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Terza dose, lo studio definitivo. Banfi: “Necessaria ma priorità nella popolazione in base agli anticorpi”

A sei mesi anticorpi ridotti del 70%: lo studio Covidiagnostix sugli operatori sanitari vaccinati indica che la terza dose è necessaria

Anticorpi e terza dose. Ma soprattutto “impatto di politica pubblica” in termini di “priorità nella popolazione”. Non ha dubbi il professor Giuseppe Banfi, Direttore Scientifico dell’IRCCS Istituto Ortopedico Galeazzi. È il referente per lo studio “Covidiagnostix – Health Technology Assessment in Covid serological diagnostics” che da inizio 2021 sta valutando la risposta sierologica nella campagna vaccinale degli operatori sanitari a cui è stato somministrato Pfizer-BioNTech, in funzione di differenze di genere, anagrafiche e nel corso del tempo: prima del vaccino (sia dipendenti positivi che negativi al Covid), a 21 giorni, a due mesi dalla seconda dose e a cinque mesi.

Banfi, direttore scientifico del Galeazzi: “A sei mesi anticorpi ridotti del 70%”

“A sei mesi gli anticorpi si sono ridotti del 70%” dice Banfi a True-News. Ecco la sintesi dello studio finanziato dal Ministero della Salute – Direzione Generale della Ricerca Sanitaria e Biomedica e che ha coinvolto un campione di 4.265 operatori sanitari dell’Istituto Ortopedico Galeazzi e dell’Ospedale San Raffaele di Milano ma a livello nazionale sono state coinvolte anche strutture extra lombarde come l’Ospedale Pediatrico Bambin Gesù di Roma o la Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo.

Dal Covidiagnostix una diagnosi anche economica, organizzativa e sociale

I risultati sono in linea fra le due metodologie differenti di “mappatura” del “dosaggio quantitativo” degli anticorpi messe a confronto (la Metodica diagnostica senese IgT vs Siemens sCOVG) e con i numeri che vengono pubblicati nelle ultime settimane da ospedali e team di ricercatori che si sono occupati dell’argomento. Ma il valore aggiunto di Covidiagnostix non riguarda solo la quantità di anticorpi e le caratteristiche “cliniche e analitiche dei test”. Quanto una “valutazione economica, organizzativa e sociale delle procedure in sanità”. “Vi è un coro dal punto di vista mediatico – spiega Banfi – che sostiene come il titolo anticorpale non sia sufficiente o non serva per decidere se fare la terza dose. Il che è vero ma sottovaluta un aspetto: quella valutazione permette invece di definire delle priorità che diventano fondamentali per l’organizzazione anticipata, stabilendo il numero di persone che devono essere trattate, se farlo in centri specializzati e hub appositi oppure facendola rientrare nelle campagne di vaccinazione periodica come per l’antinfluenzale che viene svolta a livello territoriale senza determinare un’organizzazione specifica”. Sostanzialmente “la prioritizzazione permette di pianificare i flussi”, di “programmare la quantità di vaccini da stoccare e quelli da acquistare negli anni a venire, perché ciò che risulta chiaro è che bisognerà programmare i richiami in alcuni segmenti di popolazione e professionali”.

Banfi e i vantaggi della metologia HTA

Come si diceva in apertura “impatto di politica pubblica” più ancora del risultato in sé. A rendere possibile la pianificazione è la metodologia internazionale HTA (Health Technology Assessment) utilizzata nello studio. “È il mezzo maggiormente utilizzato – spiega il Direttore scientifico dell’Irccs – per decidere se una procedura può essere introdotta dal punto di vista della sanità pubblica e con quale periodicità: la valutazione degli anticorpi è semplice, a prezzi contenuti e determina le maggiori o minori priorità nel richiamo: questa è un’indicazione molto pratica e specifica”.

Riflettori sulle profonde variazioni legate a genere ed età

I risultati di “Covidiagnostix” al novembre 2021, anticipati parzialmente da True-News ad agosto , mettono in luce anche alcune specifiche sui 941 dipendenti dell’Istituto Ortopedico Galeazzi analizzati a 5-6 mesi dalla seconda dose e mettendo a confronto operatori che al “tempo zero” (prima della vaccinazione) avevano contratto o meno l’infezione. Ci sono delle profonde variazioni legate al genere e all’età che stanno attirando l’attenzione delle istituzioni sanitarie, e non solo, coinvolte da un’eventuale campagna vaccinale per la terza dose.