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Il valore di una farmacia? Va pagata la “funzione sociale”

Va pagata di più una farmacia in centro a Roma o in mezzo a una comunità montana? Cambio di paradigma nel DL Sostegni, stanziati 200 milioni

di Francesco Floris

Per ora è solo uno spunto di dibattito tecnico-politico. Che in prospettiva può cambiare volto e remunerazione al concetto stesso di farmacia. Lo si legge fra le righe del Decreto Sostegni approvato dal governo Draghi e in attesa di conversione parlamentare. Alla luce del “pluriennale calo della spesa farmaceutica convenzionata”, ma anche “delle nuove attività richieste per far fronte alla pandemia” potrebbe accadere che “molte farmacie, soprattutto nelle aree dove più servirebbero” siano “esposte al rischio di chiusura”. Così nella relazione illustrativa del Decreto.

La “funziona sociale” di una farmacia

Dietro a quest’affermazione ci sono molteplici riflessioni. Per fare qualche esempio: una farmacia posizionata nelle vie del centro di Milano o di Roma ha lo stesso “valore”, in senso lato, la stessa “funzione sociale” di una collocata in un’area rurale del Paese e che magari è il primo presidio sanitario nel raggio di 20 chilometri?

Oppure. Una farmacia invece collocata nel pieno di un quartiere universitario a Bologna o Venezia, dove la metà dei residenti e domiciliati ha meno di 30 anni e nessun problema di salute, risponde agli stessi problemi e bisogni collettivi di una che si trova nel cuore di una comunità montana a mille metri di altitudine, con la popolazione over 65 che rappresenta i due terzi del totale? O ancora: portare fisicamente in questi due luoghi distinti – ma pur sempre entrambi farmacie – un prodotto specifico passato dal servizio sanitario nazionale ha lo stesso costo? La stessa filiera logistica? Le risposte – quasi banali nella loro semplicità – meritano approfondimenti.

Remunerazione aggiuntiva

Per questo motivo nel Decreto Sostegni viene tracciata una delle possibili strade: una remunerazione differente per “ottimizzare il servizio reso dalle farmacie” e decidendo di “valorizzare il loro ruolo di presidi di prossimità”. Come? Per cominciare in via straordinaria sono stati stanziati 50 milioni di euro per il 2021 e 150 milioni per il 2022 da destinare alla remunerazione aggiuntiva sui farmaci erogati in regime di Ssn. Con quali proporzioni questo “costo” aggiuntivo verrà stabilito con apposito decreto congiunto del Ministero delle Salute e Ministero dell’Economia e delle Finanze dopo aver raggiunto un’intesa con la Conferenza Stato-Regioni. Ma intanto nell’articolo 20 della relazione illustrative del decreto si legge chiaramente come “si ritiene indispensabile, al fine di rafforzare strutturalmente la resilienza, la prossimità e la tempestività di risposta del Servizio sanitario nazionale alle patologie infettive emergenti e ad altre emergenze sanitarie, nonché per l’attività di somministrazione di vaccini da SARS-CoV-2 […] prevedere l’introduzione, in via sperimentale per gli anni 2021 e 2022, di una remunerazione aggiuntiva in favore delle farmacie”.

Una sperimentazione che partirà ai primi di settembre 2021 per assicurare ai cittadini delle aree più remote d’Italia “una serie di prestazioni aggiuntive”. Con l’obiettivo ultimo di “valorizzazione del ruolo dei farmacisti”. Un ruolo emerso in maniera crescente nei mesi della pandemia a cominciare dalla sfida sui tamponi antigenici rapidi e poi ulteriormente riconosciuto in Legge di Bilancio e nell’ultimo decreto del governo con la genesi del “farmacista-vaccinatore” per la campagna vaccinale contro il Covid. Ma uscendo dalla contingenza della pandemia, già si intravede come le farmacie, luoghi della quotidianità per milioni di persone, possano diventare il posto “dove la popolazione può trovare una prima risposta alle proprie domande di salute” per trasformarsi in “un’azienda erogatrice di servizi da mettere a disposizione del pubblico”. Per farlo bisogna passare anche da un sistema di incentivi economici. Scolpiti nella frase: “Passare da un sistema di remunerazione fondato sulla scontistica sul prezzo ad una remunerazione che valorizza la funzione”. Con un incredibile cambio di paradigma.

Il prezzo del farmaco? Sarà composto di certo da una percentuale fissa, uniforme per tutte le tipologie di farmacia e che rifletta in qualche modo il valore intrinseco e fisso del prodotto. Ma anche da una percentuale variabile per confezione, che varia per scaglioni di prezzo; da una quota premiale applicata ad ogni confezione di farmaci generici ed originator con prezzo pari a quello di riferimento; ma soprattutto da quella che il decreto definisce una “quota tipologica”: destinata solo ad alcune categorie di farmacie individuate sulla base di tipologia (rurale, urbana, etc) e fatturato. Una quota “destinata a valorizzare il servizio reso dalle farmacie periferiche e a minor fatturato con il Ssn” per far sì che magari non chiudano in quei luoghi dove più sono utili ai bisogni sanitari del Paese.

Federfarma ha già fatto una stima preliminare dell’impatto della misura e ritiene che “i fondi stanziati consentono di quantificare la remunerazione aggiuntiva in una quota media di 15 centesimi a confezione erogata in regime di Ssn, con le differenziazioni individuate nella relazione tecnica”. Per ora si tratta di soli 200 milioni di euro in due anni e andrà monitorato l’andamento della sperimentazione con eventuali criticità. Ma il significato profondo della norma supera di gran lunga lo stanziamento economico.