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Cardio. Castiglioni: “Costruire rete diffusa come per l’infarto acuto”

I dati di Gise e Aiac su riduzione attività in pandemia. Interventi del 70%; pacemaker del 50%. Castiglioni: "Gap nell'accesso alle cure"

di Francesco Floris

Meno 70% degli interventi con procedura TAVI, la tecnica mini invasiva per trattare la stenosi aortica. Una riduzione complessiva dell’80% nei mesi di marzo-aprile 2020 che ha interessato la quasi totalità dei pazienti per il trattamento della Malattie Cardiache Strutturali. La pandemia ha colpito dritto al “cuore” della Lombardia. Letteralmente. Sono stati presentati il 23 marzo alla Commissione Sanità e Politiche sociali del consiglio regionale i dati sulla riduzione delle attività di GISE, la Società Italiana di Cardiologia Interventistica che associa quasi 300 laboratori di emodinamica italiani e che si occupano delle varie procedure interventistiche coronariche e strutturali che permettono il trattamento delle principali valvulopatie.

“Liste d’attesa e blocco posti in rianimazione”

Dopo la presentazione dei dati nazionali da parte della Società, esposti da True Pharma il 18 marzo, al Pirellone è stato il turno del dottor Marco Ferlini, dirigente dell’IRCSS Policlinico San Matteo di Pavia ed esponente di GISE. “I due aspetti che emergono da dati di tutto il mondo – ha spiegato Ferlini – sono la riduzione dei ricoveri per infarto miocardico legati alla prima ondata”. Il motivo? “Soprattutto la paura del pazienti e la sovrasaturazione del sistema di accesso”. In Lombardia si concentrano normalmente il maggior numero di interventi di tutta Italia, in particolare con riferimento alla patologia strutturale che viene trattata in molti centri regionali dove è presente la cardiochirurgia. Ma nei mesi più aspri della pandemia e quelli a seguire, questa filiera “ha risentito della gestione delle lista d’attesa e soprattutto del blocco dei posti in rianimazione a causa del Covid”. Di certo “vi sono attività che possono essere differite anche di mesi” ha detto il dirigente del San Matteo di Pavia al Pirellone, “ma la stenosi aortica di grado severo, se non trattata, ha un outcome di mortalità sfavorevole”.

Pacemaker e defibrillatori: meno 50%

Sono gli effetti indiretti della pandemia. Che colpiscono indistintamente diverse branche della scienza medica. La punta dell’iceberg è certo l’aumento di mortalità registrato nel 2020 “ma non si tratta solo di decessi da infezione Covid” ha aggiunto il dottor Roberto Rodorf, Dirigente del Dipartimento Cardio Toraco Vascolare del San Matteo di Pavia ma anche presidente regionale di Aiac, l’Associazione Italiana di Aritmologia e Cardiostimolazione. Proprio il Policlinico pavese ha coordinato in questi mesi il registro lombardo degli arresti cardiaci extra ospedalieri. Cosa è successo? Più 60% di questi eventi a marzo-aprile 2020, con un’incidenza “tanto maggiore nelle province più colpite da Covid-19” ha spiegato Rodorf”. Ma non bisogna semplificare: “L’effetto dell’infezione da virus può favorire in alcuni casi l’aumento delle trombosi polmonari o cardiache e di aritmie o eventi che potrebbero essere prevenuti con una nostra maggiore capacità di intervento sul territorio” ma “non giustifica l’eccesso di arresti cardiaci”.

Bisogna andare a guardare altri indicatori, più “mobili” in gergo statistico, che anticipano le tendenze. Per esempio l’attività di impiantistica di pacemaker e defibrillatori. Che hanno fatto segnare meno 50% se si fa riferimento solo alla scorsa primavera e meno 15% su base annua. Con una conseguente “riduzione delle nostre capacità di screening e di follow up dei pazienti cardiologici” che già oggi necessita di migliorie visto che in tutta la regione ci sono circa 40mila pazienti con pacemaker o defibrillatori che vengono seguiti con un sistema di monitoraggio da remoto dei dispositivi, a fronte però di numeri di impiantistica più elevati.

“Ora i pazienti non hanno paura”

Il tema vero è, nelle diverse specializzazioni, non è tanto un’analisi delle responsabilità passate, quanto il ritorno alla normalità per migliorare un sistema che ha mostrato le falle. Marco Ferlini ha parlato di “dato sconfortante” rispetto alla ripresa dell’attività nei centri ad alto volume che “si è verificata solo in un terzo dei casi”. I segnali di ottimismo arrivano invece dall’atteggiamento dei pazienti segnalato dagli specialisti: scendono i timori nel recarsi in ospedale. “Ora servono direttive chiare dalla Regione – ha detto rivolgendosi ai consiglieri collegati da remoto – per consentire che stante la pandemia le attività possano continuare” specificando che per eventi come l’infarto acuto il modello dei macro hub messo a sistema a partire dall’8 marzo 2020 funziona, mentre “per il resto si tratta di trovare insieme delle soluzioni”.

Castiglioni: “Gap nell’accesso alle cure”

È una sfida nella sfida. Il ruolo di GISE in Italia è andato crescendo negli ultimi anni, in particolare grazie alla raccolta dei dati annuali dai laboratori e dei numeri relativi a tutte le procedure interventistiche effettuate, messi a disposizione dell’industria di settore, dei clinici e delle autorità regolatorie. L’obiettivo? “Implementare le attività per le cardiopatie strutturali in modo tale che tutta la popolazione italiana possa avere uguale accesso alle cure” dichiara a True Pharma la dottoressa Battistina Castiglioni, Direttore della Struttura Complessa di Cardiologia dell’Ospedale Galmarini di Tradate all’interno dell’Asst Settelaghi e membro del Direttivo Nazionale GISE. “Abbiamo analizzato il cambiamento nell’ambito delle terapie in periodo pandemico, soprattutto perché i pazienti si sono presentati tardivamente nei nostri pronto soccorso o perché in alcune realtà le strutture cardiologiche sono state adibite a unità Covid”. Un fatto contingente e per il quale è urgente trovare soluzioni, ma senza dimenticare che “negli anni abbiamo evidenziato una disomogeneità nell’accesso alle cure, in particolare per la TAVI e per le procedure di trattamento delle valvulopatie mitraliche” dichiara Castiglioni. “Va ridotto il gap che esiste fra le diverse regioni e i diversi laboratori d’Italia in maniera significativa – chiude la dottoressa – come abbiamo già fatto con l’infarto acuto dove grazie a un’azione capillare e una rete diffusa siamo riusciti ad arrivare a un numero di angioplastiche per milione di abitanti in corso di infarto miocardico acuto che ci mette ai primi posti in Europa per il trattamento di questa patologia”.