione è in grado di dare alle emergenze, o se è meglio fare un salto di qualità pensando a un cambiamento strutturato e duraturo. La risposta a questa domanda, che sarà discussa per la prima volta durante il prossimo Consiglio europeo del 23 e 24 giugno, definirà non solo il corso della storia dell’Ue, ma anche quello dei suoi 450 milioni e dei molti altri cittadini, ucraini, moldavi e georgiani per esempio, che aspettano alle sue porte. L’Europa è, ancora una volta, in divenire. E d’ora in poi con i cittadini a bordo.