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Il vaccino alle Asst? I rischi per la Lombardia

Con Aria fuori dai giochi il film non è finito: Poste Italiane non prima di metà aprile e la gestione decentralizzata favorisce clientele

di Francesco Floris

Prima i dati: il report elaborato il 24 marzo da PoliS Lombardia su dati della struttura del Commissario straordinario per l’emergenza Covid-19 fotografano più di un milione e 250mila dosi di vaccino somministrate. A quasi nove abitanti su 100 è stata inoculata la prima dose – quart’ultima regione in Italia, prima la Provincia di Bolzano, ultima la Calabria – mentre circa la metà ha ottenuto anche la seconda iniezione. Le categorie più coperte in ordine sono personale sanitario e sociosanitario, gli over 80, il personale non sanitario delle strutture, gli ospiti delle Rsa, il personale scolastico e le forze armate. I numeri dicono una cosa: il sistema che è saltato è quello di prenotazioni e contatto dei soggetti da vaccinare ma non la campagna vaccinale in sé. Tradotto: si stanno inoculando le dosi, ma alle persone sbagliate.

L’azzeramento dei vertici di Aria Spa con la cancellazione del cda e il commissariamento della stessa ha lasciato indenne solo l’ingegnere veneto Lorenzo Gubian, chiamato a settembre per sostituire l’ex dg della società Filippo Bongiovanni. A Palazzo Lombardia gira un mantra: Aria ha finito. Troppe battaglie interne, nessuno che si assume più la responsabilità di una firma quando conta. Ora la partita per la prenotazione degli appuntamenti passa direttamente nella mani delle Aziende Socio Sanitarie Territoriali (Asst). Nell’attesa che diventi disponibile in Lombardia il sistema di Poste Italiane. Operazione più facile a dirsi che a farsi. Di certo non prima di Pasqua, forse anche metà aprile.

I vantaggi del cambio di “casacca” nella gestione delle prenotazioni? Di certo le Asst hanno il polso di territorio e pazienti – ben più di una gestione centralizzata – e hanno la possibilità di convocare agli appuntamenti secondo criteri consoni che guardino all’età, ai “fragili” e alle persone con comorbidità e patologie pregresse, vagliando caso per caso l’opportunità di somministrare una dose o meno. L’altro lato della medaglia rischia però di replicare un film già visto: da una parte nessuna visione unitaria e coordinamento, replicando su scala regionale quello che già si vede oggi a livello nazionale. Per esempio: un paziente oncologico che è in cura presso una struttura fuori dalla sua provincia di residenza, da chi deve essere chiamato? Dall’Asst competente per l’area territoriale dove risiede o da quella in cui ha deciso legittimamente di farsi curare per accedere alle migliori prestazioni? E con quale vaccino? Moderna, Pfizer, AstraZeneneca o, nel caso, J&J? Saranno tutti nella medesima disponibilità e ripartiti come?

Dall’altro c’è il rischio concreto di clientele assolutamente non governabili, forse nemmeno individuabili, con una gestione decentralizzata che si presta per sua stessa natura a favoritismi vari che anche quando effettuati in totale buona fede si prestano a margini di interpretabilità da Asst a Asst, da reparto a reparto, da specialista ospedaliero a specialista.

Vi è infine un terzo punto, per ora solo di prospettiva ma molto concreto: la vaccinazione verrà aperta ai medici del lavoro presenti in azienda. Sulla carta un modo di accelerare e dare benzina alla campagna. Cosa accadrà? Che le aziende che possono permetterselo pagheranno per il vaccino – esattamente come avvenuto per i tamponi lo scorso anno – per i propri lavoratori in modo da non mettere in discussione la tenuta economica. Quelle che non possono non lo faranno e ci sarà, ancora una volta, una corsa concorrenziale alla merce pregiata. Che creerà nuove polemiche. Il film è tutt’altro che finito con Aria fuori dai giochi.