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Alzheimer, FDA approva primo farmaco. Cruciale il “rapporto fra scienza e comunicazione”

Scuote il mondo scientifico la notizia che la Food and Drug Administration (FDA) degli Stati Uniti ha approvato la domanda di regolamentazione per l'uso di Aducanumab nel trattamento del morbo di Alzheimer.

Scuote il mondo scientifico la notizia che la Food and Drug Administration (FDA) degli Stati Uniti ha approvato la domanda di regolamentazione per l’uso di Aducanumab nel trattamento del morbo di Alzheimer.

Un farmaco sperimentale contro la patologia che è la principale causa di demenza negli anziani, causando danni alle cellule nervose e deficit progressivi di memoria, apprendimento, orientamento nello spazio e nel tempo, linguaggio. La terapia avrebbe la funzione di rallentare il declino cognitivo dei pazienti in fase.

Aducanumab: cos’è e come funziona

Come funziona? L’Aducanumab è un anticorpo monoclonale umano protettivo anti-amiloide che funziona in persone anziane sane e in pazienti con demenza con lenta progressione. L’analisi di questi anticorpi ha portato alla scoperta di Aducanumab. Assunto con somministrazione endovenosa, l’Aducanumab attraversa la barriera emato-encefalica, si lega all’amiloide cerebrale e lo rimuove con l’aiuto del sistema immunitario.

È una news che sta facendo clamore nel mondo della medicina, dei pazienti e le loro famiglie, con ottimi auspici ma anche contraddizioni a livello sociale, economico e clinico. Quella della FDA infatti non è stata una decisione semplice. La massima autorità regolatoria farmaceutica di Washington si è spaccata nel “voto” con 10 contrari e con i membri del comitato consultivo di esperti che già un anno fa si erano espressi contro l’approvazione del farmaco perché i test clinici non erano sufficienti a comprovare l’efficacia. A spingere sul via libera però anche la circostanza che il trattamento sembra dare suoi migliori frutti nella fase iniziale della malattia, con un effetto che pare offrire diversi benefici clinici, rallentando la progressione del morbo. Ma ora toccherà alle aziende farmaceutiche continuare sulla strada già tracciata con un aggiuntivo lavoro di studio e ricerca post approvazione per verificare che i trattamenti effettivamente funzionino.

Una vicenda che mostra una volta di più l’intrinseco legame fra scienza medica e comunicazione appropriata degli stakeholder e delle istituzioni. Se ne è discusso il 28 maggio 2021 a “Salute-Direzione-Turning Point” durante il panel “Ripensare la sanità ripartire dalle basi del sistema”. In quell’occasione il dottor Carlo Gabelli, Direttore CRIC, Centro Regionale Invecchiamento Cerebrale dell’Azienda Ospedale Università di Padova ha enfatizzato proprio alcuni aspetti comunicativi della sanità che sono tornati centrali nel dibattito dopo un anno e mezzo di pandemia. È il caso anche della patologie legate al declino cognitivo, come l’Alzheimer, al centro delle attività del Centro dallo scienziato veneto. Un tema di attualità perché “l’età e l’isolamento sociale sono stati due fattori durante la pandemia – ha detto Gabelli durante la kermesse alla Fondazione Stelline di Milano – perché ha causato un peggioramento delle condizioni psichiche dei pazienti e l’isolamento dei caregiver”.

La “Mappa delle Demenze” in Veneto e l’evoluzione della rete terapeutica

In Veneto uno degli strumenti messo in campo è un sito web chiamato la “Mappa delle Demenze” che permette a medici, specialisti, pazienti e loro familiari di trovare tutte le informazioni in tempo reale di quanto sta succedendo e come si sta evolvendo la rete terapeutica.È una delle riflesisoni che si sta facendo in tutto il mondo riguardo alla sanità – ha detto Carlo Gabelli – un tema che ha riguadagnato attenzione e priorità perché ha un’enorme importanza a livello sociale ed economico sulla società e a cui chi governa la sanità deve prestare attenzione”. Ancora più importante fornire le corrette informazioni contestualizzate in un Paese come l’Italia, il più longevo in Europa dopo la Spagna, dove quindi “il concetto di invecchiamento da una parte è positivo perché significa che godiamo di buona salute – ha chiuso Gabelli – ma dall’altra c’è anche il rischio di avere un popolazione fragile molto più ampia”.

(Guarda il panel completo, l’intervento di Carlo Gabelli dal min 25:55)