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Sanità lombarda, il nuovo ruolo dei Sindaci: programmazione con le Asst. The Bridge: il 35% chiede prevenzione

Nella riforma della sanità lombarda il ruolo dei primi cittadini: così funzionerà il confronto fra aziende sanitarie e sindaci. Iardino (Fondazione The Bridge): "Nel 2050 il 70% della popolazione sarà nelle città"

La riforma della sanità lombarda sul punto è stata chiara: i sindaci e i Comuni avranno un ruolo nella gestione del “sistema Salute”. Il testo partorito il 27 ottobre dalla Commissione Salute e Politiche sociali di Regione Lombardia, e che ora approda in consiglio regionale per la discussione finale, parla innazittutto di raccordo fra istituzioni, politica ed enti sanitari. Il rafforzamento della medicina territoriale passerà anche da tre momenti di stretta pertinenza dei Comuni: il confronto fra le Agenzie Tutela Salute (Ats) e il Collegio dei Sindaci; quello fra le Aziende socio sanitarie territoriali (Asst) e la Conferenza dei Sindaci (da 8 a 27 rappresentanti); e infine il dialogo fra i Distretti sanitari e la Delegazione dei Sindaci composta in un numero variabile da 27 a 100 primi cittadini.

Sanità lombarda, tornano centrali le Conferenze dei Sindaci

L’obiettivo? Integrare gli ambiti: sanitario, socio-sanitario e sociale. Come? Ci sarà un ruolo per i rappresentanti delle comunità montane, che parteciperanno ai tavoli relativi alla rete di offerta dei distretti sanitari. Ma ancora di più saranno le Conferenze dei Sindaci a formulare proposte per l’organizzazione della rete di offerta territoriale e dell’attività sociosanitaria e socioassistenziale, nell’ambito della programmazione territoriale delle Asst di competenza sul territorio. Con gli eletti nei Comuni che avranno un ruolo nella definizione dei piani sociosanitari territoriali

Ancora: Regione Lombardia implementerà per certi versi “l’hardware” con una nuova offerta di servizi di prossimità (case di comunità, ospedali di comunità con i fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) ma lo farà, a livello di “software”, sentendo in anticipo i presidenti dei Collegi dei Sindaci.

Nuova legge 23, ai sindaci un ruolo inedito

È un ruolo inedito quello che la nuova Legge 23 riconosce ai sindaci e primi cittadini che pur essendo formalmente e giuridicamente i primi responsabili della salute pubblica dei cittadini, sono storicamente tagliati fuori dalla gestione di politiche per la salute dirette. E ora reclamano un loro ruolo. “Entro il 2050 il 70 per cento della popolazione vivrà dentro i grandi centri urbani, è impensabile che nella filiera decisionale su welfare e sanità non ci siano i Comuni” dice a True-News Rosaria Iardino, la Presidente di Fondazione The Bridge che ha appena realizzato e pubblicato l’indagine “La medicina scolastica tra passato e futuro” dove ha tastato anche il polso di un campione di sindaci in tutta Italia, insieme al mondo degli insegnati e delle famiglie, ponendo loro vari quesiti sul rapporto scuola-salute e città-salute. È stato chiesto per esempio ai primi cittadini quanto ritengano che l’influenza stagionale possa riflettersi sul livello di salute dei residenti del comune amministrato: il 79% di loro parla di un’incisività relativamente elevata. Ma questa percezione assume contorni molto più netti quando gli stessi devo provare a “quantificare” i costi sociali indiretti e annui dell’influenza nel nostro Paese: la maggioranza di loro propende correttamente per cifre elevate con uno su due che indica un range di costo superiore al milione di euro e il restante 50% comunque cifre superiori ai 200mila euro.

Ancora più nette le risposte quando si va a parlare di “politiche per la salute” a livello comunale. Pur con le limitate risorse, economiche e non solo, disponibili e con attualmente zero o quasi competenze specifiche di cui dispone un’amministrazione locale, il 35% dei sindaci ritiene fondamentale sviluppare programmi per la prevenzione e l’educazione sanitaria. Il 27% pensa che si debbano integrare le politiche di gestione diretta della salute con uno spettro più ampio di settori dell’attività amministrativa. Il 23% punta sul miglioramento degli spazi di vita nelle città e il 15% dei primi cittadini mette in relazione la salute con la sostenibilità e l’ecocompatibilità dell’edilizia all’interno dello spazio urbano. Del resto “dalla periferia al centro di una città si perde un anno e mezzo-due anni di aspettativa di vita” commenta Iardino auspicando per il futuro un maggior coinvolgimento dei primi cittadini oggi relegati a una mera funzione di “ascolto” da parte delle istituzioni sanitarie.